Lenin: socialismo, democrazia e comunismo

La transizione dalla società socialista alla società comunista è resa possibile dal compimento e conseguente superamento dialettico della democrazia.


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A proposito del lento e progressivo superamento dialettico dello Stato, ovvero in termini marxiani la sua estinzione nel corso della transizione dalla società socialista alla comunista “non è evidentemente possibile – a parere di Lenin – determinare il momento in cui avverrà questa futura ‘estinzione’, soprattutto perché essa sarà inevitabilmente un processo di lunga durata” [1].

Affinché tale lungo e complesso processo possa giungere a buon fine, si dovranno superare progressivamente in via definitiva le differenze fra le classi sociali, ovvero si dovrà abolire non solo la proprietà capitalista, ma ogni proprietà privata dei mezzi di produzione, ogni differenza fra città e campagna e fra lavoratori manuali e intellettuali, il che richiede non solo “un enorme passo avanti nello sviluppo delle forze produttive”, ma anche il superamento della “resistenza (spesso passiva e particolarmente tenace e difficile a vincere) dei numerosi residui della piccola produzione”, ovvero della piccola borghesia e, soprattutto, “la forza immensa dell’abitudine e dell’inerzia, connessa con quei residui” [2], ossia “la vecchia merda” di cui parlava Marx, il quale amava utilizzare questi francesismi.

D’altra parte, Lenin è ben cosciente che non è sufficiente compiere l’erculea fatica di ripulire le stalle di Augia, ovvero eliminare i residui (spesso tossici) dei superati modi di produzione del passato. In effetti, chiarendo il suo pensiero con un emblematico e quanto mai calzante esempio, “quanto più abbiamo ripulito il terreno dal ciarpame delle vecchie leggi e istituzioni borghesi, tanto più ci è apparso chiaro che quel che stavamo facendo era soltanto ripulitura del terreno su cui costruire, e non la costruzione stessa. La donna, nonostante tutte le leggi liberatrici, è rimasta una schiava della casa, perché è oppressa, soffocata, inebetita, umiliata dalla piccola economia domestica, che la incatena alla cucina, ai bambini e ne logora le forze in un lavoro barbaramente improduttivo, meschino, snervante, che inebetisce e opprime. La vera emancipazione della donna, il vero comunismo incomincerà soltanto allora, dove e quando incomincerà la lotta delle masse (diretta dal proletariato, che detiene il potere dello Stato) contro la piccola economia domestica o meglio dove incomincerà la trasformazione in massa di questa economia nella grande economia socialista” [3].

Lo Stato, dunque, nel corso della transizione dal socialismo al comunismo perderà via via, con il venir meno delle differenze e con esse degli antagonismi di classe, la sua stessa ragione di esistere, “poiché non vi sarà più nessuno da reprimere, ‘nessuno’ nel senso di classe, nel senso di lotta sistematica contro una parte determinata della popolazione. Noi non siamo utopisti e non escludiamo affatto che siano possibili e inevitabili eccessi individuali, come non escludiamo la necessità di reprimere tali eccessi (…). Sappiamo inoltre che la principale causa sociale degli eccessi che costituiscono infrazioni alle regole della convivenza sociale è lo sfruttamento delle masse, la loro povertà, la loro miseria” [4]. Solo allora l’apparato burocratico dello Stato avrà definitivamente perduto la sua ragione di essere e, così, si estinguerà, in quanto il proletariato – che avrà definitivamente spezzato ogni resistenza degli sfruttatori e si sarà sviluppato nell’uomo nuovo del socialismo e poi del comunismo – sarà infine divenuto in grado di gestire autonomamente la produzione mediante un consiglio generale della pianificazione. Venendo meno la necessità di un intervento coercitivo dello Stato per gestire, in funzione del mantenimento di determinati rapporti di produzione, i rapporti sociali conflittuali fra le classi, il governo sulle persone sarà progressivamente sostituito dall’amministrazione delle cose e dalla direzione dei processi produttivi.

