Grandezza e limiti storici del marxismo di Losurdo

La sacrosanta critica all’utopismo e alla fuga dalla storia del mito delle origini porta Losurdo a considerare irrealizzabili gli stessi principi del comunismo.


Grandezza e limiti storici del marxismo di Losurdo Credits: https://www.oltrelalinea.news/2018/07/02/domenico-losurdo-faro-nella-battaglia-contro-il-liberal-capitalismo/

Di contro alla astratta parola d’ordine del ritorno a Marx, che implica una fuga dalla storia, Losurdo insiste a ragione sulla historia magistra vitae, ossia sulla necessità di apprendere mediante l’esperienza storica. Secondo la lezione del materialismo storico e della filosofia della prassi marxiana ogni teoria deve essere sperimentata nella sua capacità di realizzarsi nel corso storico, di divenire una prassi che consente uno sviluppo nel processo di razionalizzazione dell’esistente. Da qui il necessario ripensamento della portata storica di momenti e autori del patrimonio storico dei marxisti e comunisti ostracizzati dall’ideologia dominante. Da qui deriva l’esigenza di Losurdo di ripensare, in una prospettiva scevra di pregiudizi, personaggi e momenti storici del processo di transizione al socialismo demonizzati dal pensiero unico dominante, spesso anche a sinistra: da Stalin e l’età staliniana, a Togliatti sino alle Repubblica popolare cinese post-maoista.

D’altra parte, l’esigenza di valorizzare l’esperienza storica di contro all’astratto richiamarsi alle origini del marxismo, intendendo il corso storico da esso sviluppatosi un mero tradimento della dottrina marxiana, porta Losurdo, inconsapevolmente, a una concezione in qualche modo positivista dello sviluppo storico, che sarebbe caratterizzato essenzialmente da uno sviluppo lineare. Così Losurdo crede di poter rinvenire nel pensiero e nella politica di Stalin, fondata sulla capacità di tesaurizzazione dell’esperienza storica, uno sviluppo del marxismo tanto rispetto a Marx quanto nei riguardi di Lenin che lo stesso Stalin avrebbe presumibilmente rigettato. Discorso analogo vale per il pensiero e la prassi politica di Togliatti che dovrebbe essere intesa come un superamento dialettico, alla luce di un bagaglio maggiore di esperienze storiche, rispetto alla teoria e alla prassi politica di Gramsci. Infine questo schema di uno sviluppo storico lineare Losurdo ritiene di poterlo rinvenire nella storia e nel ripensamento, alla luce di essa, del marxismo operato nella Cina post-maoista.

In tutti e tre i casi lo schema interpretativo utilizzato è grossomodo lo stesso, ossia che l’esperienza storica avrebbe permesso tanto a Stalin, quanto a Togliatti, a Deng Xiaoping e ai suoi successori di revisionare gli aspetti astratti e utopistici dei loro, per quanto illustri, predecessori che il corso storico stesso avrebbe contribuito in modo decisivo a falsificare. Gli errori teorici e pratici dei grandi padri del marxismo, da Marx a Lenin sino a Mao Zedong, dipenderebbero dall’influenza nefasta dell’anarchismo che avrebbe condizionato in senso utopistico lo sviluppo del socialismo scientifico.

Del resto, a parere di Losurdo, i limiti storici dello stesso socialismo reale, influenzato negativamente in questo senso dagli stessi padri nobili del marxismo, dipenderebbero tanto da fattori esogeni, lo stato di eccezione permanente imposto ai paesi in transizione al socialismo dalle potenze imperialiste ancora dominanti a livello internazionale, e da fattori endogeni riconducibili a questi residui più o meno ingombranti della antica tradizione utopista. L’accento posto sui fattori esogeni è certamente uno dei contributi essenziali forniti da Losurdo per una riconsiderazione dialettica e non autofobica del bagaglio storico del marxismo e del comunismo. Anche perché molte delle critiche liberali al socialismo reale sono il prodotto di profezie che si autoavverano, in quanto è proprio il costante stato di assedio imposto ai paesi in transizione al socialismo a imporre, necessariamente, una limitazione della libertà dell’individuo e della democraticità dello Stato.

Anche la critica all’approccio utopistico alle problematiche della transizione al socialismo sono molto significative. Losurdo mostra con dovizia di particolari come la concezione teorica del necessario passaggio dalla fase di transizione socialista alla piena realizzazione del comunismo non abbia tenuto nel giusto conto che il concetto, la razionalità dovendosi realizzare storicamente debbono tener presente la necessità di fare i conti con l’altro da sé, con l’esistente che impedisce una immediata praticabilità degli assunti teorici. Tanto più, e torniamo ai fattori esogeni, che i processi storici di transizione al socialismo si sono sempre svolti non solo in epoche di preponderanza internazionale delle potenze imperialiste – che hanno imposto al socialismo reale un costante stato d’eccezione – ma anche il paesi dove non vi erano le condizioni strutturali e sovrastrutturali necessarie a portare a termine in tempi relativamente brevi la transizione al socialismo.

In effetti, il socialismo si è quasi esclusivamente imposto in paesi arretrati sia dal punto di vista economico-sociale – in quanto vi dominavano modi di produzione pre-capitalisti e la classe operaia era minoritaria – ma anche dal punto di vista giuridico, politico e culturale, ossia in paesi dove non si era affermato lo stato di diritto, la liberal-democrazia e una cultura moderna, fondata su una visione scientifica del mondo. Paesi che non avevano conosciuto i grandi momenti dello sviluppo storico moderno, dall’Umanesimo, al Rinascimento, dalla Riforma all’Illuminismo, che avevano favorito la conquista del potere da parte della borghesia, ne avevano conosciuto il positivismo, l’idealismo etc. ossia i momenti principali dello sviluppo dell’ideologia borghese divenuta dominante. Perciò in tali paesi non vi era la possibilità di un superamento dialettico della struttura e della sovrastruttura da cui dovrebbe appunto svilupparsi il modo di produzione socialista. Vi era molto del vecchio mondo precapitalistico da distruggere e poco dello sviluppo della modernità borghese da tesaurizzare. Ciò non poteva che favorire, in un primo momento, posizioni fondamentalmente nichiliste che ritenevano possibile realizzare una società socialista e persino comunista sulle rovine della propria arretratezza storica.

