Gramsci e il ruolo delle masse nella modernità

L’ingresso delle masse nella vita politica produce un profondo mutamento della funzione direttiva svolta dagli intellettuali, la cui funzione socio-politica muta a seconda del modo in cui si rapportano alla classe di riferimento.


Gramsci e il ruolo delle masse nella modernità

L’analisi del ruolo delle masse nella modernità è determinante nella riflessione di Antonio Gramsci su partiti politici e intellettuali. La forma rappresentativa dello Stato moderno diviene concreta mediante i partiti politici e sociali, “trama 'privata'” di cui esso si serve per ‘educare’ le masse alla vita statale o, meglio, per conformare alla propria struttura di dominio di classe le masse e governare “col consenso dei governati, ma col consenso organizzato, non generico e vago quale si afferma nell’istante delle elezioni” [1]. I partiti sono considerati da Gramsci “scuole della vita statale”, ovvero essi rappresentano “lo spontaneo aderire di una élite” a quelle norme di condotta che il diritto impone coercitivamente, rendendo norme di convivenza interna liberamente assunte quei “principii di condotta morale quelle regole che nello Stato sono obbligazioni legali” (7, 90: 920). 

Nell’epoca moderna apertasi con la Rivoluzione francese i partiti politici svolgono, dunque, un ruolo decisivo nell’elaborazione e diffusione delle concezioni del mondo “in quanto essenzialmente elaborano l’etica e la politica conforme ad esse, cioè funzionano quasi da 'sperimentatori' storici di esse concezioni” (11, 12: 1387). Essi “selezionano individualmente la massa operante e la selezione avviene sia nel campo pratico che in quello teorico congiuntamente”. Essi sono “il crogiolo dell’unificazione di teoria e pratica intesa come processo storico reale” (ibidem). Le differenti classi sociali tendono sulla base della consapevolezza di sé e dei propri interessi a dotarsi di propri intellettuali organici “che gli danno omogeneità e consapevolezza della propria funzione non solo nel campo economico, ma anche in quello sociale e politico” (12, 1: 1513). I partiti politici sono “la funzione di massa” che forma “i dirigenti necessari perché un gruppo sociale definito (…) si articoli e da caos tumultuoso diventi esercito politico organicamente predisposto” (13, 31: 1627-628). L’azione politica organizzata nelle associazioni tende “a far uscire le moltitudini dalla passività” mettendo in crisi la scienza positivista che pretende applicare la legge statistica utile nelle scienze naturali quale criterio fondamentale d’indagine sociologica. La concezione determinista e meccanica della storia è essenzialmente legata alla passività delle grandi masse popolari, che le porta a considerare il corso storico quale “prodotto di una entità fantasmagorica, l’astrazione dell’organismo collettivo, una specie di divinità autonoma” (15, 13: 1770) operante al di sopra degli individui.

