Il successo è poter coricarsi ogni sera con l’anima in pace: il concerto romano di Ute Lemper

The 9 Secrets, ispirato a Il manoscritto ritrovato ad Accra di Coelho, con il supporto video di Schlöndorff, è spettacolo indubbiamente godibile dal punto di vista estetico. Il grande mestiere e le indubbie capacità tecniche dell’artista si confrontano con un materiale tanto suggestivo quanto povero di contenuti sostanziali, storico-sociali. In tal modo l’opera lascia allo spettatore troppo poco da pensare per essere annoverata a pieno titolo fra le opere della bella arte. Resta un divertissement raffinato e ben confezionato


Il successo è poter coricarsi ogni sera con l’anima in pace: il concerto romano di Ute Lemper

The 9 Secrets, ispirato a Il manoscritto ritrovato ad Accra di Coelho, con il supporto video di Schlöndorff, è spettacolo indubbiamente godibile dal punto di vista estetico. Il grande mestiere e le indubbie capacità tecniche dell’artista si confrontano con un materiale tanto suggestivo quanto povero di contenuti sostanziali, storico-sociali. In tal modo l’opera lascia allo spettatore troppo poco da pensare per essere annoverata a pieno titolo fra le opere della bella arte. Resta un divertissement raffinato e ben confezionato

di Renato Caputo

Come apertura dell’attuale edizione dei Concerti nel Parco, nel suggestivo scenario della romana Villa Pamphilj, si è puntato su Ute Lemper. La crisi – sfruttata dal capitalismo per rilanciare l’accumulazione addossandone i costi sui più deboli, fra cui va annoverata, in un mondo dove tutto è ridotto a merce, anche la cultura – ha imposto un investimento con un profilo bassissimo di rischio. La cantante e attrice tedesca è indiscutibilmente una grande star di respiro internazionale per un pubblico radical chic, di borghesi illuminati e di ceti medi riflessivii. Dopo essersi confrontata in passato con grandi poeti rivoluzionari, in primis Bertolt Brecht, cui deve la sua affermazione a livello internazionale, in ultimo Pablo Neruda, Lemper ha ripiegato su un autore di sicuro successo nel suo pubblico, costituito principalmente in Italia dai lettori de “La Repubblica”, il brasiliano Paulo Coelho.

Dall’opera di quest’ultimo Lemper ha tratto nove parole chiave, tanto suggestive quanto vacue, che costituiscono i nove momenti in cui si articola il suo spettacolo: bellezza, solitudine, cambiamento, successo, fuoco, sesso, il mondo e la virtù, amore, movimento. Tali parole chiave sono spacciate come segreti per la felicità, tratte da un antichissimo inesistente manoscritto, testimonianza di una altrettanto antichissima e inesistente saggezza orientale. In un epoca come la nostra, di reazione imperante nei paesi a capitalismo avanzato, la maggioranza degli intellettuali hanno perso fiducia e interesse nel mondo storico, politico e sociale, e cercano rifugio nell’esotica e orientalisticamente artefatta saggezza universale del remoto oriente. In tal modo invece di tornare al concetto, per comprendere il nostro mondo fenomenico, se ne ricerca la verità in generalissime rappresentazioni considerate, proprio perché astratte e indefinite, universali e originarie. Un origine che non è ovviamente né storica né concettuale, ma che si perde in un’antichità dai contorni indefiniti, la cui indeterminatezza viene riempita da un tentativo di dare veste poetica e sembianze orientali a luoghi comuni del nostro mondo. Tale sedicente antichissima saggezza ha indubbiamente una forma religiosa, ma non della religione rivelata, ossia del cristianesimo che segna il compimento del concetto di religione, ma della antica religione orientale fondata sul mistero. Quest’ultimo non è altro che la manifestazione dell’incapacità di questi antichissimi popoli di poter comprendersi nel modo adeguato, nel modo scientifico e filosofico, dovendo perciò ricorrere a una visione del mondo mitologico-religiosa.

Lemper ha utilizzato la sua grande esperienza per estrapolare alcuni dei passaggi più suggestivi, e di sicuro impatto sul proprio pubblico, dell’opera di Coelho. Con la sua sensibilità artistica e il suo indubbio mestiere dopo aver composto in tempi relativamente rapidi le canzoni, ne ha curato gli arrangiamenti per trovare la atmosfere più suggestive, per velare con un profumatissimo incenso la vacuità dal punto di vista storico-sociale del proprio materiale. L’essenza del tutto astratta delle parole di Coelho è stata così rielaborata alla luce della sensibilità artistica, soggettivistica, della cantante che ha mirato a confezionarle in belle melodie, in un contesto che fosse il più armonioso possibile, per non infastidire il proprio sazio pubblico di intellettuali tradizionali e filistei borghesi con le tragiche contraddizioni del nostro mondo.

La poetica formalistica e programmaticamente antirealistica di Coelho e Lemper, non fosse mai che i committenti borghesi possano essere contrariati con riferimenti al mondo storico reale, trova il proprio organico compimento nel video realizzato dal navigato regista tedesco Volker Schlöndorff, girato in funzione dello spettacolo tra le antiche rovine mediorientali.