Nel momento in cui non vi sarà più bisogno di uno Stato – quale forza repressiva d’un blocco sociale che dirige la società mediante una burocrazia – si estinguerà la stessa democrazia avendo esaurito la sua funzione. Quindi, per Lenin, parlare di superamento delle democrazia non significa in nessun modo mettere in discussione il valore che essa conserva nella società socialista in transizione al comunismo. Così, ad esempio, nel criticare le forme caricaturali del marxismo, Lenin osserva, in relazione al diritto democratico dei popoli all’autodeterminazione: “e pertanto quando si dice che l’autodecisione è superflua in regime socialista si cade nella stessa assurda e impotente confusione di chi sostiene che la democrazia è superflua in regime socialista” [5]. Rivendicazioni di carattere meramente democratico possono costituire un freno solo nella fase rivoluzionaria della conquista del potere. Per dirla con Lenin: “tutte le rivendicazioni puramente democratiche possono – al momento dell’assalto del proletariato contro le basi del potere della borghesia – ostacolare in un certo senso la rivoluzione” [6].

D’altra parte, già nella decisiva fase di transizione al socialismo i principii democratici assumono grande rilievo, come osserva Lenin riflettendo a partire dall’esperienza storica della Comune di Parigi (1871): “eleggibilità assoluta, revocabilità in qualsiasi momento di tutti i funzionari senza alcuna eccezione, riduzione dei loro stipendi al livello abituale del ‘salario da operaio’: questi semplici e ‘naturali’ provvedimenti democratici mentre stringono pienamente in una comunità di interessi gli operai e la maggioranza dei contadini, servono in pari tempo da passerella tra il capitalismo e il socialismo. Questi provvedimenti concernono la riorganizzazione statale, puramente politica, della società; ma essi, naturalmente, assumono tutto il loro significato e tutta la loro importanza solo in legame con la ‘espropriazione degli espropriatori’ realizzata e preparata; in legame cioè con la trasformazione della proprietà privata capitalistica dei mezzi di produzione in proprietà sociale” [7]. Del resto la stessa dittatura del proletariato – eliminando ogni forma di sfruttamento dell’uomo sull’uomo alla base dei precedenti modi di produzione – rappresenta la massima forma di democrazia possibile in una società divisa in classi, in quanto è la dittatura di tutta la classe sfruttata sulla borghesia, la dittatura della grande maggioranza su una esigua minoranza di sfruttatori.

Inoltre, con l’affermazione del comunismo e il superamento delle classi, non vi sarà “più distinzione fra i membri della società secondo i loro rapporti coi mezzi sociali di produzione)” [8] e, in tal modo, la democrazia sarà pienamente realizzata e, proprio per questo, si supererà progressivamente nell’autogestione della società civile. Come mette in evidenza, a tal proposito, Lenin: “quanto più la democrazia è completa, tanto più vicino è il momento in cui essa diventa superflua. Quanto più democratico è lo ‘Stato’ composto dagli operai armati, che ‘non è più uno Stato nel senso proprio della parola’, tanto più rapidamente incomincia ad estinguersi ogni Stato” [9].

In che senso, dunque, secondo Lenin nel corso dello sviluppo della società socialista si dovrà portare a compimento e, quindi, superare dialetticamente la democrazia per poter dar vita a una società comunista? Per risolvere tale complessa questione il rivoluzionario bolscevico mette in evidenza il duplice significato del termine democrazia: “la democrazia è una forma dello Stato, una delle sue varietà. Essa è quindi, come ogni Stato, l’applicazione organizzata, sistematica, della costrizione agli uomini. Questo, da un lato. Ma, dall’altro, la democrazia è il riconoscimento formale dell’uguaglianza fra i cittadini, del diritto uguale per tutti di determinare la forma dello Stato e di amministrarlo. Ne deriva che, a un certo grado del suo sviluppo, la democrazia in primo luogo unisce contro il capitalismo la classe rivoluzionaria, il proletariato, e gli dà la possibilità di spezzare, di ridurre in frantumi, di far sparire dalla faccia della terra la macchina dello Stato borghese, anche se borghese repubblicano, l’esercito permanente, la polizia, la burocrazia, e di sostituirli con una macchina più democratica, ma che rimane tuttavia una macchina statale, costituita dalle masse operaie armate, e poi da tutto il popolo che partecipa alla milizia” [10].

Come ogni concetto la sua piena realizzazione segna anche il compimento della sua funzione e, così, pure la democrazia inizierà ad estinguersi, in quanto gli uomini si abitueranno “a poco a poco a osservare le regole elementari della convivenza sociale, (…) a osservarle senza violenza, senza costrizione, senza sottomissione, senza quello speciale apparato di costrizione che si chiama Stato” [11] e di cui la democrazia costituisce la forma superiore di governo. Quest’ultima, in effetti, in quanto fondata sull’eguaglianza formale fra i cittadini, nel determinare la forma e la modalità di amministrazione di uno Stato, ha avuto un ruolo decisivo nella lotta contro il potere politico della borghesia, in quanto potere di una minoranza di privilegiati su una massa di sfruttati. Proprio per questo il superamento dialettico della democrazia potrà considerarsi ultimato, quando sarà ultimata la realizzazione di una società compiutamente socialista che renderà possibile l’approdo al comunismo. Per dirla con Lenin: “naturalmente anche la democrazia è una forma di Stato che deve scomparire quando scomparirà lo Stato. Ma ciò avverrà soltanto col passaggio dal socialismo, definitivamente vittorioso e consolidato, al comunismo completo” [12].

Quindi, è bene sottolinearlo, nella concezione marxista e leninista non si considera possibile abolire per decreto lo Stato o di distruggerlo una volta per tutte, come pensano gli anarchici, ma si tratta di sviluppare tutte quelle condizioni storiche, etiche, economiche e sociali che ne rendano possibile la progressiva estinzione. Come osserva a tal proposito Lenin: “l’espressione: ‘Lo Stato si estingue’ è molto felice in quanto esprime al tempo stesso la gradualità del processo e la sua spontaneità. Soltanto l’abitudine può produrre un tale effetto, e senza dubbio lo produrrà, poiché noi osserviamo attorno a noi milioni di volte con quale facilità gli uomini si abituano a osservare le regole per loro indispensabili della convivenza sociale, quando non vi è sfruttamento e quando nulla provoca l’indignazione, la protesta, la rivolta e rende necessaria la repressione” [13].


Note

[1] V. I. Lenin, Stato e rivoluzione [agosto-settembre 1917], in Sulla rivoluzione socialista, Edizioni Progress, Mosca 1979, p. 172.
[2] Id., La grande iniziativa [giugno 1919], in Sulla rivoluzione… cit., p.417.
[3] Ivi, pp. 425-26.
[4] Id., Stato e … cit., in Opere complete, Editori Riuniti, Roma 1966, vol. 25, pp. 435-36.
[5] Id., Intorno a una caricatura del marxismo e all’“economismo imperialistico” [agosto-ottobre 1916], in Sulla rivoluzione… cit., p. 82.
[6] Id., La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione [gennaio-febbraio 1916], in Sulla rivoluzione… cit., p. 47.
[7] Id., Stato e… cit., in Sulla rivoluzione… cit., pp. 158-59.
[8] Ivi, p. 177.
[9] Ivi, p. 188.
[10] Ivi, p. 178.
[11] Ivi, p. 190.
[12] Id., La rivoluzione socialista… cit., in Sulla rivoluzione… cit., p. 37.
[13] Id., Stato e… cit., in Sulla rivoluzione… cit., pp. 177-78.

09/03/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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