Il Lenin di Garroni

Uno studio su Lenin quale omaggio a Stefano Garroni e al suo eccellente saggio “Lenin: la riflessione sul Partito. Un uso della dialettica”, proposta come appendice al volume Dialettica e socialità, Bulzoni, Roma 2000


Il Lenin di Garroni Credits: https://gazzettadireggio.gelocal.it/reggio/cronaca/2013/11/14/news/l-anniversario-in-piazza-lenin-1.8117697

Vladimir I. U. Lenin è stato troppo spesso ridotto a un mero dirigente politico, la cui pochezza sarebbe stata dimostrata dall’involuzione della democrazia sovietica immediatamente dopo la sua morte e dalla fine ingloriosa dello Stato nato dalla Rivoluzione d’ottobre. Non ci si può, però, limitare a smentire tale opinione, limitandosi a mostrare gli enormi progressi storici, sociali ed economici prodotti dalla rottura dell’anello più debole della catena imperialista, la Russia, ma è indispensabile mostrare il rilievo dell’opera di Lenin anche dal punto di vista teorico. È necessario, tuttavia, spazzare via un equivoco che ha a lungo reso arduo realizzare tale obiettivo: dopo la sua morte la riflessione di Lenin è stata imbalsamata in un rigido sistema normativo, che ne ha tradito lo spirito e ne ha compromesso pesantemente la portata conoscitiva.

Lenin più che uomo della riflessione è stato certamente uomo d’azione, tanto da vedersi costretto a lasciare incompiuta la realizzazione di una delle sue opere più note, Stato e Rivoluzione, proprio dalla volontà di prendere parte attivamente, da protagonista, allo scoppio della rivoluzione. La sua produzione teorica è, dunque, sempre immediatamente legata alla situazione empirico-politica che ne ha costituito l’occasione, lo spunto a realizzarsi e deve quasi sempre fare i conti con il lettore cui è diretta, un proletariato non ancora sottratto alla miseria di alcuni secoli di dispotismo orientale.

Sarebbe dunque facile, ma anche disonesto, criticare il pensiero di Lenin da un punto di vista meramente teoretico. Tuttavia, anche i suoi scritti più occasionali mantengono intatto il loro interesse, anche per chi vive, ormai un secolo dopo, in paesi molto diversi e non conosce quasi nulla del contesto politico in cui si inseriscono. La genialità della produzione teorica leniniana eccede l’incredibile capacità di risolvere gli enormi problemi determinati incontrati nel corso del processo rivoluzionario e nella costruzione del socialismo in solo paese, peraltro così arretrato. Proprio nella soluzione di tali problematiche storiche, nella polemica contro la concezione politica di un personalità politica dell’epoca, oggi spesso dimenticata, Lenin è riuscito a dare un contributo decisivo allo sviluppo del marxismo, che ha conosciuto pochi rivali.

Per poter comprendere tale contributo sino in fondo bisogna, dunque, non limitarsi allo studio delle poche opere o peggio alle citazioni cui si è spesso inteso ridurre l’apporto teorico di Lenin allo sviluppo del marxismo. Lenin non è stato, ne era interessato a essere, un filosofo teoretico, ma un eccellente teorico della politica. Pur non interessandosi a livello professionale di logica e metafisica, avendo deciso di svolgere il mestiere del rivoluzionario, le sue riflessioni sempre così determinate, concrete e puntuali, sono rese possibili proprio dall’interesse e dal rigore scientifico, dialettico e speculativo con cui affronta gli eventi politici. Il determinato, l’empirico, secondo Lenin può essere compreso come tale, solo se lo si riconnette a quella rete infinita di determinatezze che contribuiscono a determinarlo, che gli danno concretezza, solidità, in cui il finito trova dialetticamente la sua verità.

In ogni frangente l’azione e la riflessione di Lenin hanno avuto un valore esemplare per il movimento dei lavoratori proprio per la sua radicalità in senso marxiano, ovvero per la sua capacità di andare a fondo, alla radice teorica di ogni questione pratica, di ogni posizione politica fallace. Dal momento che non si dà politica rivoluzionaria senza un’adeguata e rigorosa riflessione teorica che la fondi, l’opportunismo di sinistra e il riformismo di destra hanno la loro origine e possono essere sconfitti, secondo Lenin, esclusivamente risalendo al fondamento teorico del loro agire politico, riposto in concezioni teoriche deboli, poco dialettiche e non sufficientemente rigorose.

Sta qui il nocciolo del marxismo come filosofia della prassi, che non vuol certo dire abbandonare in quanto astratta la riflessione teorica, ma dare dignità scientifica all’azione mediante un’adeguata riflessione dialettica sui suoi moventi e sui suoi risultati, mai del tutto deducibili a priori, che vanno ricompresi all’interno delle condizioni storiche e degli altri moventi che con essi hanno interagito. Allo stesso modo la filosofia della prassi va intesa come tensione al concreto, come lotta alle semplificazioni, alle cattive astrazioni dell’intelletto, che riducono il determinato ad alcune leggi immutabili che generalizzano, ma non sono in grado di dar conto delle peculiarità specifiche del proprio oggetto epistemico.

