L’immagine artistica tra politica e società: Ken Loach ed il cinema sociale

Con la crisi economica e del movimento operaio il realismo sociale britannico non rinuncia alla propria missione ma si adatta ai tempi, assumendo toni più intimi e familiari.


L’immagine artistica tra politica e società: Ken Loach ed il cinema sociale

I cittadini oggi rivogliono lo Stato, il welfare, le sicurezze, il diritto alla salute, l'istruzione libera, lo stop all'austerity, le tasse alle multinazionali. Corbyn ha stupito per questo. È un esempio per la sinistra europea: appiattirsi al centro non paga. Bisogna andare a sinistra. Ma sul serio”. Parola di Ken Loach.

Si esprimeva così, in una recente intervista subito dopo le elezioni che hanno affossato la premier May, il grande artista britannico, padre del cinema sociale inglese, che fin dalla metà degli anni ‘60 del Novecento ha saputo raccontare, meglio di chiunque altro, l’evoluzione, l’involuzione e la sconfitta della condizione sociale e del socialismo europeo.

Vincitore di due Palme d’Oro a Cannes (The Wind That Shakes the Barley e I, Daniel Blake), un Orso d’Oro alla carriera alla Berlinale e un Leone d’Oro alla carriera al festival di Venezia, Ken Loach non è solamente un grande cineasta, ma probabilmente il più acuto osservatore della condizione operaia e del sottoproletariato britannico, schiacciato e oppresso dalle politiche neoliberiste scellerate dei governi ultra capitalisti dalla Thatcher in poi. Non solo: sia con Terra e Libertà che con La Canzone di Carla, Loach affronta il tema della militanza antifascista anche in paesi stranieri (Spagna e Nicaragua). Tutto il lavoro di Ken Loach dal 1960 a oggi è stato plasmato e ispirato dalla politica. Militante comunista, Loach ha diretto film realisti e documentari cercando di esplorare le ineguaglianze e i conflitti sociali.

Tuttavia, il lavoro di Loach ha sempre diviso la critica (non a caso soprattutto negli Stati Uniti), che ha spesso considerato l'illusione del realismo come qualcosa di innaturale. Le critiche frequenti al lavoro di Loach, il quale afferma che “il modo in cui si fa un film è importante per convalidare l’idea che c’è all’interno”, hanno messo in dubbio l'efficacia del realismo nel promuovere l'attivismo politico. Non solo: negli anni ‘80 del secolo scorso, Loach fu addirittura additato come uno dei probabili mandanti degli attacchi terroristici verso la Thatcher, con la conseguenza che molti suoi documentari dell’epoca furono censurati o sequestrati dalla polizia. Questa politica repressiva, d’altra parte, ha favorito proprio un rinnovato interesse per il cinema sociale, che ha permesso proprio di farci capire meglio il clima politico, economico e sociale di quel periodo.

Pertanto, è importante comprendere cos’è effettivamente il realismo sociale inglese, di cui Loach è solamente una meravigliosa punta di diamante. Nato negli anni Trenta del Novecento e dalle forti tinte marxiste, il termine “realismo sociale” è stato spesso usato acriticamente e indiscriminatamente nella critica del cinema, un termine generico che trasmette solamente un'idea reale del contenuto di un testo e del suo particolare stile visivo, asciutto e spesso documentaristico. I testi di realismo sociale sono descritti come “crudi”, offrono una “fetta di vita” o una visione della “vita com'è realmente”.

Ciò che lo rende particolarmente confuso, è che viene spesso usato in modo intercambiabile con altri termini, come il realismo del cosiddetto kitchen sink (la gioventù arrabbiata degli anni ‘50-’60) o il realismo della working class (la classe operaia e il sottoproletariato industriale). Come abbiamo visto, il cinema sociale inglese attinge invece da più parti, non solo dalla condizione lavorativa specifica del Regno Unito, ma anche dalla storia, dalla musica, dalla convivenza con le minoranze etniche, dal calcio e dal tifo estremo. Il realismo sociale è dunque difficile da definire, non ultimo perché è sia politicamente che storicamente contingente. Pertanto, poiché la società si evolve e cambia, così anche il realismo sociale deve fare di conseguenza.

Nello specifico del cinema, il realismo sociale tende a essere indipendente, con un budget ridotto, spesso destinato solamente all’home-video e alla televisione, i cui film sono spesso diretti in maniera artigianale, utilizzando locations reali, attori non professionisti o presi direttamente dalla strada, e i cui testi sono spesso in contrasto con quelli realisti del cinema americano, più patinato e stucchevole. E infine, la politica, che smuove qualsiasi intento artistico e influenza ogni sceneggiatura e ogni regista, intento ad impegnarsi per un’idea specifica riguardo alla condizione sociale del mondo. Chiaramente, questo rifiuto dello studio system americano è legato al rifiuto di quel particolare modo di vedere il mondo, considerato snob, senza emozioni, volontariamente cieco alle condizioni e ai problemi del presente, dedicato per di più a ideali nazionali ormai logori e fuori dal tempo.

