L’immagine artistica tra politica e società: Guernica

Ad ottantuno anni, l'occidente militarizzato ha attuato un processo di revisionismo storico che mira a ribaltare le carte in tavola sulla storia del Novecento e la verità.


L’immagine artistica tra politica e società: Guernica

Come you masters of war
You that build all the guns
You that build the death planes
You that build the big bombs
You that hide behind walls
You that hide behind desks
I just want you to know
I can see through your masks

Bob Dylan


Il 3 novembre 1998, l'allora segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan, davanti a un arazzo rappresentante Guernica al MoMA di New York, dichiarò: “Il mondo è cambiato moltissimo da quando Picasso ha dipinto quel primo capolavoro politico, ma non è diventato più semplice. Siamo prossimi alla fine di un secolo tumultuoso che ha visto esprimersi il meglio e il peggio dell'uomo”. A distanza di venti anni, quella “pace duratura” sul pianeta auspicata dall'Onu è ben lontana dall'essere raggiunta. Anzi, probabilmente la situazione è precipitata ulteriormente. Afganistan, Iraq, Siria. Il risultato di un nuovo medioevo tecnologico.

Dal giorno della sua creazione, la forza emotiva di Guernica non è mai diminuita. Anche una riproduzione, un poster o un arazzo continuano a rispecchiare l'orrore della guerra e mettono duramente in luce la nostra macabra predisposizione alla crudeltà e alla barbarie.

È impossibile descriverne la grandiosità reale, nel momento in cui ci si trova davanti, all'interno del museo Reina Sofia di Madrid. Otto metri quasi di lunghezza per tre e mezzo di altezza. Quei grigi infiniti, profondi e sempre diversi, quei neri intensi e impenetrabili. E quelle urla, quelle bombe, quei singhiozzi e quei pianti strozzati, i nitriti dei cavalli spaventati e imbizzarriti. E il toro, simbolo di quella Spagna rurale e analfabeta, ancora fortemente legata a un passato imperiale e latifondista. Da tale caos, Picasso riuscì a forgiare un'immagine incisiva e profondamente inquietante. Guernica ha compiuto ottantuno anni pochi giorni fa, ed è ancora oggi la massima trasfigurazione in immagine del concetto stesso di guerra. Forse è solo a pari merito con la foto di Nick Út, scattata l'8 giugno 1972 durante la guerra del Vietnam a Kim Phúc, la bambina che scappa nuda dalle atrocità causate dal napalm (elemento tra l'altro utilizzato nel bombardamento di Guernica e riprodotto da Picasso). Ma tant'è, ha poca importanza ora quale sia più importante, sono le sensazioni che ancora lasciano allo spettatore che le rende straordinarie e immortali. Il perché è facilmente intuibile: queste due immagini hanno infatti una cosa in comune, hanno saputo trasformare un evento storico, accaduto realmente, in un simbolo, il simbolo stesso delle atrocità della guerra. Guernica è reale, è dunque la rappresentazione di qualsiasi guerra, anche e soprattutto quelle moderne. Proprio come la storia di Anna Frank è diventata il simbolo di tutti i bambini ebrei deportati e uccisi nei campi di sterminio, Guernica è diventato sinonimo di massacro indiscriminato.

Lunedì 26 aprile 1937, mentre la falange fascista di franco avanzava inesorabilmente verso i Paesi Baschi, fu deciso di schiacciare la resistenza repubblicana attraverso un bombardamento incendiario da parte dell'aviazione tedesca e italiana, che ridusse in cenere il piccolo centro di Gernika. Per tre ore, gli aerei rovesciarono sulla città bombe progettate per bruciare a una temperatura di duemilacinquecento gradi; Gernika fu trasformata in un'apocalittica palla di fuoco, non ne restava più nulla. In Europa non si era visto mai nulla del genere, prima d'ora. Per la prima volta nella storia, Guernica ha saputo dare nome e cognome alla guerra e ai suoi responsabili: agrari, industriali, finanzieri, chiesa, esercito e fascisti.

