In memoria di una cattocomunista

Nel ricordo della compagna Paola Palombieri uno spunto per l'analisi di una condizione vissuta da molti compagni


In memoria di una cattocomunista

La vita di Paola Palombieri è stata segnata da una complessa dialettica degli opposti, che prima l’ha lacerata nella ricerca di un’impossibile sintesi, per poi accettarla e viverla serenamente. Dopo la morte (sabato 19 marzo), in noi suoi figli i valori che ci ha trasmesso hanno continuato a vivere, anche se hanno conosciuto uno sviluppo dialettico in cui il comunismo ha tolto e conservato lo spirito del cristianesimo.

di Renato Caputo

Il cattocomunismo può essere considerato una forma specifica di dialettica degli opposti. Del binomio mediante cui Marx definisce la religione - "la miseria religiosa è insieme l'espressione della miseria reale e la protesta contro la miseria reale" - il cattocomunismo si colloca consapevolmente, nel suo essere per sé, nel secondo termine del binomio, mentre solo in sé è espressione del primo termine.

Le origini più lontane del cattocomunismo sono rinvenibili nella tradizione teologica millenarista, la cui carica utopista può servire da antidoto – come ricordava Ernst Bloch in Ateismo nel cristianesimo – all’utilitarismo, al consumismo e al disperato scetticismo delle società occidentali secolarizzate. Tanto più che lo stesso pensiero reazionario, a partire da Nietzsche, denuncia il cristianesimo come un lontano avo del comunismo, in quanto anch’esso sosterrebbe che, seppure in una dimensione ultraterrena, tutti possano essere felici. In tal modo avrebbe portato gli oppressi a considerare ingiusta e non necessaria la loro condizione, favorendo lo sviluppo del loro spirito di ribellione. Perciò Nietzsche definisce il cristianesimo platonismo per le masse e lo ritiene responsabile dell’affermazione della morale degli schiavi, portatrice di valori antitetici alla morale dei signori.

Perciò il Cristianesimo è violentemente attaccato da Nietzsche come il prototipo di tutte le teorie della parità dei diritti. Del resto esso sorgerebbe come rivolta servile all’interno del giudaismo, tanto che Nietzsche denuncia il Cristo come “santo anarchico” e considera lo stesso “giudizio finale” da lui preannunciato, come una “rivoluzione solo pensata un po’ più lontana”. Ecco che Gesù, insieme a Socrate, Lutero e Rousseau sono denunciati dal più grande fra i pensatori reazionari come i “quattro padri della democrazia” e i cattivi maestri delle rivolte servili.

Come fenomeno specificamente italiano, il cattocomunismo ha le proprie origini storiche nei Patti Lateranensi del 1929, attraverso cui Mussolini cementifica il suo potere realizzando la conciliazione fra Stato e Chiesa, che non era riuscita a nessun governo liberale precedente. La Città del Vaticano viene riconosciuta come uno Stato indipendente ed è pagata al Vaticano un’indennità per gli espropri subiti dopo l’unificazione. Lo Stato riconosce la validità civile del matrimonio religioso, l’insegnamento religioso nelle scuole, la negazione dei pieni diritti civili ai sacerdoti eretici o spretati; in cambio Mussolini ottiene che il Vaticano riconosca per la prima volta lo Stato italiano e si riconcili con esso sotto la direzione del fascismo, a cui lascia campo libero nella sua politica totalitaria, vietando ai gruppi cattolici qualsiasi intervento in politica. 

Tuttavia alcuni cattolici democratici non condividono l’entusiasmo delle gerarchie ecclesiastiche per Mussolini e la sua “provvidenziale” dittatura, e sostengono l’opposizione antifascista condannata all’illegalità. Nel 1943, i più determinati fra loro non esitarono ad armarsi e combattere a Porta San Paolo contro i nazisti. Immediatamente dopo questo battesimo del fuoco costituirono il Movimento dei Cattolici Comunisti che partecipò attivamente alla Resistenza e, dopo che il Vaticano nell’immediato dopoguerra indicò la moderata Democrazia cristianaquale unica rappresentante dei cristiani in politica, confluirono nel Pci, in cui costituiranno una corrente influente, per quanto minoritaria.

