Il grande collettivo del partito - Parte III

Terza parte del capitolo del libro Il Partito dalle pareti di vetro dedicato al lavoro collettivo dei militanti.


Il grande collettivo del partito - Parte III Credits: Renato Guttuso - Funerali di Togliatti, 1972

Terza parte del capitolo del libro Il Partito dalle pareti di vetro di Alvaro Cunhal, qui di seguito tradotta in italiano, dedicato al lavoro collettivo dei militanti e della direzione politica del PCP.

traduzione a cura di Annita Benassi

segue da parte II

Il collettivo e l’individuo

Il ruolo della personalità nella storia, così come nella vita dei partiti, offre caratteristiche e gradi estremamente differenti, a seconda delle condizioni concrete in cui si inserisce.

Ci sono partiti comunisti la cui formazione e la cui storia sono strettamente vincolati alle capacità, al talento, alla iniziativa di uno specifico dirigente, o di un numero ridotto di dirigenti. In questi partiti è inevitabile e giusto valorizzare il ruolo determinante di questo dirigente o dirigenti in una determinata fase della vita del partito.

Nel caso del Portogallo, per una serie di circostanze, nella storia della nascita e dello sviluppo del Partito Comunista, salvo brevi periodi, non ha pesato in maniera determinante il contributo individuale di uno specifico dirigente, ma il contributo comune di un collettivo dirigente, formato lungo decine di anni, esattamente a partire dalla riorganizzazione del 1940 -1941.

Il contributo e la responsabilità individuale dei compagni della Direzione e l'esistenza di un segretario generale del Partito, in nulla alterarono questa realtà fondamentale della dinamica storica della formazione della direzione collettiva e del lavoro collettivo del PCP.

Nella relazione fra il collettivo e l'individuo ci sono vari aspetti fondamentali da considerare.

Il primo è quello del contributo individuale al lavoro collettivo. Il lavoro collettivo non esclude, anzi implica, il contributo individuale e la grande utilizzazione del valore, della capacità e del contributo individuale. Il lavoro individuale è parte integrante e insostituibile del lavoro collettivo.

Il lavoro collettivo non significa che tutti fanno tutto e che a nessuno individualmente considerato può essere attribuito il merito di una iniziativa, di una attività, di un successo. Il lavoro collettivo non solo ammette, ma esige necessariamente la divisione e distribuzione di compiti e specializzazioni, la realizzazione per ogni militante dei compiti che gli spettano.

L'organizzazione di una manifestazione di massa è una complessa opera collettiva. Ma è perfettamente conciliabile con il lavoro e il ruolo determinanti di questo o quel compagno. La elaborazione collettiva di un documento è anche perfettamente conciliabile con l'attribuzione a un solo compagno della responsabilità di redigere un progetto o un'anticipazione di progetto che dopo sarà soggetto all'apprezzamento e alla discussione del collettivo, che si responsabilizza per la relazione finale.

Ma se in un lavoro collettivo è giusto apprezzare e valorizzare il contributo individuale, si deve evitare sempre l'eccesso di attribuire al merito individuale successi e idee che (anche quando portate da un individuo) sono prodotto diretto del collettivo e per merito di questo diventano possibili.

Il secondo aspetto è quello dell'inserimento dell'iniziativa individuale nel lavoro collettivo.

Il lavoro collettivo non deve essere mai un freno all'iniziativa individuale. Solamente, deve controllarla quando essa si sovrappone, contrasta e pregiudica l'iniziativa collettiva, che sia stata collettivamente considerata; quando l'individuo va al di là delle sue competenze e dei suoi poteri e invade in maniera anarchica e distruttiva l'iniziativa di altri; quando ha un carattere indisciplinato e avventuristico, risultante da sopravvalutazione del proprio valore o da ambizione personale.

Ma al di fuori di questi casi l'iniziativa individuale deve essere insistentemente stimolata. L'iniziativa individuale ci permette in numerosi casi e circostanze di sostenere le attività in corso, la dinamizzazione degli sforzi collettivi, il perfezionamento delle realizzazioni, il positivo sorpasso delle mete considerate in partenza.

Il terzo aspetto è quello della responsabilità e della responsabilizzazione.

