Gramsci e il dileguare dello Stato

Gramsci è contrario all’instaurazione, durante il periodo di transizione al socialismo, di un diritto costituzionale di tipo tradizionale, in quanto scopo del nuovo Stato deve essere il suo togliersi dialetticamente mediante il progressivo assorbimento delle funzioni politiche nel corpo vivo della società civile


Gramsci e il dileguare dello Stato Credits: http://www.giornidistoria.net/il-27-aprile-1937-muore-in-carcere-antonio-gramsci/

Secondo Antonio Gramsci nella società socialista il diritto penale non dovrebbe fondarsi su di un codice posto come perpetuo ma dovrebbe, per quanto possibile, essere duttile per aderire all’incessante sviluppo della vita nella sua concretezza evitando, al contempo, ogni improvvisazione spontaneista [1]. Gramsci è contrario all’instaurazione, durante il periodo di transizione al socialismo, di un diritto costituzionale di tipo tradizionale, in quanto scopo dello Stato deve essere il suo progressivo togliersi dialetticamente mediante il graduale riassorbimento delle funzioni politiche nel corpo vivo della società civile. Del resto, come mette in evidenza acutamente Gramsci, nello stesso concetto di Stato “deve intendersi oltre all’apparato governativo anche l’apparato ‘privato’ di egemonia o società civile” (6, 137: 801), secondo una concezione di matrice hegeliana.

Perciò, lo sviluppo del modello anglosassone-romano pare a Gramsci più aderente a tale funzione del modello bizantino-napoleonico (cfr. 6, 84: 756-58). Mediante la sua funzione formativa lo Stato dovrà far in modo che la necessità e la coercizione giuridica divengano progressivamente superflue in quanto i singoli tenderanno a riconoscersi nell’uomo collettivo, protagonista della nuova struttura produttiva. La lotta, a parere di Gramsci, non deve esser condotta contro l’individualismo in quanto tale, ma contro la sua determinazione economica, nel momento in cui essa non è più funzionale allo sviluppo sociale. Per dirla con Gramsci stesso: “lotta contro l’individualismo è contro un determinato individualismo, con un determinato contenuto sociale, e precisamente contro l’individualismo economico in un periodo in cui esso è diventato anacronistico (non dimenticare però che esso è stato necessario storicamente e fu una fase dello svolgimento progressivo). Che si lotti per distruggere un conformismo autoritario, divenuto retrivo e ingombrante, e attraverso una fase di sviluppo di individualità e personalità critica si giunga all’uomo-collettivo è una concezione dialettica difficile da comprendere per le mentalità schematiche e astratte. Come è difficile da comprendere che si sostenga che attraverso la distruzione di una macchina statale si giunga a crearne un’altra più forte e complessa” (9, 23: 1111).

Si tratterà, dunque, di rendere libero ciò che è necessario [2], in quanto vi si riconosce il proprio interesse storico, ovvero di dare a ogni imposizione una nuova forma adeguata al gruppo sociale emergente, in breve si dovrà formare un nuovo costume indispensabile alla struttura produttiva che si intende realizzare. Per dirla ancora con Gramsci: “sono in contrasto la libertà e il così detto automatismo? L’automatismo è in contrasto con l’arbitrio, non con la libertà. L’automatismo è una libertà di gruppo, in opposizione all’arbitrio individualistico. Quando Ricardo diceva ‘poste queste condizioni’ si avranno queste conseguenze in economia, non rendeva ‘deterministica’ l’economia stessa, né la sua concezione era ‘naturalistica’. Osservava che posta l’attività solidale e coordinata di un gruppo sociale, che operi secondo certi principi accolti per convinzione (liberamente) in vista di certi fini, si ha uno sviluppo che si può chiamare automatico e si può assumere come sviluppo di certe leggi riconoscibili e isolabili col metodo delle scienze esatte. In ogni momento c’è una scelta libera, che avviene secondo certe linee direttrici identiche per una gran massa di individui o volontà singole, in quanto queste sono diventate omogenee in un determinato clima etico-politico. Né è da dire che tutti operano in modo uguale: gli arbitrî individuali sono anzi molteplici, ma la parte omogenea predomina e ‘detta legge’. Che se l’arbitrio si generalizza, non è più arbitrio ma spostamento della base dell’‘automatismo’, nuova razionalità. Automatismo è niente altro che razionalità, ma nella parola ‘automatismo’ è il tentativo di dare un concetto spoglio di ogni alone speculativo” (10, 8: 1245-246).

Necessario e obiettivo non è solo un determinato strumento tecnico, ma anche un nuovo modo di relazionarsi fra gli uomini fondato su una nuova pedagogia funzionale allo sviluppo del rinnovato modo di produzione. L’universalità della morale non è in effetti, a parere di Gramsci, pensabile astrattamente dall’“oggettiva necessità della tecnica civile” (16, 12: 1876) a essa corrispondente. Sarà al contempo indispensabile sviluppare l’individualità per poter realizzare l’uomo-collettivo, sintetizzando lo spontaneismo con la disciplina, la socialità con l’originalità, la libertà con la necessità.

