La galleria Henry di Buggerru: sui binari del ricordo

“Essere stato minatore non te lo togli mai di dosso, come la solidarietà vissuta sottoterra che ti entra dentro; come la polvere sottile carica di silice che respiri e che ti resta nei polmoni per tuta la vita. “ 


La galleria Henry di Buggerru: sui binari del ricordo Credits: @Pasquale Vecchiarelli - Selena Difrancescantonio

Visita alla galleria mineraria di servizio, oggi aperta al pubblico nel piccolo paese sardo. Rivivere la nascita delle prime lotte operaie in Italia, ripercorrendo questi luoghi e ascoltando le parole di chi vi ha lavorato tra miseria e sfruttamento. La memoria di Franco Farci nel suo libro Brividi di ricordi. 

di Pasquale Vecchiarelli

“Essere stato minatore non te lo togli mai di dosso, come la solidarietà vissuta sottoterra che ti entra dentro; come la polvere sottile carica di silice che respiri e che ti resta nei polmoni per tuta la vita. “ 

In un recente viaggio in Sardegna, nella zona del Sulcis Iglesiente, abbiamo avuto modo di vedere con i nostri occhi i luoghi dove lungo un secolo di storia a cavallo tra il IX e XX secolo sono avvenute le più atroci sofferenze umane legate al lavoro in miniera ma, al contempo, come sovente accade quando l’uomo è costretto a sopravvivere in condizioni estreme, luoghi dove si è sviluppato il più alto grado di coscienza di classe e di solidarietà di quell’epoca. 

Tanti sono i ricordi e le emozioni che ci portiamo dietro, il più forte indubbiamente è stata la visita di una galleria mineraria di servizio, la galleria Henry a Buggerru, aperta oggi al pubblico. Lunghi tratti al buio di tanto intanto spezzati dalla luce fortissima proveniente da enormi finestroni scavati nella parete della montagna e che si aprono a strapiombo sul mare. Uno scenario mozzafiato.

Ricordo i turisti che prima di iniziare il viaggio in galleria erano divertiti e baldanzosi all’idea dall’esperienza che stavano per fare ma che poi, non appena entrati in galleria, sui vagoncini del vecchio trenino, sono piombati in un silenzio di tomba: nel buio e nel freddo della miniera, osservando le pietre spaccate a mano una per una, un brivido di terrore ha percorso per qualche istante le schiene di noi turisti e il rispettoso silenzio ha preso il sopravvento interrotto solo dal rumore di ferraglia del trenino e, nelle pause, dalle parole della guida molto attenta a raccontarci i dettagli più atroci di quel lavoro, i dettagli sociali e politici dell’epoca oltre che quelli tecnici e naturalistici. 

Nei giorni in cui abbiamo sostato a Buggerru grazie alle diverse guide locali e al nostro ospite abbiamo avuto modo di conoscere e scoprire alcuni aspetti della storia del movimento dei minatori sardi dell’epoca, delle sue evoluzioni, ma anche alcuni aspetti della vita sociale. A cavallo dei due secoli la proletarizzazione avvenuta in seguito all’espansione dell’industria mineraria ha prodotto grandi e rapide trasformazioni sociali. 

Molte utile è stata la lettura di un libro scritto da un ex minatore, Franco Farci, intitolato Brividi di ricordi. In questo libro di racconti della memoria abbiamo ritrovato molti spunti di riflessione che vogliamo condividere con voi. 

Leggendo i racconti relativi alla vita sociale di questo piccolo borgo di pescatori e contadini divenuto poi, di colpo, industriale, si coglie in maniera evidente, più che in altri luoghi, quanto sia stretto il legame tra la struttura, cioè le condizioni materiali dell’esistenza e ciò che si sviluppa sopra di essa, cioè tutto l’insieme dei rapporti sociali. 

Emerge dai racconti una contraddizione di fondo fortissima e significativa: i minatori odiavano il lavoro atroce che svolgevano, ma allo stesso tempo lo difendono con forza sia perché era l’unica fonte di sopravvivenza, sia perché grazie ad esso è venuta crescendo una solidarietà ed un legame di classe mai visto prima, che ha consentito uno sviluppo delle coscienze che si manifestava in continue e lunghissime discussioni tra gli operai. “Eravamo costretti a spaccare il capello nelle discussioni perché sapevamo che non potevamo permetterci il lusso di sbagliare, le discussioni erano lunghe e dure ma si sapeva ascoltare”. 

