L’omosessualità fra genetica e condizionamenti socioculturali

La flessibilità biologica, geneticamente predisposta, degli orientamenti sessuali tende a adattarsi storicamente ai modelli culturali a loro volta espressione delle strutture socioeconomiche sottostanti.


L’omosessualità fra genetica e condizionamenti socioculturali

 

Il caso Morisi e la mancata approvazione della legge contro l’omofobia (“ddl Zan”) hanno riportato in primo piano, nell’attualità politica italiana, il tema dell’omosessualità. Ma anche a livello internazionale le diverse prese di posizione su questa variante della sessualità occupano un ampio spazio nel dibattito pubblico.

Per inquadrare correttamente il problema è necessario analizzare innanzitutto il ruolo esercitato dai condizionamenti socioculturali su questo importante aspetto della sessualità umana.

L’istinto primigenio

L’istinto all’accoppiamento rappresenta la condicio sine qua non per la propagazione della specie in tutti gli animali a riproduzione sessuata, compreso l’uomo. Esso è la risultante di una complessa rete di geni selezionatisi in quanto capaci, nel loro insieme, di permettere e, anzi, favorire la fusione dei gameti maschile e femminile, presupposto indispensabile alla formazione di un nuovo individuo [1]. L’impulso primigenio all’accoppiamento non è però necessariamente rivolto solo agli individui del sesso opposto, anzi l’ambiguità sessuale è caratteristica di numerose specie anche a noi molto affini come, per esempio, i bonobo [2].

Numerosi sono gli studi di genetica [3,4,5] che hanno cercato di spiegare l’apparente paradosso della larga diffusione dell’omosessualità, un tratto che, se esclusivo, non darebbe luogo ad alcuna discendenza e quindi sarebbe destinato all’estinzione. In realtà, la gamma degli orientamenti sessuali, un tratto multifattoriale dovuto al casuale rimescolamento dei geni, si snoda lungo un continuum ai cui estremi si collocano l’eterosessualità esclusiva da un lato e l’omosessualità esclusiva dall’altro, con tutte le sfumature intermedie raccolte attorno a quella miscela ottimale di caratteri mascolinizzanti e femminilizzanti che nel tempo ha generato il maggior tasso di riproduzione. Tale curva di distribuzione risente anche degli effetti della selezione sessuale, che tende a penalizzare i due estremi dello spettro, sia quello in cui si concentra un eccesso di tratti femminilizzanti che non consentono rapporti a esito riproduttivo, sia anche quello “ipertestosteronico”, tendenzialmente aggressivo, violento, incurante della prole, tutte caratteristiche istintivamente non attrattive per le potenziali partner femminili [6]. A ciò si aggiunga che, nell’ambito dello stesso individuo, l’orientamento sessuale di fatto varia anche nel tempo in rapporto alle diverse fasi, geneticamente programmate, del suo fisiologico sviluppo psicofisico. Nel periodo della pubertà e dell’adolescenza, per esempio, vari fattori tra cui, nel maschio, l’incremento della secrezione di estrogeni che si accompagna a quello, peraltro ancor più marcato, degli androgeni, determinano una potenziale ambiguità nelle inclinazioni sessuali che può essere repressa, inibita, tollerata o incoraggiata a seconda dell’ambiente socioculturale circostante. Infine, i meccanismi di flessibilità genetica che caratterizzano gli istinti in generale e quello sessuale in particolare, quali essi si sono selezionati nel corso dell’evoluzione, permettono un’ampia gamma di varianti nelle risposte ai segnali cui sono esposti gli individui nel corso della loro esistenza. La variabilità e adattabilità genetica di base legate ai diversi stadi del ciclo vitale s’intrecciano insomma con una modulazione fine e puntuale della pulsione erotica favorita dalle circostanze ambientali.

Modelli di sessualità

Conseguenza di questa spiccata flessibilità genetica degli orientamenti sessuali è la straordinaria capacità dei fattori culturali, a loro volta espressione delle strutture economiche sottostanti, di condizionare l’espressione della componente omosessuale nella storia delle società umane.

