Il trasformista come paradigma dell'attualità

L'ultimo spettacolo, nel complesso non esaltante, portato in tour da Arturo Brachetti sollecita una riflessione sulle condizioni di lavoro e di vita che il mercato e il patriarcato impongono ai precari e, soprattutto, alle donne.


Il trasformista come paradigma dell'attualità

L'ultimo spettacolo, nel complesso non esaltante, portato in tour da Arturo Brachetti sollecita una riflessione sulle condizioni di lavoro e di vita che il mercato e il patriarcato impongono ai precari e, soprattutto, alle donne. Ma mentre nel quotidiano si producono in questo modo solo superficialità e alienazione, l'artista torinese ha comunque la capacità sorprendente di abbinare velocità e sensibilità, poliedricità ed emozione. 

di Stefano Paterna 

Viaggiatore del tempo (ma sopratutto della propria età anagrafica) alla ricerca della sua borsa magica, cosacco del Don, mandarino cinese, derviscio turco, ballerina carioca: tutto in pochi secondi. C'è molto di paradigmatico in Arturo Brachetti e nella sua arte di trasformista. E il suo punto di vista, il punto di vista dello spettatore dei suoi spettacoli è sempre interessante come spunto per una riflessione più generale.
Bando ai fraintendimenti: non è necessario spendere troppe parole su "Brachetti che sorpresa!", l'ultima performance che il celebre trasformista torinese sta portando in un tour italiano da febbraio e che avrà ancora qualche tappa sino a maggio. Si tratta di uno spettacolo godibile... punto e non molto di più. Un'ora e mezzo è un lasso di tempo decisamente troppo vasto da percorrere con le esili gambe di questa "piece".  

In verità quelle di Brachetti sarebbero assai robuste. Nei momenti in cui è sul palcoscenico l'attenzione è sempre accesa. La sua presenza a tratti toglie il respiro, induce al sorriso e comunque all'emozione. Ma non si può dire che i suoi collaboratori reggano il confronto e l'effetto che si produce è quello di uno squilibrio piuttosto evidente nella composizione dello spettacolo. Luca Bono, il giovanissimo illusionista è appunto un giovane che per non eccedere si attiene all'accademia, Francesco Scimeni (altro illusionista) indulge troppo al doppio senso volgare per strappare la risata del pubblico (e, purtroppo, come ormai accade ovunque ci riesce sempre), la coppia dei due comici “Luca&Tino” è decisamente stucchevole, anche se offre la possibilità anch'essa di una riflessione sulla comicità moderna che vorrebbe sfruttare l'effetto della ripetitività e invece ne viene dominata.

Allora in quale senso l'arte di Brachetti costituisce una sorta di paradigma dell'attualità?  

Certo non nel senso banale del trasformismo politico: questo in realtà non richiede doti particolari e la sua relazione con le capacità dell'artista torinese o con il suo illustre precedente Leopoldo Fregoli sono puramente nominalistiche. Ciò che invece ha davvero di contemporaneo il trasformismo artistico di Brachetti è proprio il suo essere uno specchio di ciò che ogni giorno viene richiesto a tutti noi dall'attuale mercato del lavoro. Cos'è se non trasformismo il doversi adattare a lavori di ogni genere che richiedono attitudini mentali e fisiche del tutto diverse, cambiando di ruolo da operatore di call center a promoter per la telefonia mobile all'interno di un grande centro commerciale o da pony express a baby sitter, da ricercatore precario a cameriere. Ma ancor di più questa condizione (imposta) di trasformista è ben conosciuta dalle donne che debbono farsi carico oltre che del peso della divisione del lavoro economico, anche di quella del lavoro familiare dovuta al vecchio patriarcato che si appoggia al capitalismo per sopravvivere. 

Dunque è per questo che Brachetti nel suo rapidissimo cambiarsi di abito, di postura, di trucco ci affascina così tanto? Brachetti da questo punto di vista è l'artista che più esprime il senso della metropoli e la facilità (apparente) con la quale assolve ai suoi aspetti poliedrici provoca, forse per questo effetto di rispecchiamento, un'immediata gratificazione in chi lo osserva. C'è però anche un prezzo da pagare: perché se poi si può essere qualcuno solo per pochi secondi, se si deve sempre esprimere se stessi in condizioni diverse o opposte, allora c'è la certezza di non poter mai essere davvero significativi. L'estensione in questo caso è sempre inversamente proporzionale alla profondità: così l'elasticità del lavoratore precario è la misura della sua alienazione, del suo divenire sempre più sensibilmente materiale di scarto dell'attuale ciclo della produzione economica.
Tuttavia, ciò che vale per noi comuni mortali, ovviamente non conta per l'artista Brachetti che sul palcoscenico raggiunge il risultato di abbinare alla velocità di esecuzione, la capacità di costruire letteralmente con le proprie mani l'emozione negli occhi di chi lo guarda. Così è nella parte finale del suo spettacolo, quando Brachetti riporta all'oggi l'antico spettacolo delle ombre cinesi o quando con una sensibilità commovente disegna e scompone continuamente con la sabbia su una tavola luminosa.  

Qui il bimbo che riposa nel fondo della valigia e dei costumi di scena emerge e conforta con il sorriso chi lo osserva. 

Sitografia:
Il sito di Arturo Brachetti: http://www.brachetti.com/

01/05/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Stefano Paterna

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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