Tale dialettica degli opposti conoscerà un ulteriore sviluppo dopo la morte di Pio XII, totalmente ostile alla sinistra, e l’elezione nel 1958 di Giovanni XXIII, che comprende l’esigenza, per non finire nell’emarginazione, di aprire la Chiesa alle esigenze sociali e alla distensione internazionale, dopo l’atteggiamento di crociata ultra-conservatrice di Pio XII. Ciò porterà fra il 1962 e il 1965 al Concilio Vaticano II, attraverso il quale la Chiesa si rinnoverà profondamente, abbandonando la posizione pregiudizialmente antitetica a tutti i valori della modernità, favorendo la partecipazione dei laici e delle donne e dando nuovo impulso al cristianesimo sociale. Ciò favorirà la contaminazione fra questa esigenza di rinnovamento e impegno sociale della parte più progressista del mondo cattolico e i grandi movimenti di lotta sociali e politici che si sviluppano nel corso degli anni Sessanta e sfoceranno in quella seconda primavera dei popoli del 1968-1969.

Lo spirito di mia madre che sopravvive alla morte del suo corpo – dal momento che solo lo spirito è immortale – partecipa essenzialmente di questa dialettica fra gli opposti, sorta dall’incontro fra il cristianesimo e il grande movimento socio-politico degli anni Sessanta. Abbiamo, da una parte un cristianesimo di base, ispirato alla tradizione francescana della Chiesa dei poveri, dall’altra un grandioso movimento di liberazione ed emancipazione del genere umano di respiro internazionale, che nasce dalle lotte contro l’imperialismo e ogni forma di autoritarismo e violenza.

Il ricordo di mia madre – che da sabato 19 vive solo nei cuori delle tantissime persone cui ha fatto del bene – è legato a questa Chiesa di base, che torna a fare del cristianesimo la religione dei subalterni, degli sfruttati, degli umiliati e offesi. Una concezione scomoda della religione, non tollerata da chi fa della religione un Instrumentum regni, che si paga con l’ostracismo e il tentativo di emarginazione. Da qui l’allontanamento di mia madre dall’Azione cattolica – nelle fila della quale si era intensamente impegnata per riportare il cristianesimo fra quelle masse di diseredati da cui era sorto – con l’accusa di essere una pericolosa sovversiva, una comunista.

Del resto, sono anni in cui lo spettro del comunismo fa particolarmente paura ai vertici corrotti del Vaticano: sono infatti gli anni in cui si sviluppa la teologia della liberazione, e una parte significativa della base della Chiesa, stanca del collaborazionismo dei suoi vertici con il colonialismo, l’imperialismo e il fascismo, marcia in direzione ostinata e contraria.

Dopo un matrimonio che genera scandalo fra i filistei, in quanto rivoluziona la cerimonia tradizionalista, contrapponendo lo spirito originario del cristianesimo al suo storico positivizzarsi in un culto sempre più esteriore, mia madre fa l’esperienza decisiva della cooperazione con i Paesi del Terzo mondo, da poco liberatisi dal giogo del colonialismo. Unita con mio padre nel deciso rifiuto del militarismo e della violenza, cui contrappongono il grande ideale della pace e della solidarietà fra i popoli, vanno a vivere in Africa per sottrarsi al servizio militare. Sono parte del primo contingente di obiettori di coscienza che preferiscono passare due anni cooperando allo sviluppo di un Paese del Terzo mondo, piuttosto che prestare per un anno il servizio militare nel proprio Paese.

Di ritorno in Italia, la mia mamma incontra un cristiano spagnolo che, dopo aver sviluppato un movimento cristiano di base nelle baraccopoli spagnole, compie un tentativo analogo in Italia. Nel frattempo, però, la seconda primavera dei popoli ha subito una battuta di arresto. Si apre, in corrispondenza con la ripresa della crisi di sovrapproduzione, una nuova fase di restaurazione. Il conseguente riflusso finisce per stravolgere gli stessi movimenti cristiani di base, di cui mia madre è parte, che iniziano a istituzionalizzarsi.  Dalla fase attiva della rivoluzione si passa a una fase passiva, in cui gli aspetti meno dirompenti della Chiesa di base vengono accolti dalla parte più lungimirante dei vertici della Chiesa, per espandere la sua penetrazione fra i subalterni, togliendo al contempo spazio alle spinte di una base sempre più in crisi.

