Il centralismo democratico secondo Cunhal -­ Parte II

Proseguiamo a proporre ampi stralci del libro "Il Partito dalle pareti di vetro", seguiranno altri nei prossimi numeri. 


Il centralismo democratico secondo Cunhal -­ Parte II Credits: Boris Kustodiev, Il bolscevico, 1920 Galleria Statale Tret'jakov, Mosca

Seconda parte della riflessione del grande dirigente portoghese sulle modalità attraverso le quali è possibile costruire ed esprimere la volontà del soggetto collettivo partito; in attesa che il suo saggio Il Partito dalle pareti di vetro sia pubblicato per intero, proseguiamo a proporre su La Città Futura ampi stralci del testo tradotti in italiano.

di Annita Benassi

segue da Parte I

La democrazia interna. Centralismo democratico e democrazia nella clandestinità

Il fatto che il Partito sia stato obbligato a lottare in una severa clandestinità per 48 anni di dittatura fascista ha condizionato fortemente l'applicazione dei principi del centralismo democratico.

I quattro principi considerati fondamentali furono, certamente, sempre consacrati nei documenti del Partito, specificatamente nei rapporti e risoluzioni del III, IV, V e VI Congresso e negli Statuti approvati nel V e VI Congresso. Ma fu sempre sottolineato che le condizioni di repressione feroce che si abbattevano sul Partito e la necessità imperativa di difesa obbligavano a rinforzare gli elementi del centralismo e a serie limitazioni della democrazia interna.

La necessità di difesa del Partito obbligò a mantenere segreti la maggior parte dei dati relativi all'organizzazione (includendo il numero dei membri) ai quadri e/o tutti gli aspetti della vita interna. Il fatto che soltanto un numero molto ridotto di compagni, tanto a livello centrale quanto negli organismi intermedi e di base, conoscesse certi aspetti del lavoro, ha limitato il numero di quelli che si potevano pronunciare su di loro.

Esisteva una severa divisione del lavoro. I militanti tenevano segreta la loro identità ed erano conosciuti per pseudonimi. Ogni membro del Partito conosceva il minimo degli altri membri ­ in principio, solo quelli con i quali aveva compiti da realizzare. Queste stesse condizioni impedivano un'ampia informazione alle organizzazioni, la presentazione di conti, larghi dibattiti e l'elezione degli organismi dirigenti, salvo del Comitato Centrale nei congressi e del Segretariato nel Comitato Centrale. Anche i criteri di disciplina erano necessariamente molto severi e rigidi.

Per tutte queste ragioni, e per tendenze negative nel lavoro di direzione, il centralismo fu considerevolmente rinforzato nel periodo della dittatura e la democrazia interna fortemente condizionata e limitata. In periodi prolungati della vita del Partito, la direzione centrale decideva, imponeva l'adempimento delle decisioni e prendeva misure disciplinari per quelli che non agivano in conformità. Tuttavia, anche nella clandestinità, gli orientamenti predominanti e le esperienze che alla fine vennero a determinare lo stile di lavoro andarono nel senso del compimento, il più ampio possibile, dei principi democratici ­ senza considerare tendenze, che anche si verificarono, di democrazia anarcoide, come fu il caso della tendenza anarco­liberale nel lavoro di direzione negli anni 1956 -1959.

Anche nella clandestinità, salvo periodi giustamente considerati come di eccessivo centralismo (specificatamente prima della riorganizzazione del 1940­ - 1941 e negli anni 1950­ - 1955), l'orientamento predominante fu nel senso di assicurare la democrazia interna.

Costituiscono esempio di questo orientamento l'esistenza del lavoro collettivo negli organismi esecutivi del Comitato Centrale, l'accettazione della minoranza delle decisioni prese secondo l'opinione della maggioranza, l'ascolto delle opinioni della base del Partito, le discussioni collettive nel Partito e la presentazione di rendiconti attraverso relazioni e documenti del Comitato Centrale e di altri organismi di direzione.

Per il rafforzamento della democrazia interna del Partito nelle condizioni di clandestinità, ebbe particolare importanza la realizzazione dei congressi del Partito: III Congresso (1° illegale) nel 1943, IV Congresso nel 1946, V Congresso nel 1956 e VI Congresso nel 1965.

Con il III Congresso, per la prima volta nella clandestinità, fu eletto il Comitato Centrale del Partito. Tutti questi congressi allargarono il numero dei membri degli organismi della direzione centrale, rafforzarono la direzione collettiva, sottolinearono l'importanza dell'opinione e partecipazione dei militanti del Partito in tutta l'attività. Tutti furono preceduti da numerose riunioni per elaborare i documenti soggetti all'approvazione.

Il VI Congresso fu preceduto da tantissimi dibattiti sull'orientamento politico del Partito, con particolare riguardo al Programma del Partito. Nelle discussioni del progetto di Programma intervennero centinaia di compagni, furono fatte e approvate molte centinaia di proposte di emendamenti, e il Programma, nella sua redazione finale, fu in larga misura il prodotto di un vasto lavoro collettivo nel Partito.

Le esperienze della democrazia interna raggiunte nella clandestinità e lo spirito democratico esistente nel Partito ebbero importanza determinante per lo sviluppo e l'arricchimento dei principi del centralismo democratico nelle nuove condizioni create dalla rivoluzione del 25 Aprile e dalla conquista della legalità del Partito. (segue)

04/03/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: Boris Kustodiev, Il bolscevico, 1920 Galleria Statale Tret'jakov, Mosca

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L'Autore

Annita Benassi

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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