Il rapporto fra filosofia e ideologia in Gramsci

Per Gramsci occorre superare la distinzione propria degli intellettuali tradizionali fra filosofia, monopolio di pochi addetti ai lavori, e ideologia quale strumento pratico di governo di masse considerate eternamente fanciulle.


Il rapporto fra filosofia e ideologia in Gramsci

La teoria scientifica non può mai porsi, secondo Antonio Gramsci, in un rapporto di semplice opposizione con il senso comune, ovvero con la concezione del mondo delle masse popolari. In altri termini, fra scienza e senso comune c’è, sottolinea Gramsci, una “differenza «quantitativa», di grado, non di qualità: deve essere possibile una «riduzione», per così dire, reciproca, un passaggio” [1] dall’una all’altra e viceversa [2]. Per Gramsci occorre superare la distinzione propria degli “intellettuali tradizionali” fra filosofia, monopolio di pochi addetti ai lavori, e ideologia quale strumento pratico di governo di masse considerate eternamente fanciulle [3]. Fra scienza e ideologia pratica vi deve essere, sostiene a ragione Gramsci, una differenza quantitativa e non una separazione qualitativa, sino a che non saranno proprio le ideologie pratiche a divenire “la «vera» filosofia, perché esse risulteranno essere quelle «volgarizzazioni» filosofiche che portano le masse all’azione concreta, alla trasformazione della realtà. Esse, cioè, saranno l’aspetto di massa di ogni concezione filosofica, che nel «filosofo» acquista caratteri di universalità astratta, fuori del tempo e dello spazio, caratteri peculiari di origine letteraria e antistorica” (10, 2: 1242) [4]. 

Il senso comune, quale spontanea visione del mondo delle masse, sarà dunque il punto di partenza della filosofia della prassi, che ha quale scopo pratico la loro omogeneizzazione a un livello culturale adeguato a farne il reale protagonista del mondo politico. Per mezzo della progressiva diffusione della scienza fra le masse, per la rinnovata capacità del marxismo di fare i conti con le problematiche sorte dalla vita pratica esso dovrà porsi come “un rinnovato senso comune con la coerenza e il nerbo delle filosofie individuali” (11, 1: 1382).

A tale scopo è necessario il superamento dialettico della cultura popolare, del folclore, per portare il nuovo senso comune a togliersi, superandosi dialetticamente, in una cultura adeguata ai nuovi compiti che la storia impone alle masse. Come ha fatto notare a tale proposito Gramsci: “un’attività di questo genere, fatta in profondità, corrisponderebbe nel piano intellettuale a ciò che è stata la Riforma nei paesi protestanti” (27, 1: 2314). Perciò il lavoro di formazione delle masse operato dal partito rivoluzionario non ha nulla di arbitrario e di artificioso ma deve fondarsi sulla sintesi di “«spontaneità» e della «direzione consapevole», ossia della «disciplina»” (3, 48: 330) [5].

Lo stesso sviluppo storico del marxismo è analizzato da Gramsci in riferimento al rapporto fra intellettuali e masse. A suo avviso il marxismo, originariamente, si era proposto di sostituirsi alla più avanzata cultura del tempo per formare un nucleo di intellettuali organici dotati di un’autonoma visione del mondo; in seguito ha prevalso la necessità “pratica” della sua diffusione nella coscienza della massa, al cui scopo non ha sdegnato la sintesi con alcuni aspetti della cultura popolare anche a rischio di un certo eclettismo. In tal modo il marxismo ha corso il rischio di scadere nell’economicismo e nel gretto materialismo, ovvero nel positivismo. Come denuncia a tal riguardo Gramsci: “nella sua forma più diffusa di superstizione economistica, la filosofia della praxis perde una gran parte della sua espansività culturale nella sfera superiore del gruppo intellettuale, per quanta ne acquista tra le masse popolari e tra gli intellettuali di mezza tacca, che non intendono affaticarsi il cervello ma vogliono apparire furbissimi” (13, 18: 1595) [6].

Tuttavia, sottolinea Gramsci, tale popolarizzazione del marxismo, per quanto utile alla formazione di un nuovo senso comune, è inadeguata per l’altrettanto decisivo compito di conquistare al partito comunista ampi strati di intellettuali tradizionali, soprattutto in formazione.

A questo proposito, fa notare ancora Gramsci che, mentre gli intellettuali tradizionali hanno teso a idealizzare il marxismo, ovvero si sono serviti “di alcuni elementi della filosofia della praxis, per (…) moderare il soverchio filosofismo speculativo col realismo storicista della teoria nuova, per fornire di nuove armi l’arsenale del gruppo sociale cui erano legati”, gli intellettuali organici hanno unilateralizzato l’aspetto materialista proprio per contrastare “l’ideologia più diffusa nelle masse popolari, il trascendentalismo religioso” (16, 9: 1855) senza rompere con una cultura popolare, al contempo, intrisa di materialismo volgare

Secondo Gramsci, l’ostacolo principale all’affermazione di una nuova concezione del mondo come il marxismo non sono tanto le “filosofie tradizionali e la religione dell’alto clero, cioè le concezioni del mondo degli intellettuali e dell’alta cultura. In realtà questi sistemi sono ignoti alla moltitudine e non hanno efficacia diretta nel suo modo di pensare e di operare” (11, 13: 1396). Esse sono funzionali all’omogenizzazione della classe dirigente e, dunque, esercitano un’egemonia esteriore “che limita il pensiero originale delle masse popolari negativamente, senza influirvi positivamente” (ibidem). Le concezioni frammentarie e caotiche delle masse sono principalmente subordinate alle religioni e ideologie popolari e alla loro capacità di impregnare il senso comune. (cfr. 16, 9: 1858).