Nel lunghissimo periodo in cui le esigenze della sopravvivenza venivano soddisfatte principalmente dalla caccia e dalla depredazione delle tribù circonvicine, il ricorso temporaneo all’omosessualità avrebbe svolto il ruolo di valvola di sfogo, per lo più transitoria, vantaggiosa per cementare il gruppo dei cacciatori-guerrieri e anche per stabilire fra loro utili gerarchie tra maschi dominanti e gregari, come del resto avviene anche in altre specie, di primati in particolare. Utilizzare l’istinto erotico in senso omosessuale significa parlare di geni che, se attivati, permettono un orientamento omoerotico senza per nulla pregiudicare, in altre circostanze, rapporti sessuali a esito riproduttivo: quei geni si sarebbero propagati perché avrebbero istruito i loro portatori a un uso alternativo della spinta sessuale in quelle situazioni, come la caccia e la guerra e in quelle fasi della vita, come l’adolescenza e la giovinezza, in cui tale uso era risultato vantaggioso nel loro passato ancestrale. Ancor oggi, la larga diffusione di una potenzialità omosessuale presente, sia pure in misura variabile, nella quasi totalità dei giovani maschi della nostra specie, è dovuta agli istinti geneticamente selezionati e fissati come potenziali componenti dello sviluppo psicofisico individuale nel lunghissimo periodo caratterizzato dall’economia tribale dei cacciatori-guerrieri. I 300 di Leonida e il Battaglione Sacro di Tebe, composti esclusivamente da omosessuali, testimoniano la permanenza, anche in periodi storici a noi più vicini, di tale “valorizzazione bellica” dell’omoerotismo fra i maschi cui è affidata la difesa della comunità. È dunque presumibile che quell’istinto, innescato da quelle situazioni, ne abbia premiato i portatori rispetto a chi irrigidendosi, guerriero o cacciatore che fosse, manifestasse una tetragona indisponibilità a incontri ravvicinati, anche se solo temporanei, di quel tipo. Tali individui, anzi, invisi e quindi esclusi dal branco, potrebbero aver incontrato maggiori difficoltà a procreare rispetto a chi si adeguava alle regole non scritte dell’amicizia – non priva di tonalità erotiche – della maggioranza, specie nei periodi di segregazione prolungata imposti dalle esigenze vitali della tribù, come la caccia, la pesca, la guerra, la navigazione, la pastorizia. Ancora oggi in molte parti del mondo, in particolare nel Medio Oriente e in Africa Orientale, i rapporti omosessuali fra giovani maschi adolescenti sono diffusi al punto da rappresentare quasi una sorta di rito di passaggio verso la maggiore età. In alcune popolazioni, poi, la pratica omosessuale più o meno clandestina si protrae sino all’età adulta, parallelamente a un’eterosessualità esibita e addirittura alla poligamia [7]. Si potrebbe definire questo fenomeno come il modello omo-bisessuale poligamico, sopravvissuto sino a oggi dall’antichità classica e in cui vige la fondamentale distinzione fra omosessualità attiva e passiva, come spiega Eva Cantarella nel suo libro Secondo natura [8]. Si pensi anche, per esempio, alla mitologia greca e alla figura storica di Alessandro Magno [9].

Con l’affermarsi delle società agricole, il modello di riferimento ideale tende a spostarsi verso l’eterosessualità esclusiva e, specularmente, verso la stigmatizzazione delle pulsioni omosessuali. Il lavoro dei campi, infatti, non più legato alla semplice sussistenza ma a un’espansione dell’economia e a più ampie aggregazioni sociali e politiche grazie all’accumulo delle risorse, favorisce e al tempo stesso richiede un marcato incremento demografico e quindi la promozione di costumi sessuali adeguati a tale necessità. La sessualità riproduttiva, codificata dal rito del matrimonio nelle società precapitalistiche, solo in misura variabile però coincide con la sessualità biologica, la cui variegata e cangiante gamma sfugge invece, come s’è detto, a rigide categorizzazioni essendo modulabile dalle circostanze ambientali.

Su questo terreno s’innesta la nascita delle religioni monoteiste, la cui visione patriarcale s’incentra sulla figura di un Dio-Padre che fissa severe regole morali, funzionali alle esigenze dell’economia agricola e pastorale di cui s’è detto e che si traducono in codici etici repressivi dell’omosessualità. Il Cristianesimo in particolare, espandendosi per contingenze storiche all’interno dell’Impero Romano e trovandosi quindi coinvolto nella disputa ideologica che contrappone stoicismo ed epicureismo, si schiera nettamente a favore del primo e contro quest’ultimo. All’omofobia quindi si aggiungono la sessuofobia e la colpevolizzazione del piacere tout court, conformemente al presupposto (in seguito messo in discussione grazie al capovolgimento della logica finalistica operato dall’evoluzionismo) che la riproduzione sia l’unico scopo dell’accoppiamento invece che un suo possibile risultato e che dunque il piacere sessuale sia “giustificato” solo se finalizzato alla procreazione. Tale visione colpevolizzante della sessualità rappresenta peraltro, per la classe dominante legata al clero, un efficace strumento di controllo politico delle classi subalterne.

