Il declino dell'aziendalismo

La cultura aziendale appare anacronistica a fronte delle realtà economica e sociale attuale


Il declino dell'aziendalismo

Tutto è già accaduto e ora si ripete. A volte sul palcoscenico della storia si presentano vecchi attori abbigliati di vestiti laceri e lisi: parlano un linguaggio da iniziati, incomprensibile al pubblico che li guarda; i concetti suonano sempre più vuoti, falsi e ripugnanti agli spettatori più attenti, mentre gli altri semplicemente si sentono, estranei, si annoiano e si allontanano.
 
Succede nelle epoche di transizione da un sistema di produzione all'altro o anche meno radicalmente da una fase economica a una profondamente diversa. È quello che di nuovo sta accadendo sotto i nostri occhi, forse in modo impercettibilmente lento, ma sempre più manifesto, alla cultura aziendalistica, a tutto quel filone che abbraccia il marketing, l'economia volgare, l'autopromozione professionale, la saga dell'uomo che si fa da solo e il mito su cui tutto si fonda: ovvero quello del merito.

Si tratta di un fenomeno ragguardevole perché interessa l'asse di rotazione ideologica attorno al quale ha girato il pensiero ufficiale veicolato dai mass media dagli anni '80 del XX secolo sino ai nostri giorni e che pure ha avuto (e parzialmente ha ancora) un seguito di massa.

Film, libri, trasmissioni televisive, blog, siti e social media ancora producono, espandono, declinano in mille rivoli diversi, questo stesso discorso, questi stessi temi, ma i risultati sono quelli di una crescente disaffezione: l'immagine è quella di un gigantesco meccanismo che trita l'acqua oppure più semplicemente quella di un doppiatore costantemente fuori tempo rispetto all'attore a cui dovrebbe fornire la voce.

È già accaduto si diceva tante, tante volte. Proviamo a ricordarne qualcuna. Chissà... potrebbe risultare utile a illuminare il fosco orizzonte che ci avvolge.

Precedenti storici: Wittenberg

“Qualsiasi cristiano veramente pentito ottiene la remissione plenaria della pena e della colpa che gli è dovuta anche senza lettere di indulgenza”. Tesi 36 di Martin Lutero.

Prima che Lutero affiggesse le sue tesi sulle porte della chiesa del castello di Wittenberg, il Cattolicesimo versava in un grave stato di crisi: i riti venivano celebrati in latino, lingua incomprensibile alla massa dei fedeli, mentre si diffondevano le pratiche simoniache di vendita delle indulgenze in cambio di offerte in denaro.

Cosa conoscevano le grandi masse dei fedeli del messaggio evangelico? Qual'era il rapporto delle classi popolari con l'apparato burocratico della Chiesa? Il pervertimento dell'originaria spiritualità cristiana era evidente a chiunque avesse occhi per vedere. Ci volle lo shock della Riforma per rivitalizzare l'intero mondo della Cristianità e lo stesso Cattolicesimo che al di là dei giudizi storici di lì a qualche anno allestì il poderoso movimento della Controriforma.

Nel frattempo un mondo era morto, ma parlava ancora con parole vuote e incomprensibili e un altro era sorto, ma di parole ancora non ne aveva.

Precedenti storici: la classe dei mandarini

“La nostra gloria più grande non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarci sempre dopo una caduta”. I dialoghi di Confucio.

Dal III secolo a.C. fino al 1912 la Cina fu governata da una classe di funzionari di vario grado pressoché onnipresente, pervasa da un'ideologia totalizzante come il Confucianesimo: i mandarini. Questa classe fu in grado per moltissimo tempo di rispondere alle esigenze di stabilità e sviluppo di uno Stato sconfinato, possedeva un suo criterio di selezione del personale che rispondeva a requisiti meritocratici (il sistema degli esami) in un'epoca nella quale nel resto del mondo i vincoli di sangue e di casta erano considerati sacri. Tuttavia, anche questo corpo di amministratori specializzati ha conosciuto la sua fase di decadenza.