Tale esigenza universale del marxismo è resa più urgente dall’oggetto epistemico scelto da Lenin nel corso della sua esistenza e ancora di più dall’esigenza di costruire uno Stato in transizione al socialismo. Un compito di portata universale, per la realizzazione del quale il processo storico non forniva esempi, se non quelli estremamente limitati della Comune di Parigi del 1871, e la stessa teoria marxista concedeva pochi appigli, proprio per il suo orientamento alla prassi storico-politica, che non aveva avuto ancora l’onore di affrontare compiti tanto ardui.

Da qui deriva il fastidio avvertito da Lenin di fronte a chi si poneva come semplice spettatore di questo incredibile e inedito assalto al cielo, di chi assumeva una posizione meramente teoretica astratta e, invece di calarsi nelle difficoltà determinate e aiutare a risolverle, si limitava a formulare giudizi sulla base di presunti princìpi universali del marxismo. Tanto che Antonio Gramsci, per difendere il processo rivoluzionario e, dunque, la teoria di Lenin che lo aveva reso possibile, sarà costretto a parlare di Rivoluzione contro Il capitale.

Il che non vuol dire che le esigenze della prassi e dell’oggetto epistemico portassero Lenin a una posizione empirista, in rottura con lo spirito della precedente concezione marxista. Vi è una profonda analogia fra il metodo enunciato da Marx nell’introduzione a Per la critica dell’economia politica del1857 e quello di Lenin. In entrambi i casi la ricerca si muove in un ambito fenomenologico, volto a ricercare nel confronto-scontro della ragione con l’altro da sé, lo storico e il positivo, i lineamenti fondamentali che lo rendono intelligibile, in un’esposizione logico-genetica. La prima fase, la fase dell’analisi è la più ardua, poiché la ragione, nel suo tentativo di concettualizzare l’esistente, corre il costante rischio di rimettere in discussione gli assunti teorici di partenza. Tuttavia, la teoria non può sottrarsi a tale tragico confronto con l’altro da sé, al rischio di perdervisi, pena la ricaduta o in un sapere dogmatico, che muove da princìpi assunti acriticamente cui sottomette il determinato, o nella logica astratta dell’essenza, in cui la complessità del reale è ridotta alla ricerca di un suo fondamento.

Il dogmatico o il filosofo dell’essenza, tenendo fermo il principio astratto o riducendo la complessità contraddittoria del reale-razionale all’astrazione del fondamento, si nega la possibilità di sviluppare ulteriormente la teoria, di comprendere le novità nel corso del mondo e, dunque, di puntare su di esse per realizzare un processo rivoluzionario. Così, anche di fronte ai successi storici della strategia leninista, il teorico dogmatico della Seconda internazionale preferiva tener ferma la sua astratta teoria e condannare il reale, in quanto a essa non conforme. Al contrario, per ogni pensatore dialettico, come Lenin, solo il reale è razionale, e, dunque il razionale deve farsi reale, deve guidare il corso del mondo e non limitarsi al cattivo dover essere proprio di quelle anime belle che condannano il mondo perché non si confà ai loro astratti princìpi.

Gli astratti princìpi con cui si scontra e polemizza costantemente Lenin sono in ultima istanza quelli dell’evoluzionismo marxista che nega ogni dialettica fra quantità e qualità, necessità e libertà, accumulo progressivo delle forze e rottura rivoluzionaria, tradizione e ragione, riforma e rivoluzione. Il riformismo è destinato a vincere all’interno della Seconda internazionale, denuncia Lenin, anche perché diversi suoi teorici pretendono di ricondurre gli eventi storici in un lineare schema evolutivo, sulla base di una rappresentazione fideistica del progresso, una provvidenza storica che agirebbe alle spalle del corso del mondo, indirizzandone la processualità. Da questo punto di vista il riformista, hegelianamente l’uomo della virtù, si limita a evitare –denuncia a ragione Lenin – che una qualche forzatura soggettiva possa mettere in difficoltà l’ordinato svolgersi progressivo del corso del mondo.

In tal modo, però, la posizione riformista nel giudicare la Rivoluzione d’Ottobre finisce per far propri gli stessi argomenti utilizzati dai critici reazionari della Rivoluzione francese quali, in primis, il liberale reazionario Edmund Burke. In entrambi i casi l’accusa ai rivoluzionari è quella di aver preteso di imporre princìpi universali al placido corso progressivo della tradizione. La rivoluzione non doveva essere fatta nell’arretrata Russia, ma non poteva che nascere dalle sedimentate politiche riformiste socialdemocratiche affermatesi nei paesi occidentali.

16/08/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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