Del resto, nella prospettiva del marxismo, per Gramsci è più significativo – persino dal punto di vista filosofico – che “una massa di uomini sia condotta a pensare coerentemente e in modo unitario il reale presente” di quanto non possa essere “ il ritrovamento da parte di un «genio» filosofico di una nuova verità che rimane patrimonio di piccoli gruppi intellettuali” (11, 12: 1378). Non si tratta, dunque, di limitarsi a sviluppare una nuova visione del mondo per ristretti gruppi di specialisti, ma di mantenere una unità organica con le esigenze della massa, facendo in modo che tra intellettuali e masse si stabilisca “la stessa unità che deve esserci tra teoria e pratica” (11, 12: 1382).

È con la progressiva penetrazione del marxismo nelle masse attraverso l’opera del “moderno Principe”, ossia del Partito comunista, che Gramsci ritiene possibile operare una profonda “riforma intellettuale e morale” della modernità che compia “su scala nazionale ciò che il liberalismo non è riuscito a compiere che per ristretti ceti della popolazione” (10, 41: 1292). Si tratta di fondere teoria filosofica e pratica politica per dar vita a una visione del mondo non più monopolio di ceti intellettuali, ma volta a fondare un nuovo senso comune di massa e realizzare un “progresso intellettuale di massa” (11, 12: 1385). In effetti, a parte di Gramsci, solo mediante lo sviluppo “di un pensiero superiore al senso comune” esistente e “scientificamente coerente” che, al contempo, non perda il contatto con i bisogni reali delle masse – da cui anzi desume le questioni da analizzare e risolvere – “una filosofia diventa «storica», si depura dagli elementi intellettualistici di natura individuale e si fa «vita»” (11, 12: 1382).

Note:

[1] Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica a cura di Gerratana, Valentino, Einaudi, Torino 1977, p. 331. D’ora in poi citeremo quest’opera fra parentesi tonde direttamente nel testo, indicando il quaderno, il paragrafo e il numero di pagina di questa edizione.

[2] Tale passaggio, osserva ancora a tal proposito, acutamente, Gramsci, se soddisfatto, è ciò “che realmente modifica il «panorama ideologico» di un’epoca. Né, d’altronde, queste élites possono costituirsi e svolgersi senza che nel loro interno si verifichi una gerarchizzazione di autorità e di competenza intellettuale, che può culminare in un grande filosofo individuale, se questo è capace di rivivere concretamente le esigenze della massiccia comunità ideologica, di comprendere che essa non può avere la snellezza di movimento propria di un cervello individuale e pertanto riesce a elaborare formalmente la dottrina collettiva nel modo più aderente e adeguato ai modi di pensare di un pensatore collettivo” (10, 41: 1292).

[3] Proprio al contrario ragiona Benedetto Croce, come mostra Gramsci citando un caso esemplare, cioè che Croce non si è contrapposto all’impostazione “«religiosa» della guerra in quanto ciò è necessario politicamente perché le grandi masse popolari mobilitate siano disposte a sacrificarsi in trincea e a morire: è questo un problema di tecnica politica che spetta di risolvere ai tecnici della politica. Ciò che importa al Croce è che gli intellettuali non si abbassino al livello della massa, ma capiscano che altro è l’ideologia, strumento pratico per governare, e altro la filosofia e la religione che non deve essere prostituita nella coscienza degli stessi sacerdoti” (10, 1: 1212).

[4] “È evidente – osserva ancora acutamente a questo proposito Gramsci – “che una costruzione di massa di tal genere non può avvenire «arbitrariamente», intorno a una qualsiasi ideologia, per la volontà formalmente costruttiva di una personalità o di un gruppo che se lo proponga per fanatismo delle proprie convinzioni filosofiche o religiose. L’adesione di massa a una ideologia o la non adesione è il modo con cui si verifica la critica reale della razionalità e storicità dei modi di pensare. Le costruzioni arbitrarie sono più o meno rapidamente eliminate dalla competizione storica, anche se talvolta, per una combinazione di circostanze immediate favorevoli, riescono a godere di una tal quale popolarità mentre le costruzioni che corrispondono alle esigenze di un periodo storico complesso e organico finiscono sempre con l’imporsi e prevalere anche se attraversano molte fasi intermedie in cui il loro affermarsi avviene solo in combinazioni più o meno bizzarre ed eteroclite” (11, 1: 1392-393).

[5] Dal punto di vista del centro organizzativo di un raggruppamento, cioè dalla prospettiva del comitato centrale, è essenziale l’aspetto “della «continuità» che tende a creare una «tradizione» intesa, naturalmente, in senso attivo e non passivo come continuità in continuo sviluppo, ma «sviluppo organico»” (756). Perciò, fa notare Gramsci, “la continuità «giuridica» del centro organizzativo [del partito rivoluzionario] non deve essere di tipo bizantino-napoleonico, cioè secondo un codice concepito come perpetuo, ma romano-anglosassone, cioè la cui caratteristica essenziale consiste nel metodo, realistico, sempre aderente alla concreta vita in perpetuo sviluppo” (6, 84: 757).

[6] D’altra parte, sottolinea Gramsci, che se “è vero che un’epoca storica e una data società sono […] rappresentate dalla media degli intellettuali e quindi dai mediocri, ma l’ideologia diffusa, di massa, deve essere distinta dalle opere scientifiche, dalle grandi sintesi filosofiche che ne sono poi le reali chiavi di volta” (11, 22: 1423). Per quanto riguarda tali chiavi di volta della società borghese, esse – sottolinea Gramsci – devono essere nettamente superate” dal marxismo. O “negativamente, dimostrandone l’infondatezza, o positivamente, contrapponendo sintesi filosofiche [marxiste] di maggiore importanza e significato” [ibidem].

02/12/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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