Quindi, Gramsci a tal proposito si domanda: “come deve essere intesa la disciplina, se si intende con questa parola un rapporto continuato e permanente tra governanti e governati che realizzi una volontà collettiva? Non certo come passivo e supino accoglimento di ordini, come meccanica esecuzione di una consegna (ciò che penso sarà pure necessario in determinate occasioni, come per esempio nel mezzo di un’azione già decisa e iniziata) ma come una consapevole e lucida assimilazione della direttiva da realizzare. La disciplina pertanto non annulla la personalità in senso organico, ma solo limita l’arbitrio e l’impulsività irresponsabile, per non parlare della fatua volontà di emergere. Se si pensa, anche il concetto di ‘predestinazione’ proprio di alcune correnti del cristianesimo non annulla il così detto ‘libero arbitrio’ nel concetto cattolico, poiché l’individuo accetta ‘volente’ il volere divino (...) al quale, è vero, non potrebbe contrastare, ma a cui collabora o meno con tutte le sue forze morali. La disciplina pertanto non annulla la ‘personalità e libertà’ si pone non per il fatto della disciplina, ma per l’ ‘origine del potere che ordina la disciplina’. Se questa origine è ‘democratica’, se cioè l’autorità è una funzione tecnica specializzata e non un ‘arbitrio’ o una imposizione estrinseca ed esteriore, la disciplina è un elemento necessario di ordine democratico, di libertà” (14, 48: 1706-707).

Per quanto concerne invece la razionalizzazione della produzione, Gramsci ritiene che, anche nella forma della taylorizzazione, non solo è la base economica per lo sviluppo dell’uomo collettivo, ma favorendo lo standardizzarsi dei costumi ne favorisce l’affermazione.

Note:

[1] Nota acutamente su queste problematiche Gramsci: “la concezione del diritto dovrà essere liberata da ogni residuo di trascendenza e di assoluto praticamente di ogni fanatismo moralistico, tuttavia mi pare non possa partire dal punto di vista che lo Stato non ‘punisce’ (se questo termine è ridotto al suo significato umano) ma lotta solo contro la ‘pericolosità’ sociale. In realtà lo Stato deve essere concepito come ‘educatore’ in quanto tende appunto a creare un nuovo tipo di civiltà. Per il fatto che si opera essenzialmente sulle forze economiche, che si riorganizza e si sviluppa l’apparato di produzione economica, che si innova la struttura, non deve trarsi la conseguenza che i fatti di soprastruttura debbano abbandonarsi a se stessi, al loro sviluppo spontaneo, a una germinazione casuale e sporadica. Lo Stato, anche in questo campo, è uno strumento di ‘razionalizzazione’, di accelerazione e di taylorizzazione, opera secondo un piano, preme, incita, sollecita, e ‘punisce’, poiché create le condizioni in cui un determinato modo di vita è ‘possibile’, l’ ‘azione o l’omissione criminale’ devono avere una sanzione punitiva, di portata morale, e non solo un giudizio di pericolosità generica. Il diritto [penale, la giustizia penale] è l’aspetto repressivo e negativo di tutta l’attività positiva di incivilimento svolta dallo Stato. Nella concezione del diritto dovrebbero essere incorporate anche le attività ‘premiatrici’ di individui, di gruppi ecc.; si premia l’attività lodevole e meritoria, come si punisce l’attività criminale (e si punisce in modi originali, facendo intervenire l’ ‘opinione pubblica’, come sanzionatrice)”. Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1977, pp. 1570-571. D’ora in poi citeremo quest’opera fra parentesi tonde direttamente nel testo, indicando il quaderno, il paragrafo e il numero di pagina di questa edizione.

[2] Sulla necessità di rendere ogni elemento imposto libero ci pare interessante riportare l’intera riflessione di Gramsci su questo punto dirimente: “constatato che, essendo contraddittorio l’insieme dei rapporti sociali, non può non essere contraddittoria la coscienza degli uomini, si pone il problema del come possa essere progressivamente ottenuta l’unificazione: si manifesta nell’intero corpo sociale, con l’esistenza di coscienze storiche di gruppo (con l’esistenza di stratificazioni corrispondenti a diverse fasi dello sviluppo storico della civiltà e con antitesi nei gruppi che corrispondono a uno stesso livello storico) e si manifesta negli individui singoli come riflesso di una tale disgregazione ‘verticale e orizzontale’. Nei gruppi subalterni, per l’assenza di autonomia nell’iniziativa storica, la disgregazione è più grave e più forte la lotta per liberarsi dai principi imposti e non proposti nel conseguimento di una coscienza storica autonoma: i punti di riferimento in tale lotta sono disparati e uno di essi, quello appunto che consiste nella ‘naturalità’, nel porre come esemplare la ‘natura’ ottiene molta fortuna perché pare ovvio e semplice. Come invece dovrebbe formarsi questa coscienza storica proposta autonomamente? Come ognuno dovrebbe scegliere e combinare gli elementi per la costruzione di una tale coscienza autonoma? Ogni elemento ‘imposto’ sarà da ripudiarsi a priori? Sarà da ripudiare come imposto, ma non in se stesso, cioè occorrerà dargli una nuova forma che sia propria del gruppo dato. [...] Occorre fare ‘libertà’ di ciò che è ‘necessario’, ma perciò occorre riconoscere una necessità ‘obbiettiva’, cioè che sia obbiettiva precipuamente per il gruppo in parola. Bisogna perciò riferirsi ai rapporti tecnici di produzione, a un determinato tipo di civiltà economica che per essere sviluppato domanda un determinato modo di vivere, determinate regole di condotta, un certo costume. Occorre persuadersi che non solo è ‘oggettivo’ e necessario un certo attrezzo, ma anche un certo modo di comportarsi, una certa educazione, un certo modo di convivenza ecc.; in questa oggettività e necessità storica (che peraltro non è ovvia, ma ha bisogno di chi la riconosca criticamente e se ne faccia sostenitore in modo completo e quasi ‘capillare’) si può basare l’‘universalità’ del principio morale, anzi non è mai esistita altra universalità che questa oggettiva necessità della tecnica civile, anche se interpretata con ideologie trascendenti o trascendentali e presentata volta per volta nel modo più efficace storicamente perché si raggiungesse lo scopo voluto” (16, 12: 1875-876).

04/07/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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