Un significativo esempio della “plasmabilità” dell’orientamento sessuale da parte della pressione esercitata dall’ambiente politico-culturale è il caso del Ponte delle Tette e della Ca’ Rampani a esso prospiciente, a Venezia. Il senato della Serenissima, preoccupato dalla diffusione dell’omosessualità fra i ragazzi veneziani (probabilmente dovuta a un’educazione religiosa eccessivamente sessuofobica), decise, col beneplacito delle autorità ecclesiastiche, d’invertire la rotta ricorrendo ai servigi delle prostitute che esibivano ai giovani le loro grazie e creare così i presupposti per un incremento demografico atto a fornire marinai, soldati e altra manodopera quanto mai necessaria al prorompente sviluppo economico e militare della Repubblica.

Con l’affermarsi in Occidente della civiltà industriale, il modello eterosessuale monogamico e il patriarcato omofobico ereditati dai secoli precedenti vengono a essa adattati, nella misura in cui risultano funzionali al nuovo sistema produttivo. L’industrializzazione, e quindi la produzione in serie dei beni, per essere efficiente richiede infatti una razionalizzazione, sia delle risorse materiali che di quelle umane con cui operare, da cui la classificazione dicotomica delle preferenze sessuali, l’una arbitrariamente definita “normale” e l’altra “patologica”. I soggetti che in questo contesto rientrano nella definizione di “omosessuali” vengono etichettati semplicisticamente come “malati”, cui consegue stigma, emarginazione od eventualmente, specie se appartenenti alle classi superiori, trattamento psichiatrico. Il tutto associato o meno, a seconda delle varie legislazioni vigenti, a misure repressive più o meno severe, come nel caso di Oscar Wilde.

Si costringe in tal modo la variegata, fluida e cangiante realtà psichica entro rigidi stereotipi precostituiti di stampo positivista. Nella catena di montaggio della ri-produzione non c’è spazio, in questa visione efficientistica, per le sottili sfumature individuali: tutto dev’essere ricondotto agli schemi fissi e immutabili della produzione in serie e qualunque essere umano deve poter essere rinchiuso, in permanenza, nel recinto della sua cosiddetta “identità sessuale”, ovvero della sua “casella d’appartenenza”. Ogni deviazione dal modello definito come “normale”, costituisce un difetto potenzialmente nocivo al sistema economico e politico dominante.

Il modello eterosessuale monogamico, affermatosi in Occidente, viene poi esportato e imposto a livello planetario, prima col colonialismo e più recentemente con la globalizzazione capitalistica. Il che si traduce nel soffocamento delle culture altre e nella discriminazione, che può giungere sino alla vera e propria criminalizzazione, di chi non si adegua ad esso, soprattutto se appartenente alle classi subalterne o ai popoli considerati “inferiori”. Il razzismo, infatti, si manifesta anche nel giudicare l’omosessualità ancor più disdicevole e spregevole nei popoli del terzo mondo o nelle minoranze etniche già discriminate (afroamericani, indios ecc.). In questo senso, lo stigma che ha colpito e continua a colpire i soggetti affetti da Aids è come una cartina di tornasole che evidenzia ed esacerba le discriminazioni già in precedenza esistenti nei confronti di tali popolazioni, oltre che degli omosessuali in genere. L’espressione “homosexuel transitoire économique” [10], utilizzata a Haiti per indicare uomini che, spesso proprio per poter mantenere la famiglia, si prostituiscono a ricchi nordamericani, è eloquente testimonianza, da una parte dei pesanti condizionamenti economici che incombono su ogni forma di sessualità, dall’altra dell’estrema adattabilità degli orientamenti sessuali nella nostra come in altre specie. Più in generale, la pandemia di Aids ha dimostrato come la colpevolizzazione o, peggio, la criminalizzazione dell’omosessualità provocano una distorsione dei comportamenti, o nel senso di una perdita dell’autostima che induce chi è così discriminato a diventare quasi la caricatura di se stesso o, più frequentemente, nello spingere a cercar rifugio nella clandestinità, laddove quest’ultima tende inevitabilmente a favorire la promiscuità dei rapporti e la diffusione del virus, e quindi a ritorcersi contro la comunità nel suo insieme. Spesso, inoltre, per non essere escluso dal gruppo dei pari, e dover recitare la parte che le convenzioni sociali gli hanno assegnato, c’è chi paradossalmente esorcizza la propria omosessualità negandola, e attaccandola negli altri. Ma anche le diverse forme rituali di esibizione dell’omosessualità presenti nel costume tradizionale di un gran numero di popolazioni non sono che varianti dell’ampia gamma di sfumature della sessualità umana, quasi punte dell’iceberg di un substrato largamente diffuso nella specie.

