Lotte politiche e rivolte sociali nella Frosinone di fine Ottocento

Sabato 19 dicembre nella sala del consiglio provinciale è stato presentato "Frosinone alla fine dell’Ottocento".


Lotte politiche e rivolte sociali nella Frosinone di fine Ottocento

Sabato 19 dicembre, nella sala del consiglio provinciale gremita di oltre 250 persone, è stato presentato l’ultimo lavoro storico di Maurizio Federico, Frosinone alla fine dell’Ottocento. Storia politica e sociale della città tra l’’800 e il ‘900, dall’annessione al Regno d’Italia all’attentato al re Umberto I. Edizione dell’autore per la collana di studi storici l’Archivio della memoria, a cura della biblioteca ed archivio comunale Norberto Turriziani, 2015 - Pag. 320, euro 20.

di Giuseppe Carroccia

Il libro è il primo di una trilogia che lo stesso autore pubblicherà prossimamente con un volume su Frosinone agli inizi del Novecento ed un ultimo su Frosinone negli anni del Fascismo.

Nella prefazione, il direttore della biblioteca comunale Angelo D’Agostini spiega come questo primo volume colmi un vuoto storiografico e, congiuntamente alla copiosa produzione storica dell’autore, colloca, a detta del sindaco Nicola Ottaviani, Maurizio Federico nel ristretto novero dei grandi storici che hanno raccontato le vicende di Frosinone.

L’autore infatti, giornalista per professione, politico per senso civico e ideologico (è stato dirigente del Partito comunista e poi di Rifondazione), è uno storico per passione e ha dedicato alla sua amata città una vita di studi scrupolosi, pubblicando decine di lavori, tutti a sue spese (è un antesignano dell’autoproduzione per innato, ciociaro senso d’indipendenza), tra i quali di fondamentale importanza Il processo di formazione del Partito Comunista in Ciociaria 1921-1926 nel 1981, Le lotte contadine nel primo dopoguerra nel 1984, Il Biennio Rosso in Ciociaria 1919-1921 nel 1985, Frosinone e i suoi pompieri nel 2006 e, insieme a Costantino Jadecola, La città è vuota e in rovina! La guerra a Frosinone 1943-44.

Come racconta Francesca di Fazio, responsabile dell’Archivio storico provinciale, collaboratrice dell’autore per cui ha curato l’editing di diversi libri, “la memoria prenatale del tunnel-rifugio nei giorni dei primi bombardamenti sulla città, deve aver lasciato un segno profondo nei suoi sogni”.

E’ un bisogno di scavare nelle pieghe sotterranee e poco conosciute della città per trovare (si definisce “trovatore”) tracce che ci consentano di capire il presente e provare a trasformare la realtà in favore delle classi subalterne attraverso una lotta politica, seria, non estemporanea, seguendo scrupolosamente il percorso delle precedenti trasformazioni.

Il periodo poco conosciuto e studiato che vede lo sfarinamento del potere pontificio e l’affermarsi di una nuova classe dirigente composta da oppositori coraggiosi (fisicamente e politicamente), garibaldini, mazziniani, sinceri liberali perseguitati per decenni, è caratterizzato infatti da un fervore rivoluzionario che, seppur non riesce a coinvolgere direttamente le masse contadine ancora influenzate dal pregiudizio religioso (e dalla paura del ritorno del Papa re), tuttavia fa crescere una nuova generazione di giornalisti, liberi professionisti, artigiani, pubblici dipendenti, amministratori che riusciranno in pochi anni a realizzare quelle opere minime di civiltà che l’oscurantismo medievale della chiesa e dei preti aveva impedito.

Il comune diviene il centro di questa battaglia politica e il primo sindaco Domenico Diamanti, nei tre anni del suo mandato, da una scossa alla vita cittadina e si impegna alla realizzazione di opere fondamentali quali la Regia scuola tecnica e l’asilo per l’infanzia in memoria dell’eroe garibaldino Nicola Ricciotti, la costruzione del nuovo cimitero, il teatro Isabella, opere pubbliche per arginare malnutrizione, igiene, lotta contro gli incendi.

In una provincia in cui il tasso di analfabetismo arriva quasi al 100 per cento e le condizioni della maggioranza della popolazione contadina sono ai limiti della mera sopravvivenza, si trattava di far capire alle masse l’importanza di questi diritti.

Dopo questo slancio iniziale, il ruolo dei sottoprefetti e, quindi, del governo centrale, frena l’impulso rinnovatore, la tassa sul macinato grava sulla popolazione immiserita e il bilancio comunale, in mancanza di una tassazione fortemente progressiva sulle grandi rendite, non consente di finanziarie le opere necessarie.

Tuttavia la spinta della popolazione, sempre più consapevole dei propri bisogni, si fa sentire e, nonostante il riorganizzarsi del partito cattolico e dei preti - seppur molto lentamente e non senza contraddizioni e limiti, altre opere verranno realizzate come la macchina per portare l’acqua in città.