Tale crisi finisce per travolgere anche la mia povera mamma, che somatizza questa sconfitta storica che non è in grado di rielaborare, oscillando fra la depressione e un’impossibile fuga dalla normalità della vita etica, alla quale aveva finito per votarsi, con la convinta e radicale adesione al ruolo di madre. Lo spirito ribelle di mia madre non riesce ad accettare quella fissità che accompagna necessariamente la vita etica, dal momento che, come insegna Kierkegaard, chi vive eticamente sceglie la propria vita e afferma la propria identità nella continua ripetizione dei propri compiti. Nella vita etica, in effetti, l’individuo si sottopone a una forma, a un modello universale di comportamento, è la scelta della normalità. D’altra parte nella generalità della vita etica, connessa alla ritualità dei comportamenti, l’individuo non riesce a trovare veramente se stesso; si corre infatti il rischio del conformismo sociale. In mia madre, poi, per la sua connaturata avversione a ogni forma di filisteismo, è particolarmente intensa quell’ansia di infinitoche non si lascia racchiudere nei limiti della tranquilla esistenza, nei ruoli etici della famiglia o della stessa società civile. Mia madre fa la tragica esperienza che anche lo stadio etico è destinato al fallimento; da ciò sorge il bisogno di un’esperienza più profonda e coinvolgente grazie a cui l’individuo – vincendo l’angoscia e la disperazione – possa davvero realizzarsi.

Ciò riporta mia madre alle fonti della vita religiosa, al concetto da cui è sorto lo spirito rivoluzionario del cristianesimo, il messaggio evangelico dell’amore universale che ci rende liberi, ponendoci al di là dello stesso legalitarismo grazie alla riscoperta dell’interiorità, in cui vive l’imperativo categorico fonte della moralità. La voce della coscienza si scopre superiore e, quindi, libera da ogni legge esteriore, da ogni norma statuale.

Da qui una scelta di vita religiosa ispirata alle esperienze delle prime comunità cristiane, animate da un comunismo primitivo, che si traduce nella società dei consumi in un anticapitalismo minimale e quotidiano. Nonostante la sua risoluzione per la vita religiosa, mia madre non abbandona mai l’immediata avversione per ogni forma di fascismo, razzismo, intolleranza, militarismo, dominio, violenza, sfruttamento, autoritarismo e classismo.

Perciò l’educazione che ha dato ai suoi figli, e ogni bisognoso per lei era come un figlio, era fondata sull’amore, sul buon esempio e su pochi ma fondamentali valori etici e morali, in cui aveva una fede incrollabile. Il suo pensiero, la sua attenzione e le sue preoccupazioni andavano sempre ai più deboli, ai più bisognosi, ai più sofferenti, sempre nel modo più gratuito e spontaneo possibile, senza sforzo e senza mai aspettarsi nulla in cambio. Mia madre si è sempre sforzata di considerare gli altri, in primo luogo i più deboli e umili, come un fine in sé e mai come un mezzo

I suoi sforzi non sono mai stati rivolti alla ricerca del denaro, del potere, della gloria, degli onori, del piacere in senso edonistico. Per lei fare del bene era diventato un costume, una “seconda natura”, non era, dunque, un dover essere e meno che mai un comandamento, una legge esterna. Così, non solo era usa a fare del bene senza sforzo e senza secondi fini, ma trovava in ciò il senso della sua vita, ciò che dava valore alla sua esistenza.

Così, anche negli ultimi anni, quando era malata e sofferente, quando non riusciva a muoversi se non a costo di dolori enormi, ha continuato a mantenere la serenità interiore e a trasmetterla agli altri, a chi le stava intorno. Fino all’ultimo non ha preteso mai nulla per sé, non ha mai riportato l’attenzione sulle sue spaventose sofferenze, anzi parlava solo se sollecitata – per cortesia – dei suoi guai, e continuava a interessarsi sempre a quelli degli altri.

24/03/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

Condividi

L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

APPUNTAMENTI

Newsletter

Iscrivi alla nostra newsletter per essere sempre aggiornato sulle notizie.

Contattaci: