L'Iran sull'orlo di sviluppi potenzialmente devastanti: la necessità di un'azione urgente per salvare il paese dalla dittatura

Riportiamo la traduzione di un comunicato del partito del Tudeh in relazione ai recenti sviluppi della crisi  iraniana.


L'Iran sull'orlo di sviluppi potenzialmente devastanti: la necessità di un'azione urgente per salvare il paese dalla dittatura

Dobbiamo ribadire con chiarezza che l’inizio dell’attuale sollevazione di protesta e la sua estensione negli ultimi quindici giorni affondano direttamente le loro radici nella rapida espansione della povertà, delle disuguaglianze, dell’ingiustizia sociale e della corruzione sistemica, prodotte dalle politiche economiche del governo negli ultimi tre decenni, e non nella richiesta di un ritorno della monarchia o della restaurazione del regime monarchico.

Accanto alla lotta eroica di centinaia di migliaia di persone contro il dispotismo e l’oppressione di classe, si osserva tuttavia l’azione di alcuni elementi e gruppi organizzati che, attraverso pratiche sabotatrici e violente, cercano di preparare il terreno per un intervento diretto degli Stati Uniti e dei loro alleati nel corso delle attuali proteste.

In questo contesto, le conseguenze disastrose delle politiche interne del governo teocratico, unite all’effetto devastante delle sanzioni statunitensi sulla vita e sul sostentamento della popolazione, hanno portato il Paese in una situazione estremamente critica.

I media imperialisti, facendo leva sulle enormi risorse di cui dispongono, hanno avviato una nuova campagna di propaganda e diffusione di narrazioni false a favore del ritorno della monarchia, tentando di cavalcare le legittime proteste popolari e di deviare il movimento antidittatoriale. Da un lato, essi forniscono un pretesto ai vertici del regime per accusare i manifestanti di essere strumenti degli Stati Uniti e di Israele; dall’altro, ingigantendo artificialmente le correnti monarchiche, cercano di ostacolare la costruzione della solidarietà e del coordinamento tra le forze progressiste e nazionali.

Gli sviluppi interni ed esterni degli ultimi giorni dimostrano che la corrente artificiale e dipendente formatasi attorno allo slogan del “ritorno della monarchia” è priva di una reale base sociale e di un programma democratico credibile. Senza le minacce e l’intervento di Stati Uniti e Israele, essa non è in grado di svolgere alcun ruolo se non quello di sabotare il movimento antidittatoriale e le proteste popolari. Emblematico è il vergognoso appello di Reza Pahlavi a Donald Trump, il 19 Dey, affinché intervenisse in Iran con il pretesto di “aiutare il popolo iraniano”: un chiaro esempio di comportamento antinazionale.

Queste prese di posizione hanno fornito al regime islamico l’alibi perfetto per intensificare la repressione, appellandosi agli ordini di Khamenei, che ha bollato i manifestanti come “sobillatori” e “mercenari stranieri”. Attraverso accuse infondate di “terrorismo”, “disordini” e collaborazione con il “nemico”, espresse da esponenti governativi come Pezeshkian, l’intero movimento di protesta viene repressO con la violenza.

Alla luce delle minacce di Trump di un intervento militare, il comportamento congiunto di Reza Pahlavi e dei vertici della Repubblica Islamica rischia di spianare la strada a un’aggressione statunitense contro l’Iran.

Negli ultimi giorni, i grandi media occidentali e diversi esponenti politici hanno deliberatamente amplificato la visibilità della corrente monarchica, presentando come inevitabile il crollo della Repubblica Islamica e come necessaria l’ingerenza diretta dell’Occidente, sotto la guida di Trump. In questo quadro si inserisce il cosiddetto “progetto di costruzione dell’alternativa”, promosso anche da reti come la BBC e sostenuto da dichiarazioni ufficiali, come quella del governo britannico che ha auspicato una “transizione pacifica del potere in Iran”.

Parallelamente, risultano profondamente preoccupanti le prese di posizione di alcune figure note della società iraniana — tra cui Shirin Ebadi, Mohsen Makhmalbaf e Abdullah Mohtadi — che, in sintonia con Reza Pahlavi, hanno chiesto a Trump di intervenire negli sviluppi iraniani, inclusa un’azione militare. Tali richieste ignorano deliberatamente il carattere fascista, misogino, razzista e aggressivo delle politiche di Trump e del suo alleato Netanyahu.

Nel quadro dei piani strategici degli Stati Uniti e dei loro alleati, il ricorso all’intervento straniero negli affari interni dell’Iran non serve a sostenere il popolo, ma a impedire l’organizzazione autonoma del movimento popolare e la nascita di una forza iraniana capace di liberare il Paese dalla dittatura e orientarlo verso trasformazioni nazionali e democratiche. Queste politiche imperialiste si sono ripetute più volte nell’ultimo secolo, con il coinvolgimento diretto della dinastia Pahlavi, come nel colpo di Stato del 1953 contro il governo di Mossadeq.

Dopo la rivoluzione popolare del 1979, la dittatura teocratica ha rapidamente tradito gli ideali rivoluzionari, schierandosi contro i lavoratori e gli interessi nazionali per difendere il potere dell’“Islam politico” e le enormi ricchezze delle élite al potere. Oggi la crisi ha raggiunto un livello tale che la società vede chiuse tutte le vie legali di rivendicazione, ed è giunta a una fase di protesta di massa esplosiva, nonostante la repressione.

È ormai evidente che il governo teocratico ha perso la capacità di governare il conflitto sociale e di colmare il profondo divario tra popolo e istituzioni. Le recenti dichiarazioni ufficiali, incluse quelle di Pezeshkian e Ghalibaf, oscillano tra vuota retorica e pericolose minacce di guerra, contribuendo ad aggravare ulteriormente la situazione.

La realtà è che sia le fazioni dominanti della Repubblica Islamica sia le forze legate agli Stati Uniti di Trump mirano alla perpetuazione di una qualche forma di governo autoritario in Iran. Il Paese si trova oggi nel suo momento di massima fragilità politica, economica e sociale, al centro di manovre geopolitiche estremamente pericolose.

Come in altri momenti cruciali della storia recente, anche oggi la mancanza di unità delle forze progressiste e nazionali rappresenta un grave limite. La frammentazione, le divisioni e l’inazione favoriscono oggettivamente sia la dittatura teocratica sia le correnti monarchiche.

Il Partito Tudeh dell’Iran ha più volte ribadito la necessità di un dialogo costruttivo e di una collaborazione pratica basata su un programma minimo comune contro il regime autoritario. Solo attraverso un progetto condiviso è possibile orientare il movimento verso la difesa degli interessi nazionali e delle rivendicazioni popolari.

Nonostante le difficoltà, la lotta antidittatoriale, la difesa della pace e della sovranità nazionale continueranno. Dal punto di vista del Partito Tudeh dell’Iran, una piattaforma comune tra le forze progressiste dovrebbe fondarsi su questi obiettivi essenziali:

  • instaurazione di uno Stato nazionale-democratico e separazione completa tra religione e Stato
    • fine delle politiche neoliberiste nei settori fondamentali dell’economia
    • difesa della pace, della sovranità nazionale e opposizione a ogni intervento straniero
    • liberazione di tutti i prigionieri sindacali, politici e di coscienza

L’urgenza del momento impone di agire immediatamente e congiuntamente per salvare il Paese dalla dittatura.

Citato in "The People's Letter" n. 1251, 12 gennaio 2026

16/01/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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