Lo spettacolo è certamente originale, molto suggestivo, piacevole e ben curato da tutti i punti di vista. Il livello musicale è elevato e originale con una band davvero internazionale, che suona strumenti particolari delle più diverse tradizioni musicaliii, dando una impronta etnica e multiculturale allo spettacolo, che ha una base jazzistica che non gli fa correre il rischio di scadere nel folklore. Bella anche la scenografia, al di là di quella naturale di una Villa Pamphilj in un bellissima serata d’estate romana con una splendida luna piena. Ottima l’interpretazione della Lemper, un vero animale da palcoscenico che tiene la scena senza annoiare, muovendosi con grazia e intelligenza. Anche gli abiti della Lemper sono magnifici, mentre un po’ sotto tono appare la voce, nonostante l’estrema abilità nel modularla e modellarla da parte della cantante, forse anche per una amplificazione e una acustica che lasciano a desiderare. Colpisce invece l’abilità che ha la Lemper di cantare nelle più diverse lingue, riproducendone anche le sonorità grazie a una band veramente internazionale.

Tuttavia la forma, a tratti magnifica, tende a prevalere troppo su un contenuto che, se conosce momenti poetici altiiii, scade troppo spesso in luoghi comuni un po’ generici e in frasi fatte troppo scontate, come quando si parla dell’unico dio quale dio dell’amore, di religion of love, di mistero, eccetera. Privo di contenuto storico sociale, per preservare da qualsiasi contatto con la realtà il proprio pubblico radical très chic, alla ricerca di evasione, lo spettacolo deve rinunciare a qualsiasi effetto catartico. L’opera non apre né stimola il proprio pubblico a cercare nuove prospettive, è priva di qualsiasi aspetto tipico, non veicola nessun elemento in grado di illuminare la propria civiltà storica e sociale, né si contrappone all’industria culturale, riproducendo artisticamente le stridenti contraddizioni del proprio mondo.

Del resto Lemper si riconosce pienamente nell’opera dello scrittore di bestseller, per un pubblico raffinato culturalmente, ma disinteressato a comprendere e trasformare il proprio mondo storico. In tal modo Lemper finisce per mettere in scena, senza un briciolo di distacco critico, rinunciando del tutto all’effetto di straniamento, una serie di luoghi comuni esistenzialisti, sviluppati a partire dal testo di Coelho.

Inoltre il sedicente tuffo nel tempo, che il confronto con il fittizio manoscritto di Accra dovrebbe consentire, risalendo a un’epoca così remota, che soltanto una visione del mondo mitologico-religiosa è in grado di raffigurare, rappresenta un ennesimo capitolo di quella fuga dalla storia, che rappresenta l’attitudine dominante nei tempi oscuri in cui siamo, o ci siamo, condannati a vivere.

Del resto la narrazione di Coelho è ambientata in un vero e proprio grand hotel abisso, in cui cerca rifugio una popolazione (metafora di una classe) consapevole di avere i propri becchini storici alle porte. Dinanzi allo scontro sempre più imminente che si prepara fuori le mura, e che non lascia possibilità di scampo, il pubblico della città sotto assedio si stringe attorno a un sacerdote-saggio-profeta che traccia la via di fuga dalle contraddizioni storico-politiche in una saggezza con venature mistiche ed esoticheiv.

L’invito esplicito a godersi la vita di contro alla tragedia storica e alla stessa visone del mondo logico-scientifica della modernità, produce ancora più disagio – in uno spettatore non anestetizzato – per l’ambientazione in un Medio Oriente quanto mai devastato dalle politiche di divide et impera poste in atto dall’imperialismo.

L’opera messa in scena tende troppo ad appiattirsi con la “palude” dominante nel suo pubblico, con la miseria dell’esistente, e non appare in grado di distanziarsene criticamente, se non cercando rifugio in una forma elegante e multiculturale.

Infine torniamo al pubblico numericamente consistente anche per i prezzi contenuti e l’affascinante location. Troppi spettatori dimostrano di avere una scarsa eticità, si comportano sovente da scostumati, entrano in ritardo anche consistente, si alzano più volte per andare al bar e soprattutto si moltiplicano le foto con flash e le riprese prolungate con il cellulare, che danno notevole fastidio a chi vorrebbe vivere un’esperienza estetica. Anche il chiacchiericcio è piuttosto costante. Finito lo spettacolo, senza nemmeno aspettare il bis, in molti defluiscono immediatamente e in modo scomposto. Forse, proprio per questo, nonostante si annunciasse una seconda parte con i grandi successi della Lemper, la cantante si limita a uno stringato bis, con una notevole interpretazione de La ballata di Mackie Messer e un tentativo di canzone in italiano con un omaggio a Nino Rota e al Fellini di Amarcordv.


Note

i Il pubblico della rappresentazione romana appare costituito, principalmente, dalla medio alta borghesia intellettuale, in larga parte renziana. Sono gli intellettuali che rappresentano il blocco storico-sociale che dirige questo paese verso la barbarie, stazione terminale del Titanic Europa.

ii Colpiscono in particolare la fisarmonica e le percussioni.

iii In particolare quando tratta della solitudine, che non è solo mancanza, ma anzi rafforza l’amore. Poi quando tratta della bellezza che si nutre delle differenze e delle miriadi di sfumature.

iv Del resto tale apparente insondabile profondità, resa misteriosa dal velo mistico che ne rende indefiniti i contorni, tale presunta saggezza fuori dal tempo, è generalmente sintomo, come osservava già Hegel, di una visione del mondo incapace di andare al di là della vacua superficialità.

v Applausi finali e bis paiono improntati principalmente alla necessità di mostrarsi cortesi.

02/08/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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