In un primo momento prevale il dirigente carismatico che “coincide sempre con una fase primitiva dei partiti di massa, con la fase in cui la dottrina si presenta alle masse come qualcosa di nebuloso e incoerente, che ha bisogno di un papa infallibile per essere interpretata e adattata alle circostanze” (2, 75; 233). La concezione meccanicista che porta a scindere teoria e prassi e a considerare la prima mero complemento accessorio della seconda è indizio che l’organizzazione vive “una fase storica relativamente primitiva, una fase ancora economico-corporativa, in cui si trasforma quantitativamente il quadro generale della 'struttura' e la qualità-superstruttura adeguata è in via di sorgere, ma non è ancora organicamente formata” (ibidem). D’altra parte tale funzione è indispensabile a dare alla massa indistinta e priva di indipendenza una struttura organizzativa che la renda autocosciente. Gramsci critica ogni sopravvalutazione dello spontaneismo delle masse, il cui atteggiamento nei momenti cruciali non è mai indipendente da quello delle classi dirigenti. Se esse non sono organizzate e dirette dall’intellettuale collettivo “le reazioni spontanee (…) delle masse popolari possono solo servire a indicare la 'forza' di direzione delle classi alte” (19, 3: 1972-973). È necessario che “l’aspetto teorico del nesso teoria-pratica si distingua concretamente in uno strato di persone 'specializzate' nell’elaborazione concettuale e filosofica” (11, 12: 1386). La decisiva innovazione nella direzione politica delle masse di produttori “non può diventare di massa, nei suoi primi stadi, se non per il tramite di una élite in cui la concezione implicita nella umana attività sia già diventata in una certa misura coscienza attuale coerente e sistematica e volontà precisa e decisa” (11, 12: 1387). Le necessità politiche del “sistema sociale democratico-burocratico” (12, 1: 1520), ancora più che le necessità economiche, impongono un enorme aumento del numero degli intellettuali. Ciò richiede una formazione tendenzialmente di massa che oltre a produrre una standardizzazione degli intellettuali determina gli stessi effetti che nelle altre funzioni sociali di massa: “concorrenza che pone la necessità dell’organizzazione professionale di difesa, disoccupazione, superproduzione scolastica, emigrazione” (ivi: 1521). L’ingresso delle masse nella vita politica produce un profondo mutamento della funzione direttiva svolta dagli intellettuali. (cfr. Q 6, 107: 779-80). La loro funzione socio-politica muta a seconda del modo in cui si rapportano alla classe di riferimento, che può essere più o meno organico o paternalistico rispetto alle masse popolari, più o meno subalterno o paritario rispetto alle classi dirigenti (19, 26: 2041). “Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la questione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale” (29, 3: 2346). Gli intellettuali tradizionali sovente non si rendono conto d’esercitare una direzione politica e culturale di “secondo grado” sulle grandi masse, poiché anche loro si trovano in modo più o meno diretto a sottostare alla grande borghesia che esercita la direzione di primo grado (cfr. 3, 39: 317). Gli intellettuali tradizionali che lavorano nelle istituzioni dello Stato, ad esempio, non hanno coscienza di essere in tal modo equiparati agli intellettuali organici alla classe dirigente dello Stato e credono di essere loro stessi lo Stato. La piccola borghesia pur avendo la maggioranza fra gli intellettuali che svolgono funzioni direttive finisce sempre per dover sottomettere la propria indipendenza formale alle direttive degli intellettuali organici alla grande borghesia e ai loro strumenti mediatici maggiormente capaci di formare l’opinione pubblica (cfr. 24, 2: 2262). “Lo stesso processo si è ripetuto nel mondo cattolico dopo la formazione del Partito Popolare, 'distinzione' democratica che i destri sono riusciti a subordinare ai propri programmi. Nell’un caso e nell’altro i piccoli borghesi, pur essendo la maggioranza tra gli intellettuali dirigenti, sono stati soverchiati dagli elementi della classe fondamentale: nel campo laico gli industriali del 'Corriere', nel campo cattolico la borghesia agraria unita ai grandi proprietari soverchiano i professionisti della politica del 'Secolo' e del Partito Popolare, che pure rappresentano le grandi masse dei due campi, i semi proletari e piccoli borghesi della città e della campagna” (ibidem). Nel modo di produzione capitalistico essi sono tendenzialmente ridotti a “'commessi' del gruppo dominante per l’esercizio delle funzioni subalterne dell’egemonia sociale e del governo politico” (12, 1: 1519) ovvero sono o funzionari della società civile volti a preservare il “consenso 'spontaneo' dato dalle grandi masse della popolazione all’indirizzo impresso alla vita sociale dal gruppo fondamentale dominante, consenso che nasce 'storicamente' dal prestigio (…) derivante al gruppo dominante dalla sua posizione e dalla sua funzione nel mondo della produzione” oppure funzionari degli apparati dello Stato di cui si serve per assicurarsi “'legalmente' la disciplina di quei gruppi che non 'consentono' né attivamente né passivamente” (ibidem). Del resto tale apparato repressivo è costituito per l’intera società “in previsione dei momenti di crisi nel comando e nella direzione in cui il consenso spontaneo vien meno” (ibidem).

