Ci sono viaggi che cambiano le idee. E poi ci sono quelli che cambiano perfino le domande. Durante il mio primo viaggio in Russia, nel 2003, scoprii che avevo posto quella sbagliata. Mi domandavo quale fosse l'italiano più famoso da quelle parti. Pensavo a Dante, a Togliatti, oppure a Celentano e ad Al Bano, che in Russia godono da decenni di una popolarità quasi antropologica. Invece, ogni volta che pronunciavo la parola "Italia", la risposta arrivava senza esitazione. “Ah... Čipollino!”
Non dicevano "Rodari". Dicevano "Cipollino", con il sorriso di chi ritrova un vecchio amico d'infanzia, un compagno di giochi. Non uno scrittore straniero, ma qualcuno che aveva abitato le camerette dei bambini, gli scaffali delle biblioteche di quartiere, le sale dei teatri, le letture prima della buonanotte, le pagine illustrate dei libri consumati dalle mani e perfino i pomeriggi davanti alla televisione sovietica.
Fu uno di quei piccoli cortocircuiti che solo i viaggi sanno regalare. Parti convinta di conoscere un Paese e scopri invece che è quel Paese a conoscere una parte di te. Io ero arrivata pensando di raccontare l'Italia. La Russia, con naturalezza, mi raccontò un'Italia che ignoravo.
Le rivoluzioni passano. Gli imperi finiscono. Le statue vengono abbattute. Ma provate ancora oggi a chiedere a un russo di una certa età chi fosse Cipollino. Vedrete comparire lo stesso sorriso che incontrai nel mio primo viaggio. Ci sono scrittori che appartengono al proprio Paese e scrittori che, per uno di quei misteriosi slittamenti della storia, finiscono per appartenere a un altro. Gianni Rodari è uno di questi. In Italia è un classico della letteratura per l'infanzia, celebrato nelle biblioteche, nelle scuole e nelle antologie. Nell'Unione Sovietica, invece, è stato qualcosa di più: un autore popolare, familiare, capace di attraversare tre generazioni senza perdere il profumo dell'infanzia. Un patrimonio collettivo. Le storie, dopotutto, non viaggiano con il passaporto. Attraversano le frontiere seguendo correnti invisibili fatte di traduttori, editori coraggiosi, maestre pazienti e bambini curiosi. Correva il 1951 quando Gianni Rodari pubblicò Il romanzo di Cipollino. Maestro elementare, giornalista de l'Unità, comunista convinto ma, soprattutto, straordinario inventore di mondi, Rodari aveva immaginato una repubblica vegetale dove cipolle, ravanelli, ciliegie e pomodori si comportavano esattamente come gli esseri umani. O forse il contrario: erano gli uomini ad assomigliare fin troppo ai loro ortaggi. Da una parte c'era il Principe Limone, aristocratico per diritto di buccia. Dall'altra il Cavalier Pomodoro, burocrate zelante e permaloso, convinto che l'autorità fosse una virtù naturale. In mezzo, una piccola cipolla destinata a scoprire che perfino i più umili possono mettere in crisi il potere semplicemente rifiutandosi di averne paura. È, in poche parole, la lotta di classe travestita da orto botanico: gli umili ortaggi contro l'aristocrazia dei frutti, che si crede — letteralmente — sangue più dolce.
In Italia, il romanzo raccoglie un successo così così: un applauso educato, niente di più. Il libro rischia il destino di tanti esordi promettenti: lo scaffale, la polvere, l'oblio. Le favole, però, possiedono un curioso talento: scelgono da sole il luogo in cui diventare immortali. Nell’autunno dello stesso anno, Rodari arriva a Mosca con una delegazione del Partito Comunista Italiano. Prima di ripartire lascia alcuni suoi libri. Gesto minimo, quasi distratto. Ma le favole, come i semi, non chiedono il permesso per germogliare. Quelle copie finiscono nelle mani del poeta Samuil Maršak e della traduttrice Zlata Potapova. E mentre a Roma continua a essere trattato con la sufficienza riservata ai libri per l'infanzia, a Mosca comincia una storia d'amore che dura tuttora. Era nato Чиполлино (Čipollino). Così, il piccolo vegetale trovò nell'Urss una patria inattesa. Fu tradotto quasi subito e conobbe un successo straordinario. Le tirature raggiunsero milioni di copie. Ma un libro diventa davvero immortale quando smette di essere soltanto un libro. Nel 1961 lo studio Soyuzmultfilm, la Disney sovietica, realizzò il primo cartone animato dedicato a Čipollino. Ancora oggi, molti russi ricordano quella versione animata con la stessa naturalezza con cui noi ricordiamo il Carosello o le favole della buonanotte. Era un'animazione delicata, poetica, lontana dai ritmi frenetici dei cartoni occidentali. I personaggi avevano la grazia malinconica tipica della scuola sovietica d'animazione: buffi senza essere grotteschi, ironici senza diventare caricature. Cipollino sembrava nato tra i tigli di Mosca più che negli orti italiani.
La sua fortuna non si fermò allo schermo.