Nell'Ottocento la Cina venne a contatto con le grandi potenze imperialiste dell'Occidente. La raffinata cultura dei mandarini, basata sulla conoscenza dei rigidi canoni della letteratura classica cinese e del pensiero confuciano si trovò del tutto impreparata a fronteggiare la superiorità tecnologica e militare della Gran Bretagna, le guerre dell'Oppio, la regolazione di trattati internazionali, la necessità dell'avvio di un'industria manifatturiera che sostituisse l'artigianato, la razionalizzazione dell'agricoltura. Il risultato fu la frustrazione crescente negli intellettuali esposti all'influenza della cultura occidentale moderna, negli studenti che non riuscivano ad accedere a una carriera amministrativa, nelle masse popolari e contadine abbandonate alla dominazione imperialista. Di nuovo, la casta si chiudeva in sé stessa, parlava un linguaggio incomprensibile e ignorava il mondo reale.

Il declino dell'aziendalismo

L'aziendalismo è il mandarinato dei nostri giorni: un tasso di disoccupazione giovanile nella fascia d'età 15-24 anni fissato in Italia nel dicembre del 2019 al 28,9% (ed eravamo in una fase precedente all'epidemia di Coronavirus) secondo i dati Istat; quello medio dell'area Euro risalente al novembre del 2019 pari al 15,6% secondo Eurostat.

È difficile con questi numeri parlare di merito, di competenze, cultura aziendale o orientata al mercato alle giovani generazioni del sud dell'Europa e contemporaneamente rimanere credibili.

Secondo dati della Banca Mondiale il tasso medio di disoccupazione giovanile in tutto il pianeta era nel 2019 pari al 13%. Ma questo dato si compone ovviamente di quelli dei paesi sviluppati come la Germania (all'epoca ferma al 5,4%) e quella dei “dannati della Terra” come li definiva Fanon, per esempio l'Egitto al 31,1% e il Sud Africa al 56%. Ma soprattutto, se si prende come riferimento il 1991 (guarda caso l'anno del collasso dell'Urss) la freccia della disoccupazione giovanile mondiale non fa che crescere dal 10,8% di quell'anno al 15,3% del 2019.

Certamente c'è da tener conto delle dinamiche di crescita demografica della popolazione mondiale, e ancor di più dell’introduzione delle nuove tecnologie, ma rimane il dato drammatico della crescita della forza-lavoro considerata superflua a livello globale.

La realtà anche se non comunicata penetra attraverso le parole ufficiali; ignorata dai media si prende la sua rivincita e ne invecchia il linguaggio, lo rende stantio, fastidioso, falso al solo sentirlo.

Nei corsi di formazione di ogni tipo, nelle facoltà di università pubbliche e private si inneggia al pensiero creativo, alla fantasia imprenditoriale, ma l'unico “verbo” declinato è l'ortodossia liberista. Keynes fino alla sdoganamento recente da parte di Mario Draghi era considerato un pericoloso criminale, Marx un reperto archeologico.

La preparazione psicologica dell'allievo che si riproduce costantemente in questi laboratori formativi non induce alla creatività, bensì alla creazione di “maggiordomi”, all'attivazione di comportamenti subordinati. L'innovazione ha bisogno di dissenso, di non essere costantemente ricondotta a misurazioni di mercato.

La questione della neolingua: il caso italiano

In Italia il declino dell'aziendalismo assume anche i connotati grotteschi della creazione di una neolingua, propria come quella uscita dalla penna di George Orwell.

L'apparato intellettuale che produce informazione, formazione professionale, il mondo dei quadri aziendali parla un grottesco linguaggio misto in una proporzione di circa due o tre termini inglesi su dieci, con effetti assolutamente non comunicativi su una gran parte della popolazione di questo paese. I devices, le skills, le keywords, sono divenute non più parole veicoli di concetti, ma semplicemente contrassegni di appartenenza, simboli di classe e pertanto fuori di questa non più comunicativi.

È vero che tutto ciò attiene al mancato completamento del processo di costruzione dell'identità nazionale italiana come affermava Gramsci, tuttavia questo processo di costruzione di una neolingua si aggiunge e aggrava la crisi della cultura aziendalista e neoliberale nel nostro paese.

È troppo presto per capire se alla decadenza dell'aziendalismo si profilerà un'alternativa. Però, si possono registrare le prime manifestazioni di rifiuto, di incapacità di comunicare a vasti strati della società da parte del pensiero ufficiale. Non è poco. Gli attori in scena non si accorgono delle lacerazioni delle loro vesti.

26/04/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Stefano Paterna

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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