Negli ultimi decenni, in parallelo alla finanziarizzazione dell’economia, si sta facendo strada, nelle borghesie più avanzate delle società post-industriali e tecnologiche, una nuova forma di tolleranza che tende a inserire l’omosessualità nel circuito produttivo più che a reprimerla, pur mantenendo lo stigma e soprattutto quella grossolana suddivisione degli orientamenti sessuali in categorie fisse e discrete, ereditata dall’era industriale otto e novecentesca. Dato che questa variante della sessualità, infatti, rappresenta una non trascurabile fetta di mercato, è possibile trarre vantaggio, sia dalle capacità produttive che dalle potenzialità consumistiche “di nicchia”, di una minoranza che è più conveniente inglobare piuttosto che escludere o emarginare. Purché, beninteso, si adegui alle regole non scritte di un’economia liberista fondata sulla competitività e l’aggressività, lo stesso modello maschilista, del resto, cui si chiede anche alle donne di piegarsi (“dovrebbero essere meno timide e più spavalde” si dice), “mascolinizzandosi” per rientrare nelle logiche dell’attuale sistema commerciale e produttivo. Insomma, forzare la propria natura per adeguarsi al sistema invece di lottare per un sistema che si adegui alla propria natura.

Le lotte per i diritti civili del movimento femminista e di tutto il variegato universo degli orientamenti sessuali andrebbero invece inserite (come sostiene, fra gli altri, Nancy Fraser [11]) nel più ampio contesto delle lotte anticapitaliste, volte cioè a creare una struttura economica basata non sul profitto, la competitività esasperata, la diseguaglianza e quindi la discriminazione, ma sul pieno riconoscimento delle specificità di ognuno e ognuna in uno spirito di cooperazione fra eguali.

Note:

[1] https://www.auditorium.com/evento/perche_facciamo_lloyd_pilastro_p_crocchiolo-12160.html

[2] F. de Waal, Bonobo sex and society, Scientific American, 1995, 272 (3): 82-8

[3] A. Camperio Ciani, F. Corna, C. Capiluppi, Evidence for maternally inherited factors favouring male homosexuality and promoting female fecundity, Proc R Soc Lond B, 2004, 271: 2217-2221

[4] A. Camperio Ciani, U. Battaglia, G. Zanzotto, Human homosexuality: a paradigmatic arena for sexually antagonistic selection? Cold Spring Harb Perspect Biol, 2015, 7 (4): a017657

[5] E. Miller, Homosexuality, birth order, and evolution: towards an equilibrium reproductive economics of homosexuality, 1999, https://scholarworks.uno.edu/econ_wp/19

[6] T. Clarkson et al., A multivariate analysis of women's mating strategies and sexual selection on men's facial morphology, R Soc Open Sci, 2020, 7 (1): 191209

[7] E. Calamai, già console italiano a Kabul, comunicazione personale

[8] E. Cantarella, Secondo natura. La bisessualità nel mondo antico, 2006, Rizzoli

[9] P. Crocchiolo, Alessandro Magno, storia di un maschio alfa, Darwin, 2005, 5: 50-59

[10] Comunicazione personale del Dr. Yves Alexandre, rappresentante di Haiti al Global Programme on AIDS dell’Oms, Ginevra

[11] N. Fraser, Fortunes of Feminism. From State-Managed Capitalism to Neoliberal Crisis, 2013, Verso Books

 

Nota sull’autore: Paolo Crocchiolo, già funzionario direttivo dell’Oms per le problematiche legate all’Aids e, successivamente, professore di filosofia e meccanismi dell’evoluzione all’Università Americana di Roma

09/09/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Paolo Crocchiolo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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