Nel 1973 arrivò il film musicale, mentre pochi anni dopo il compositore Karen Chačaturjan trasformò la favola in un balletto destinato a entrare nel repertorio del Teatro Bol'šoj. È difficile immaginare un destino più singolare: un personaggio nato dalla fantasia di un maestro di Omegna che danza sul palcoscenico più prestigioso dell'Unione Sovietica. Era accaduto qualcosa di raro. Cipollino aveva smesso di essere un personaggio straniero. Era diventato un ricordo d'infanzia.
Ed è forse questa la più grande ironia della Guerra fredda. Mentre gli adulti dividevano il mondo in blocchi, un maestro elementare piemontese riusciva a unire milioni di bambini da Vladivostok a Kaliningrad con una favola che parlava di giustizia, amicizia e libertà. Nessuna diplomazia avrebbe potuto ottenere un risultato simile. Ma la “favola” straordinaria di Gianni Rodari in Urss non si fermerà qui, lo scrittore vi tornerà più volte negli anni successivi, incontrando bambini, insegnanti, intellettuali, raccogliendo appunti per i suoi libri di viaggio. E mentre in Italia la sua consacrazione arriverà solo più tardi — sancita dal Premio Andersen nel 1970 — a Mosca Cipollino era di casa già da vent'anni: profeta più onorato in patria straniera che in patria propria, per una volta capovolgendo il proverbio.
Sarebbe troppo semplice spiegare il successo di Cipollino con la politica. E, come spesso accade con le spiegazioni troppo semplici, sarebbe anche sbagliato.
Ma le grandi storie hanno un vizio: sfuggono sempre alle interpretazioni che cercano di imprigionarle.
Rodari non era uno scrittore di propaganda. Era uno scrittore della libertà. E la differenza è enorme.
Nelle sue pagine il potere non è mai affascinante. È goffo, vanitoso, spesso ridicolo. I suoi tiranni non hanno la statura tragica dei re shakespeariani; assomigliano piuttosto a quei personaggi che, gonfi della propria importanza, finiscono inevitabilmente per inciampare nella realtà. Il Principe Limone non incute timore: suscita un sorriso. E il sorriso, si sa, è una delle forme più eleganti della disobbedienza.
In fondo Rodari faceva ciò che fanno da sempre i migliori narratori per l'infanzia: abbassava i potenti dal piedistallo e riportava il mondo all'altezza degli occhi di un bambino.
Forse è proprio questo che conquistò i lettori sovietici, perché nelle sue pagine riconobbero un'idea dell'infanzia sorprendentemente moderna: il bambino come cittadino del futuro, curioso, capace di mettere in discussione l'autorità senza perdere la leggerezza del gioco.
La cultura russa ha sempre avuto un rapporto speciale con le fiabe. Da Aleksandr Puškin a Kornej Čukovskij, da Samuil Maršak a Nikolaj Nosov, il fantastico non è mai stato considerato un semplice passatempo, ma un modo per interrogare la realtà. Le favole educavano senza predicare, facevano riflettere senza rinunciare al sorriso. Rodari arrivò in un terreno già preparato ad accoglierlo.
Parlava una lingua che i bambini russi comprendevano immediatamente, pur restando profondamente italiana. Una lingua fatta di giochi di parole, di ironia, di fantasia e di quella fiducia quasi ostinata nell'intelligenza infantile che attraversa tutta la sua opera. Non spiegava il mondo: invitava a scoprirlo. Non impartiva lezioni: apriva finestre.
Forse è questa la ragione per cui Cipollino sopravvisse perfino all'Unione Sovietica.
Quando nel 1991 la bandiera rossa fu ammainata dal Cremlino, milioni di libri cambiarono improvvisamente significato. Alcuni finirono nei magazzini, altri scomparvero dagli scaffali, altri ancora rimasero prigionieri di un'epoca che non c'era più.
Cipollino, invece, rimase.
Continuò a essere ristampato in Russia e nelle altre ex repubbliche sovietiche. I genitori lo comprarono per i propri figli non perché fosse consigliato dalla scuola, ma perché apparteneva ai loro ricordi, apparteneva alla memoria familiare, quella memoria che sopravvive ai governi, alle ideologie e perfino alle frontiere.
Era diventato un classico.
Quando un libro continua a essere letto anche dopo la fine del mondo che lo aveva accolto con entusiasmo, significa che aveva messo radici più profonde della storia che sembrava averlo consacrato. Rodari aveva scritto una fiaba. La propaganda vi aveva letto un manifesto. I lettori vi avevano trovato qualcosa di diverso ancora.
Le ideologie passano, le fiabe, invece, continuano a fare il loro lavoro silenzioso. Entrano nelle stanze dei bambini, si nascondono tra le pagine di un libro illustrato e aspettano il momento giusto per insegnare ciò che nessun manuale riesce davvero a spiegare: che il coraggio può avere il profumo di una cipolla, che il potere non è mai invincibile e che l'immaginazione, quando è autentica, è sempre un piccolo atto di libertà.
Le epoche cambiano. L'infanzia, fortunatamente, resta.
