Il giovane Lukács e la concretizzazione dell’etica

I compiti pratici sollevati dall’accelerazione rivoluzionaria in Europa e dalla vittoria del bolscevismo in Russia richiedevano, a livello teorico, una ridefinizione del soggetto rivoluzionario che fosse all’altezza dei profondi mutamenti provocati dalla guerra e della crisi in cui si dibatteva l’egemonia borghese, soprattutto nei paesi capitalistici sconfitti.


Il giovane Lukács e la concretizzazione dell’etica

Il contributo innovativo lukacciano al marxismo, quale emerge dai primi scritti successivi all’iscrizione al Partito comunista ungherese, riguarda il problema morale e la questione del metodo del materialismo storico. Entrambi questi aspetti non appartengono a campi teorici separati, ma sono articolazioni particolari del tema di assoluta rilevanza per il movimento rivoluzionario alla fine della guerra: il tema della soggettività.

I compiti pratici sollevati dall’accelerazione rivoluzionaria in Europa e dalla vittoria del bolscevismo in Russia richiedevano, a livello teorico, una ridefinizione del soggetto rivoluzionario che fosse all’altezza dei profondi mutamenti provocati dalla guerra e della crisi in cui si dibatteva l’egemonia borghese, soprattutto nei paesi capitalistici sconfitti dalla guerra. Occorreva misurarsi con l’impasse teorica in cui si erano cacciati i partiti della II Internazionale e che li aveva portati, sul piano politico, ad abbracciare gli interessi delle rispettive borghesie nazionali allo scoppio della I Guerra mondiale. Già lo stesso evento del conflitto mondiale rappresentava di per sé una confutazione delle tesi avanzate da Eduard Bernstein alla fine del diciannovesimo secolo. Bernstein, attento alle trasformazioni avvenute nella struttura del capitalismo nel corso della “Grande depressione”, aveva dato avvio al revisionismo teorico del marxismo nella sua opera I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia (1899) [1]; ivi egli sosteneva la tesi che il sistema capitalistico, entrato ormai nella fase monopolista, fosse in grado di autoregolarsi, di poter sanare le proprie contraddizioni interne e di assicurarsi una sopravvivenza illimitata nel tempo. Da questa analisi scaturiva la proposta di una strategia per il movimento operaio, compendiata dalla famosa frase: il movimento è tutto, il fine è nulla.

Il socialismo così, nella prospettiva di Bernstein, diventava una semplice postulazione etica, affidata alla libera scelta di un soggetto morale astratto e sradicato dalle condizioni obiettive del processo di produzione capitalistico. Si consumava così il divorzio tra necessità e libertà, tra le condizioni storiche oggettive e l’iniziativa del soggetto in vista della loro trasformazione. Il nesso marxiano di teoria e prassi si scomponeva, dando luogo alla scissione tra scienza (la teoria economica) e ideologia (il socialismo).

Il dibattito teorico sviluppatosi sulla scia delle tesi di Bernstein, fu influenzato dalle dottrine positivistiche con il loro corredo di materialismo volgare e dal diffondersi della corrente neokantiana: per cui si oscillava, pur nella diversità delle posizioni, tra due unilateralità: determinismo da un lato, soggettivismo astratto e volontaristico dall’altro.

Esiste, dunque, una esigenza di chiarificazione teorica, che trae motivo anzitutto dalla situazione storico oggettiva del periodo postbellico e che, nel caso di György Lukács, si incrocia con l’esigenza personale di dare uno sbocco alla propria formazione intellettuale, che si era sviluppata intorno al tema centrale della crisi del soggetto nel mondo moderno. L’impegno pratico-politico all’interno del movimento rivoluzionario richiede per Lukács la concretizzazione dell’etica, onde evitare di cadere in due opposti e complementari errori di conduzione politica: da una parte l’agitazione astratta del fine ultimo, che nella sua trascendenza resta privo d’incidenza sul piano storico, dall’altra l’appiattimento dell’azione rivoluzionaria sugli interessi immediati della classe operaia.

Tra utopia astratta e Realpolitik bisogna trovare il tertium datur, la giusta mediazione che apporti un reale avanzamento in direzione della società senza classi. È questo il tema del saggio Tattica ed etica del gennaio 1919, nel quale la soluzione lukacciana del rapporto teoria-prassi avviene, nell’orizzonte della filosofia della storia di Marx, tramite il recupero della dialetticità del reale di derivazione hegeliana.

La dicotomia tra sfera logico-conoscitiva e sfera etica – ancora contemplata nella Estetica di Heidelberg (1916-18) e che all’interno di ciascuna sfera perpetuava nella processualità infinita la scissione di soggetto e oggetto – è qui nettamente superata con l’individuazione della contraddizione operante nel presente, che dà spazio, nell’apertura della possibilità oggettiva, all’intervento cosciente del soggetto storico: “poiché l’obiettivo finale non è determinato come un’utopia sebbene come una realtà che si deve attuare, la collocazione di quest’obiettivo al di là del vantaggio momentaneo non può in alcun modo significare un’astrazione dalla realtà o un tentativo di imporre alla realtà determinati ideali, ma sta piuttosto a significare che vengono individuate e impiegate quelle forze che operano all’interno della realtà sociale, quelle forze, dunque, che sono volte alla realizzazione dell’obiettivo finale” [2].

Tale impostazione comporta, evidentemente, l’abbandono dell’etica dell’intenzione e l’adozione di un’etica che non sia indifferente alle conseguenze dell’azione pratica. Ma ciò è possibile soltanto all’interno di una concezione che colloca la storia e il senso del suo divenire come campo elettivo dell’azione umana e per la quale il soggetto etico non è l’astratto individuo della morale kantiana, ma il soggetto collettivo della classe sociale: “la teoria marxista della lotta di classe, che a questo riguardo segue pienamente la formazione del concetto hegeliano, trasforma la finalità trascendente in immanente; la lotta di classe del proletariato coincide con la finalità stessa e ne è, in pari tempo, la realizzazione. Questo processo non è un mezzo il cui significato e valore possa essere misurato col criterio di un fine che lo trascenda, esso costituisce piuttosto una nuova messa a fuoco della società utopica, passo dopo passo, un passo dopo l’altro, in corrispondenza con la logica della storia” [3].

 

Note:

[1] Sulla “Bernstein-Debatte” cfr. il saggio di L. Colletti, Bernstein e il marxismo della seconda Internazionale, in Id., Ideologia e società, Laterza, Bari 1969, pp. 61-147.

[2] György Lukács, Tattica ed etica [1919], in Id., Scritti politici giovanili, traduz. di P. Manganaro e N. Merker, introduz. di P. Manganaro, Laterza, Bari 1972, p. 5.

[3] Ivi, p. 6.

15/10/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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