Oggi è difficile dire che cosa possa rappresentare il cinema sociale inglese. Con la distruzione dello stato sociale e della sinistra in ogni parte d’Europa (da parte della stessa sinistra, pensiamo a Blair ad esempio) e l’avanzamento inarrestabile di un capitalismo senza controllo, il cinema fa fatica a rappresentare questo caos politico e di ideali. Tuttavia, nel suo evolversi, la narrativa del realismo sociale sta cercando di adattarsi ai tempi, più individualistici, non più cercando di raccontare le voci all’interno delle fabbriche, bensì assumendo toni più intimi e familiari. Questo sta portando a un cambiamento piuttosto evidente nel racconto, che può essere raccolto in due categorie diverse.

La prima è la crisi della mascolinità, ovvero il fallimento dell’uomo come portatore sano dei valori di capofamiglia. In My name is Joe di Ken Loach, il protagonista alcolizzato è un perdente senza speranza; in Nil by mouth, primo film da regista di Gary Oldman, l’alcolismo del protagonista, l’abuso di droghe e la violenza domestica creano un circolo vizioso da cui non riuscirà mai ad uscire; in The Full Monty, in cui un gruppo di disoccupati si ritrova a fare spettacoli di spogliarelli pur di sopravvivere.

La seconda è la de-politicizzazione della classe operaia e il passaggio da una sfera pubblica a una strettamente privata. In tempi di de-industrializzazione e avanzamento del terziario e delle privatizzazioni, la narrativa del cinema sociale inglese passa dal rappresentare il consumismo dei protagonisti più che la loro produttività, dal potere del lavoro si passa al potere del consumo. Questo spostamento ha prodotto quella che viene definita underclass, ovvero sottoclasse, categoria sociale consumata economicamente dagli stessi consumi di massa.

In conclusione, si può affermare che il cinema sociale britannico, sia per scelta propria che delle Majors, non è mai riuscito ad avere un successo di pubblico e di critica tanto da poter uscire dal suo status di cinema indipendente. Da un certo punto di vista è un bene, in quanto i registi godono sicuramente di una libertà creativa che altrimenti non avrebbero. Dall’altro, è bene e opportuno chiedersi se poi in fondo alcuni critici non abbiano ragione, quando affermano che questi film non riescano poi tanto a smuovere le coscienze del pubblico, proprio perché rimangono nell’ombra e rimangono invisibili a molti.

Credo che in un periodo culturalmente buio come questo che stiamo vivendo, il cinema sociale inglese debba essere invece riscoperto e riproposto con forza. Proprio per i temi che vengono trattati e per il modo in cui vengono espressi a livello artistico, sono più attuali che mai, anche se possono apparire anacronistici.

Jeremy Corbyn un giorno ha affermato: “La povertà non è inevitabile: occorre dare a tutti un’opportunità decente e la speranza alla gente comune, piena fino all’orlo di ingiustizie e disuguaglianza”. Il cinema sociale inglese e la politica reale, le due facce della stessa, meravigliosa, luccicante medaglia.


Cinematografia:
Brassed Off, 1996 di Mark Herman
Carla’s Song, 1996 di Ken Loach
East is East, 1998 di Damien O’Donnell
High Hopes, 1988 di Mike Leigh
Ladybird, Ladybird, 1994 di Ken Loach
The Miracle, 1991 di Neil Jordan
Riff Raff, 1991 di Ken Loach
Secrets and Lies, 1996 di Mike Leigh
Somers Town, 2008 di Shane Meadows
Trainspotting, 1996 di Danny Boyle
My name is Joe, 1998 di Ken Loach
Nil by mouth, 1997 di Gary Oldman
This is England, 2006 di Shane Meadows
Fever Pitch, 1997 di David Evans

02/06/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Emiliano Jatosti

Emiliano Jatosti, nato a Roma nel 1981, sviluppa fin dall'infanzia una forte sensibilità verso le arti figurative. Fotografo professionista ed educatore all'immagine, antropologo per passione, ha realizzato il primo documento esistente sulla zona rossa de l'Aquila post-terremoto. Dal 2011, ha vissuto tra Roma, Berlino e Barcellona. Da sempre con la valigia pronta, fa del viaggio la sua ragione di vita, del cinema e della fotografia il modo di raccontarla.

Sito web: www.emilianojatosti.com

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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