Si è formato ormai uno spirito pubblico che, grazie a un proliferare di giornali delle più diverse tendenze, spinge in avanti i bisogni e dà vita ad un serrato e avanzato dibattito politico.

La popolazione, oltre a protestare contro la tassa sul macinato, segue la lotta politica nazionale e il 28 ottobre 1883 caccia dalla città tre ministri al grido di “viva Garibaldi, abbasso il trasformismo”.

Anche gli amministratori locali, a partire dal sindaco Giovanni Grappelli, non sono disposti a piegarsi sempre ai voleri del potere centrale, e proprio a Frosinone nelle elezioni politiche del 1892 si vedrà la sconfitta del candidato giolittiano in favore di un candidato locale, cosa che produrrà grande entusiasmo nella popolazione e effetti sul piano nazionale per lo scandalo della banca romana che aveva finanziato la campagna elettorale del candidato giolittiano. Non erano mancati, da parte del sottoprefetto Anceschi, tutti i tentativi per piegare il voto ai voleri del governo inclusi arresti, intimidazioni, brogli, ma alla fine sarà costretto a lasciare la città sotto un coro di fischi.

Il formarsi delle prime società operaie, una d’ispirazione mazziniana, l’altra di ispirazione internazionalista (anarchici e socialisti) dirette dai fratelli Fortuna, aprirà la possibilità all’ingresso nella vita politica cittadina dei primi nuclei di operai e proletari, una classe ancora in formazione essendoci a Frosinone solo una fabbrica di pasta.

Il libro è pieno di immagini, fotografie dell’epoca, spesso inedite - del primo sindaco Diamanti, prima di quella “trovata” dall’autore, non vi erano immagini nè era certa la data di morte - documenti dell’attività del consiglio comunale, dei giornali, nonché i profili biografici dei principali protagonisti, tra i quali spicca quello del trasteverino Checco Coccapellier che, la mattina del 12 settembre 1870 giunto a cavallo con un altro soldato appiedato, come novelli don Chisciotte e Sancho Panza, “prese possesso” della città insieme a una turba di ragazzini, costringendo alla fuga il delegato pontificio prima dell’arrivo delle truppe sabaude.

La narrazione dei fatti svolta con spirito giornalistico informa degli usi e costumi della popolazione non tralasciando eventi più o meno importanti purché utili a capire il senso della storia, come il duello tra i direttori dei due giornali di opposta fazione, clericale e anticlericale, che finisce con la leggera ferita di uno dei due e la consensuale cessazione dell’ attività giornalistica di entrambi e, quindi, dei loro giornali.

Alcuni di questi documenti tratti dalle cronache dei giornali dell’epoca sono stati letti durante la presentazione dall’attrice Francesca di Fazio, bravissima interprete di Tutto casa letto e chiesa, in cui non fa rimpiangere la recitazione dell’indimenticabile Franca Rame, degna erede di una tradizione teatrale e cinematografica ricchissima nella terra delle cioce.

Così come è ricca la tradizione giornalistica di cui è testimonianza non solo la lunghissima serie di testate presenti nel periodo storico in esame, ma la presenza ancora oggi di figure importanti, come il nuovo direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana che ha voluto partecipare alla presentazione del libro ricordando che fu proprio Maurizio Federico ad aprigli le porte del giornalismo, scegliendolo come suo sostituto da corrispondente cittadino de L’Unità, nell’ormai lontano 1982.

L’utilità del lavoro storico fatto da Maurizio Federico si è infine manifestato nella volontà espressa dai partecipanti alla presentazione di sviluppare la biblioteca comunale, l’archivio storico comunale e provinciale , quest’ultimo collocato nella nuova funzionale sede proprio all’ingresso del palazzo provinciale, nonché con la presentazione nelle scuole del libro affinché i giovani di Frosinone, a cui il libro è dedicato, possano conoscere meglio la città in cui vivono, chi sono i personaggi a cui sono dedicate le vie cittadine e possano migliorarsi e migliorarla.

La lezione gramsciana di rapporto fecondo tra storia e cronaca, giornalismo e lotta politica, passato, presente e futuro, capacità di avere una visione generale, universale, per comprendere e trasformare anche le cose a noi più prossime, occuparsi della storia di una città di provincia senza mai essere provinciale, è stata la base della fatica di chi, come Maurizio Federico, ha saputo imparare da una generazione di intellettuali organici del secolo scorso di cui purtroppo sentiamo ancora la mancanza. Come del loro partito.

Forse è per questo che oggi ministri, faccendieri, padroni che vivono sulla rendita di monopoli finanziati dalla cosa pubblica, sicuramente più indegni di quelli che i frusinati cacciarono nel 1883, circolano nelle nostre città liberamente e indisturbati, nell’indifferenza generale.

Ma noi cocciutamente continuiamo a lavorare e a odiare loro e gli indifferenti.

24/12/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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