Dunque, come fa notare acutamente Gramsci: “il rapporto tra gli intellettuali e il mondo della produzione non è immediato, come avviene per i gruppi sociali fondamentali, ma è mediato, in diverso grado, da tutto il tessuto sociale, dal complesso delle superstrutture, di cui appunto gli intellettuali sono i 'funzionari'. Si potrebbe misurare l’'organicità' dei diversi strati intellettuali, la loro più o meno stretta connessione con un gruppo sociale fondamentale, fissando una gradazione delle funzioni e delle sovrastrutture dal basso in alto (dalla base strutturale in su). Si possono, per ora, fissare due grandi 'piani' super strutturali, quello che si può chiamare della 'società civile', cioè dell’insieme di organismi volgarmente detti 'privati' e quello della 'società politica o Stato' e che corrispondono alla funzione di 'egemonia' che il gruppo dominante esercita in tutta la società e a quello di 'dominio diretto' o di comando che si esprime nello Stato e nel governo 'giuridico'. Queste funzioni sono precisamente organizzative e connettive” (ivi: 1518-519) [2].

Note:

[1] Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1977, p. 56. D’ora in poi citeremo quest’opera fra parentesi tonde direttamente nel testo, indicando il quaderno, il paragrafo e il numero di pagina di questa edizione.

[2] La distinzione fra intellettuali organici e tradizionali si riproduce abbastanza fedelmente in quella fra intellettuali urbani e rurali. I primi sono il prodotto dello sviluppo dell’apparato produttivo capitalistico. Essi sono privi di “iniziativa autonoma nel costruire i piani di costruzione; mettono in rapporto, articolandola, la massa strumentale con l’imprenditore, elaborano l’esecuzione immediata del piano di produzione stabilito dallo stato maggiore dell’industria, controllandone le fasi lavorative elementari” (12, 1: 1520). Qui è più avanzata la standardizzazione e meno significativa la funzione politica, il che fa sì che siano talvolta suscettibili dell’egemonia esercitata dagli intellettuali organici delle classi strumentali. Essendo legati a masse sociali come quella agricola o dei piccoli centri, non ancora pienamente subordinata al modo di produzione capitalistico, gli intellettuali rurali si distinguono meno dai tradizionali. La loro funzione è di connessione fra la massa di contadini e l’amministrazione statale locale. Essendo tale funzione professionale di mediazione meno distinguibile dalla funzione politica, essi svolgono un ruolo più immediato di direzione socio-politica delle masse strumentali. “Inoltre: nella campagna l’intellettuale (prete, avvocato, maestro, notaio, medico ecc.) ha un medio tenore di vita superiore o almeno diverso da quello del medio contadino e perciò rappresenta per questo un modello sociale nell’aspirazione a uscire dalla sua condizione e a migliorarla. Il contadino pensa sempre che almeno un suo figliolo potrebbe diventare intellettuale (specialmente prete), cioè diventare un signore, elevando il grado sociale della famiglia e facilitandone la vita economica con le aderenze che non potrà non avere tra gli altri signori. L’atteggiamento del contadino verso l’intellettuale è duplice e pare contraddittorio: egli ammira la posizione sociale dell’intellettuale e in generale dell’impiegato statale, ma finge talvolta di disprezzarla, cioè la sua ammirazione è intrisa istintivamente da elementi di invidia e di rabbia appassionata. Non si comprende nulla della vita collettiva dei contadini e dei germi e fermenti di sviluppo che vi esistono se non si prende in considerazione, non si studia in concreto e non si approfondisce, questa subordinazione effettiva agli intellettuali: ogni sviluppo organico delle masse contadine, fino a un certo punto, è legato ai movimenti degli intellettuali e ne dipende” (ivi: 1520-21). Tanto più che, come osserva ancora Gramsci, “diversa è la struttura e l’origine dei ceti intellettuali: nel Mezzogiorno predomina ancora il tipo del [curiale o del] “paglietta”, che pone a contatto la massa contadina con quella dei proprietari con l’apparato statale; nel Nord domina il tipo del 'tecnico' d’officina che serve di collegamento tra la massa operaia e gli imprenditori: il collegamento con lo Stato era funzione delle organizzazioni sindacali e dei partiti politici, diretti da un ceto intellettuale completamente nuovo” (19, 26: 2038). Del resto, come sottolinea ancora Gramsci, in Italia: “la grande massa degli intellettuali appartiene a quella borghesia rurale, la cui posizione economica è possibile solo se le masse contadine sono spremute fino alle midolla. Quando dalle parole si dovesse passare ai fatti concreti, questi significherebbero una distruzione radicale della base economica di questi gruppi intellettuali” (14, 35: 1693).

13/05/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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