Il professor Angelo D'Orsi, professore di storia del pensiero politico all'università di Torino, scrive bene nel suo saggio su Guernica quando afferma che “l'attacco al piccolo centro di Guernica fu percepito come una violazione, una violenta desacralizzazione, un atto di blasfemia, un gesto di viltà. Come colpire un essere indifeso”. Per la prima volta, la guerra non si combatte solo sul fronte, ma iniziano i massacri dei civili e di persone inermi nella vita quotidiana. Degli animali e della natura. La devastazione dei palazzi storici e culturali. I musei distrutti, le chiese antiche devastate, i manufatti e le opere d'arte perdute o carbonizzate. Quante volte, negli ultimi anni abbiamo assistito a un dramma simile? Hiroshima, prima di tutto, con Amburgo e Dresda, ormai arrese ma comunque rase al suolo. La Corea e il Vietnam poi, e l'Iraq, la Sarajevo assediata, Belgrado, l'Afghanistan, la Siria oggi. Guernica ha saputo mostrarci tutto questo per tutto e continua a farlo silenziosamente, “si è imparato che tutto, ma proprio tutto, può essere oggetto della furia devastatrice della guerra”.

Quante somiglianze nelle guerre del Novecento, mi vien da pensare. Le immagini che ci sono arrivate – fotografie, film – comunicano e ce lo raccontano, sembrano legate tra loro, seppur diversissime, da un destino comune. Guernica è il Vietnam, è la guerra del Golfo, è Sarajevo e oggi è la Siria. Perché Guernica racconta la grande menzogna utilizzata, ieri come oggi, dai suoi carnefici. La menzogna di Franco, e la sua “redenzione” imposta alla Spagna repubblicana e socialista, per lui la vera colpevole dei massacri; la menzogna degli Stati Uniti, che giustificano un attacco vile e devastante affermando che Hiroshima era una base militare e che nella misura del possibile si era cercato di evitare l'uccisione di civili; la menzogna per nascondere le responsabilità reali, come Hitler, con la sua “purificazione del sangue”. O il genocidio armeno, con un milione e mezzo di morti. La grande menzogna della guerra giusta e necessaria, della guerra “etica”.

A distanza di anni, nulla è cambiato, anzi. L'occidente militarizzato, con annessa l'Italia, ha attuato un processo di revisionismo storico pericoloso, che mira a ribaltare le carte in tavola sulla storia del Novecento e la verità. Il fascismo diventa l'esito necessario e in fondo non così brutale, il nazismo ha bloccato l'espansionismo del bolscevismo, il franchismo cristiano diventa baluardo contro l'anticristianità dei repubblicani rossi. Quella stessa cristianità colpevole poi del massacro di Tel al-Zaatar nel 1976. L'occidente ha sempre avuto bisogno di un nemico da osteggiare per giustificare la menzogna della guerra.

George Orwell, nel suo meraviglioso Omaggio alla Catalogna, scrive: “In tempi di menzogna universale, dire la verità è un atto rivoluzionario”. E ancora, citando Paul Eluard: “Uomini reali, la cui disperazione alimenta la fiamma divorante della speranza. Apriamo insieme l'ultima gemma dell'avvenire”. Parole che hanno ancora oggi una forza incredibile. E Guernica sta lì, un’opera straordinaria, che ci osserva in tutta la sua potenza espressiva e in tutta la sua verità, a dimostrarci ancora una volta e con sempre più forza che l'antifascismo e che essere contro la guerra è un dovere di ogni essere umano e un valore per cui combattere sempre.


Materiale consigliato:

Angelo d'Orsi, Guernica 1937
Gijs Van Hensbergen, Guernica
Ronald Penrose, Pablo Picasso. La Vita e l'opera
Miroslav Prstojevic, Sarajevo Ranjeni Grad
Pete Hamill, Vietnam: The Real War: A Photographic History by the Associated Press
George Orwell, Omaggio alla Catalogna
Ernest Hemingway, Fiesta
Ernest Hemingway, Morte nel pomeriggio
Paolo Rumiz, Maschere per un massacro

12/05/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Emiliano Jatosti

Emiliano Jatosti, nato a Roma nel 1981, sviluppa fin dall'infanzia una forte sensibilità verso le arti figurative. Fotografo professionista ed educatore all'immagine, antropologo per passione, ha realizzato il primo documento esistente sulla zona rossa de l'Aquila post-terremoto. Dal 2011, ha vissuto tra Roma, Berlino e Barcellona. Da sempre con la valigia pronta, fa del viaggio la sua ragione di vita, del cinema e della fotografia il modo di raccontarla.

Sito web: www.emilianojatosti.com

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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