Il lavoro collettivo conduce alla responsabilità e alla responsabilizzazione collettiva. Ma non spegne, e molto meno estingue, la responsabilità e la responsabilizzazione individuale. Né la responsabilità dell'individuo si deve coprire con la responsabilità del collettivo, né la responsabilità del collettivo si deve coprire con la responsabilità individuale.

Confondere la responsabilità individuale con quella collettiva e quella collettiva con quella individuale sono modi di respingere la responsabilità che danneggiano l'idea stessa di responsabilità cosciente e volontaria.

L'individualismo

Il lavoro individuale inserito nel lavoro collettivo presuppone l'appagamento delle tendenze individualiste. L'individualismo contrasta e pregiudica il lavoro collettivo. L'individualismo è in generale prodotto della sopravvalutazione del proprio valore e della sottovalutazione del valore degli altri.

L'individualismo si manifesta in svariate forme: nella tendenza a fare le cose senza l'appoggio degli altri o ricorrendo a essi in maniera meramente sussidiaria; nella sopravvalutazione sistematica dell'opinione propria e dell'azione propria; nella resistenza ad accettare e ad agire secondo l'opinione degli altri, soprattutto quando contraria alla propria; nella difficoltà nell'iscrivere l'attività propria nell'attività del collettivo.

È relativamente frequente il caso di militanti che, credendo troppo in se stessi e poco nei loro compagni, prendono su di sé la realizzazione di troppi compiti, molte volte superiori alle loro forze.

Accadde frequentemente dopo il 25 Aprile che, in assemblea di organizzazione, un solo compagno (e a volte non un dirigente dell'organizzazione che realizzava l'assemblea, ma quello che aveva il controllo di questa organizzazione) presiedeva, dirigeva i dibattiti, dava la parola agli oratori, leggeva mozioni e tirava le conclusioni.

Può accadere, in un dato momento, che in quella congiuntura da soli realizziamo i compiti in modo migliore che condividendoli con gli altri. Ma, con questo modo di agire, impediamo l'apprendimento, lo sviluppo e l'esperienza di altri quadri, indeboliamo la fiducia in se stessi degli altri quadri e corriamo il rischio di commettere (come succede frequentemente) gravi mancanze e di provocare seri insuccessi.

Non si deve dare a un solo militante il potere di decidere da solo di gravi questioni, quando la decisione può essere presa in un collettivo con altri compagni. E, se tale potere viene conferito, sarà un brutto segnale se quello cui è conferito lo prende alla lettera e non cerca (salvo casi eccezionali che lo impediscono) di misurare con l'opinione degli altri la giustezza della sua opinione individuale.

Neanche è raro il caso di compagni che considerano l'opinione collettiva come buona quando coincide con la propria, ma già la considerano da contestare e meno obbligati quando è contraria a chi gli si oppone. Accade così che, dopo un dibattito nel proprio organismo, verificando che la propria opinione non è stata accettata, si rifiutano di adempiere il compito deciso, giustificando questo comportamento con la scusa che, siccome manca loro la convinzione, non sono i più adatti per adempierlo. In certi casi questo comportamento può essere legittimo e corretto. Ma esso si presenta il più delle volte come espressione di un esacerbato individualismo.

L'individualista a volte ha l'illusione che l'individualismo sia l'espressione della libertà individuale. La verità è che chi pensa, decide e agisce solo con la propria testa e la sua volontà individuale finisce per essere prigioniero dei suoi limiti. Isolato, dietro un'apparente libertà, finisce per essere schiavo di se stesso.

La libertà di pensare e di agire presuppone l'appropriazione e l'assimilazione di elementi di giudizio e ciò presuppone, a sua volta, l'accettazione dell'informazione e dell'opinione collettiva come inseparabile dalla libertà.

Al contrario di ciò che affermano i difensori dell'individualismo, la scelta per la formazione di un'opinione collettiva e di un'azione collettiva costituisce un'affermazione che l'individuo si è liberato dalle proprie limitazioni individuali.

Costituisce così un'espressione della libertà individuale.

21/04/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: Renato Guttuso - Funerali di Togliatti, 1972

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L'Autore

Annita Benassi

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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