Così, ad esempio, la realizzazione di molti dei diritti materiali e reali, impediti dal dominio della borghesia nei paesi capitalisti, non è avvenuto come superamento dialettico dei diritti formali liberal-democratici, che sono stati semplicemente negati come propri di una società capitalista. Ciò ha impedito la realizzazione di una forma superiore di democrazia come quella socialista sovietica. Anzi il grande sviluppo, almeno in una prima fase, delle forze produttive e di uno Stato realmente sociale non è andato di pari passo con l’affermazione non solo delle libertà individuali e democratiche, ma dello stesso stato di diritto, che spesso si è preteso di negare astrattamente poiché estranei alla cultura marxista, in quanto prodotti essenzialmente dalla cultura borghese. Così, se i paesi del socialismo reale sono stati in grado di superare i tre grandi ostacoli imposti dal modo di produzione capitalistico a una piena realizzazione storica degli ideali della libertà individuale e della democrazia politica – 1) la conservazione di una società patriarcale fondata sulla schiavitù domestica, 2) il razzismo nei confronti dei popoli coloniali e degli immigrati, 3) il classismo su cui si fonda il dominio sui lavoratori manuali e più in generale salariati – non sono stati generalmente in grado di superare dialetticamente le conquiste storiche, liberaldemocratiche, del mondo borghese. Ciò ha favorito la demonizzazione da parte dell’ideologia dominante a livello internazionale dei paesi in transizione al socialismo come dominati da regimi totalitari e, addirittura da un universo concentrazionario.

Si è in effetti finita per accettare, almeno in un primo momento sull’onda del successo del processo rivoluzionario, l’utopia anarchica per cui sarebbe possibile realizzare la società comunista per decreto senza passare non solo per la necessaria transizione al capitalismo, ma senza neppure attraverso l’acquisizione delle grandi conquiste storiche borghesi proprie del modo di produzione capitalistico. Tali concezioni, che hanno provocato degli evidenti disastri storici nelle società a socialismo reale, hanno spinto i dirigenti posteriori a tesaurizzare gli errori storici e a recuperare non solo aspetti trascurati della legalità, della democrazia e delle istituzioni statuali socialiste, ma anche aspetti progressivi non ancora realizzati e tesaurizzati della cultura borghese e del modo di produzione capitalistico.

Al contrario l’attitudine utopistica anarcoide è divenuta predominante nel marxismo occidentale in relazione con una critica astratta, assoluta, nichilistica del socialismo reale sulla base della quale non è possibile tesaurizzare nulla di questa pur importante esperienza storica. Così, in buona parte dell’attuale marxismo occidentale si è tornati dal socialismo scientifico a quello utopistico, il mito delle origini è stato estremizzato sino all’assurdo del ritorno al comunismo platonico in Badiou, al determinismo di un materialismo e di un economicismo poco dialettico si è contrapposta una concezione essenzialmente religiosa della storia e della politica, in cui la stessa rivoluzione è ridotta a un evento escatologico.

Infine, se il marxismo orientale era stato costretto a riadattarsi al mondo storico in cui doveva realizzarsi, dovendo recuperare molte parole d’ordine della borghesia rivoluzionaria che nel mondo orientale non si erano ancora realizzate, a partire dal diritto dei popoli all’autodeterminazione nazionale, nella componente preponderante del marxismo occidentale si è sviluppato uno snobismo nei confronti delle lotte antimperialiste dei paesi coloniali, fondato su un eurocentrismo per cui il socialismo sarebbe realizzabile solo nei paesi a capitalismo avanzato.

Ciò spiega l’importanza della critica di Losurdo, al solito controcorrente, di tali tendenze alla moda oggi predominanti nel marxismo occidentale. D’altra parte, la necessità di riabilitare il marxismo orientale, che si è dovuto confrontare con la necessità di riadattare i principi astratti del marxismo in un mondo storico ostile e non preparato all’affermazione del socialismo, ha finito per portare Losurdo a fare di necessità virtù. Così la essenziale rivalutazione dell’anti-imperialismo lo ha portato a non distinguere adeguatamente fra le sue componenti progressiste e quelle conservatrici o addirittura reazionarie.

L’astratta sottovalutazione della questione nazionale da parte del cosmopolita marxismo occidentale ha finito per portare Losurdo a fare del nazionalismo un valore in sé, senza distinguere adeguatamente fra il sacrosanto diritto dei popoli all’autodeterminazione nazionale e lo sciovinismo che caratterizza il nazionalismo nei paesi imperialisti. Allo stesso modo, la necessità di contrastare l’illusione anarcoide predominante nell’attuale marxismo occidentale, per cui sarebbe possibile realizzare immediatamente il comunismo senza il necessario travaglio storico della transizione al socialismo, ha portato Losurdo a considerare lo stesso comunismo un’utopia, assolutizzando la società socialista non più vista come momento necessario di transizione dalla società capitalista alla comunista. Infine, la posizione di critica sostanzialmente anarchica dello Stato, predominante nel marxismo occidentale contemporaneo, ha portato Losurdo ad assolutizzare in senso idealistico il valore dello Stato, considerando utopistica la stessa concezione marxista e comunista del suo superamento.

04/08/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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