Anche le sfere emozionali risentivano in “maniera diretta”, cioè senza altre mediazioni sovrastrutturali, dalle condizioni materiali dell’esistenza. Sono infatti molte le storie in questi luoghi dove ad esempio il padre minatore impediva assolutamente alla figlia di frequentare un giovane avviato al lavoro in miniera, la spiegazione era semplice anche se difficile da capire per un giovane: “guardami, vedi come sono ridotto ho poco più di quarant’anni e i miei polmoni sono marci, non riesco a fare tre scalini senza che mi venga l’affanno, lo faccio per il tuo bene, sposare un minatore vuol dire che vivresti la tua vita in povertà, che l’ansia quotidiana ti roderebbe l’anima, che rischieresti di vivere parte della tua vita con al fianco un uomo malato ” [1]. 

Tra la fine dell’ottocento e i primi del novecento lo sfruttamento era terribile, i padroni delle miniere, francesi e belgi, (che a differenza della furba borghesia inglese non si preoccupavano minimamente di mantenere una parvenza di stato sociale accettabile) non avevano nessun riguardo per questa povera gente: uomini, donne e bambini costretti a turni massacranti di lavoro in condizioni estreme. Solo di bambini in età compresa tra gli undici e i diciassette anni ne sono morti circa duemila nelle miniere sarde. Nacquero le prime leghe operaie, le prime forme di sciopero che all’epoca, vale la pena ricordarlo, era illegale e di occupazione delle miniere. I padroni delle miniere avevano creato un sistema di sfruttamento totale dove perfino i pochi soldi che i lavoratori guadagnavano erano costretti a spenderli nello spaccio che era di proprietà dell’azienda e la mancanza di liquidità spingeva molti di loro a svolgere lavoro straordinario che li conduceva dritti alla morte per superlavoro. 

Le storia del movimento operaio sardo è lunga e ricca di momenti importanti , grandi vittorie ma anche pesanti sconfitte. Molti operai sono stati incarcerati e ammazzati solo perché chiedevano una vita più dignitosa; non è possibile certamente in questa sede ripercorrere tutta la storia del movimento operaio sardo, ma un’osservazione è possibile farla e, sinteticamente, la si potrebbe esprimere utilizzando la nota espressione : non esistono battaglie perse, esistono battaglie combattute o non combattute. La battaglia di Buggerru culminata nell’eccidio, ha prodotto manifestazioni e rivolte in tutta Italia e il primo sciopero generale, creando le condizioni per la seconda offensiva di classe avvenuta qualche anno dopo con lo sciopero del 1920 e la conquista di nuove garanzie. Il grande sciopero del 1949 durato più di 3 mesi e risolto poi in una sconfitta e l’adozione del patto aziendale, ha prodotto una maggiore presa di coscienza delle nuove condizioni in cui combattere la lotta, esperienza rivelatasi poi vincente con lo sciopero del 1960. 

Leggendo queste pagine di lotta è interessante osservare come già dalle prime forme di organizzazione operaia le richieste mature nelle coscienze operaie, nei consigli di fabbrica, seppure sempre su un piano economico erano comunque più avanzate di quelle che provenivano dalla burocrazia sindacale, più attenta a mantenere i buoni rapporti con i padroni che alle condizioni reali di vita degli operai, che andava formandosi proprio in quegli anni. 

L’ultimo racconto del libro di Franco Farci è sul cottimo Bedaux, un sistema massacrante di sfruttamento dei lavoratori. Il cottimo Bedaux si basava su un sistema scientifico di misurazione dei tempi di lavoro che costringeva gli operai a turni sfiancanti. Chi accettava il cottimo lo faceva perché non aveva alternative per far sopravvivere la propria famiglia. Il cottimo Bedaux non fu adottato in tutte le miniere, ma nella maggior parte di esse ed è stato attivo dagli anni venti circa fino al 1960 quando fu definitivamente cancellato con lo sciopero vittorioso dei lavoratori. 

Leggendo queste pagine che parlano di cottimo, di lavoro minorile, delle difficili condizioni dell’esistenza che si riflettono sulla vita sociale non si può non svolgere un parallelismo con i nostri tempi. Non si può non cogliere quanto sia pericolosamente vicino il ritorno dei giovani in fabbrica, la buona scuola di Renzi sdogana tra le altre cose proprio questo punto. Il salario varabile di Marchionne cos’è se non un ricorso al cottimo? Infine l’estremo accentramento dei poteri in poche mani ed il restringimento sempre maggiore degli spazi democratici pone molti interrogativi sulla nuova fase politica che sti sta aprendo con caratteristiche sempre più simili a quelle del ventennio. 

Note 

[1] Franco Farci, Brividi di Ricordi, 2015 

07/08/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: @Pasquale Vecchiarelli - Selena Difrancescantonio

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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