Manuali fascisti, censure ed omissioni

Conclusione dell’interessante analisi dei testi scolastici di epoca fascista.


Manuali fascisti, censure ed omissioni

A conclusione definitiva dell’interessante analisi dei testi scolastici di epoca fascista, pubblicata nelle scorse settimane su questo giornale, l’autore ci conduce attraverso un’ultima ed intensa carrellata di testimonianze ed indagini sulle più vistose distorsioni operate sui principali fatti storici dell’epoca che hanno riguardato il nostro Paese.

di Lelio La Porta

Dalla lettura dei testi che sono stati pubblicati nelle scorse settimane si evince che la responsabilità di quanto avvenne in Italia nel primo dopoguerra vada immediatamente attribuita, con toni enfatici e propagandistici che di storico hanno ben poco, agli “agitatori estremisti” che esaltavano “i miraggi del programma bolscevico”.

Non esistono riferimenti specifici alle grandi mobilitazioni di piazza del 1917 contro la guerra e contro la mancanza di pane, anche se episodi di questo tipo vengono ricondotti da tutti gli autori ad eventi che, in un modo o nell’altro, rientrano nella casistica dei fatti denigratori nei confronti dei sacrifici compiuti per sostenere lo sforzo bellico. Inoltre, per nulla messo in rilievo, fra le truppe si manifestarono fenomeni individuali e collettivi di automutilazione e di diserzione di massa brutalmente repressi ricorrendo anche alla decimazione. A Torino, nell’agosto del 1917, una manifestazione popolare contro la guerra fu pesantemente repressa dalle forze dell’ordine che provocarono la morte di una quarantina di manifestanti [1].

La fondazione dei Fasci di combattimento, nel marzo del 1919, è inserita in un contesto dal quale non trapela minimamente l’immediata trasformazione del movimento fascista in un braccio armato al servizio del padronato e del latifondo contro le organizzazioni operaie e contadine; che questa fosse la peculiarità del fascismo era emerso, peraltro, dall’assalto all’Avanti! del 15 aprile del 1919, di cui non si fa menzione alcuna. Già con questo episodio i fascisti smentivano buona parte del programma di San Sepolcro; nessuno dei testi mette in evidenza come, durante la sua marcia di avvicinamento al potere, il fascismo avesse smentito voce dopo voce proprio il suo programma di fondazione. Il programma definitivo dei Fasci, redatto nel giugno del 1919, ruotava intorno alla seguente opzione politica: un socialismo nazionalistico, basato sul suffragio universale, integrato dalla rappresentanza diretta dei singoli soggetti economici (la base della futura idea del corporativismo) grazie alla creazione dei consigli di categoria. Il programma è generico, manca di un preciso orientamento ideologico che andrà definendosi con maggior precisione nel biennio ‘19-‘21 fino alla maturazione di una politica esplicitamente di destra, conservatrice e reazionaria ad un tempo, antisocialista e imperialista. Tale politica sarà esplicitata nel programma di fondazione del PNF, avvenuta a Roma durante il Terzo Congresso tenutosi fra il 7 e l’11 novembre del 1921; si trattava di un partito fortemente gerarchizzato, nonostante l’esistenza di cariche elettive e di un Comitato centrale espressione del Congresso nazionale, al fine di tenere sotto controllo le varie anime del fascismo; la sua struttura nel corso degli anni diventò sempre più burocratizzata, sottoposta al controllo diretto del duce ed articolata in modo tale da occupare tutti i settori della società civile e della pubblica amministrazione [2].

Viene semplicemente omesso che gli episodi di sangue di Bologna e di Ferrara del novembre-dicembre del 1920, subito dopo le elezioni amministrative risultate vittoriose per i socialisti, avrebbero dovuto essere addebitati alla provocazione dei fascisti i quali, con la connivenza di carabinieri e guardie regie, assalirono palazzo d’Accursio, dove si stava svolgendo la cerimonia d’insediamento dell’appena eletta amministrazione felsinea, determinando la reazione del servizio d’ordine socialista che rispose ai colpi di rivoltella: il bilancio fu di 9 morti e 50 feriti.

Un testimone racconta nel modo seguente l’occupazione delle fabbriche, fornendo di essa un quadro distante mille miglia dalle farneticazioni degli storici di regime: “ Ricordo molto bene, in quanto ne feci parte, che i Consigli di fabbrica seppero riunire saldamente gli operai sul posto di lavoro, nell’azione produttiva, disciplinare, di difesa nel campo sociale, economico e politico, rappresentando in tal modo la forza dirigente della fabbrica. Questo strumento organizzativo e politico dei Consigli di fabbrica, che aveva già fatto prove in diverse lotte precedenti, ebbe il suo massimo collaudo durante l’occupazione delle fabbriche. E’ con questa nuova struttura organizzativa nelle fabbriche che, dopo una serie di lotte iniziatesi subito dopo la fine della guerra, gli operai metallurgici italiani si scontrarono con la cocciuta resistenza padronale su alcune rivendicazioni di carattere sociale e normativo, cioè aumento di 4 lire al giorno, 6 giorni di ferie anziché 3 e quella fondamentale del controllo degli operai nell’azienda attraverso i Consigli di fabbrica. Questa cocciuta resistenza spinse i metallurgici alla lotta. […] Ad occupazione avvenuta, i Consigli di fabbrica pensarono subito a provvedere, nella nuova situazione, regolari turni di lavoro, e nonostante la complessità dell’azienda con moderne divisioni di lavoro da reparto a reparto, poterono mantenere e continuare nel lavoro. Crearono subito un corpo di guardie rosse armate per la difesa, per difendersi dagli attacchi eventuali di sorpresa e svolsero pure un’opera assistenziale, installando cucine nelle fabbriche e distribuendo buoni ai più bisognosi. Da tener presente che questo corpo di guardie rosse era istituito soprattutto per la difesa della fabbrica e per la tranquillità dei lavoratori che erano dentro la fabbrica, in quanto giornalmente le fabbriche erano disturbate dalle guardie regie o dai gruppi nascenti dei fasci di combattimento. E allora perché la produzione non dovesse interrompersi ad ogni attacco, questo corpo di guardie rosse vigilava intorno alla fabbrica per respingere i disturbatori, che furono parecchi. Abbiamo un esempio magnifico: tre signori si aggiravano alle nove di sera intorno alla fabbrica; le guardie rosse si avvicinano: ‘Cosa fate qui?’… ‘Mah, eravamo venuti a vedere come si lavora.’…‘Ah!, volete vedere come si lavora? Venite dentro!’. I tre fecero un po’ di resistenza, furono portati dentro, furono perquisiti, furono trovati loro addosso delle rivoltelle e dei cartoncini di appartenenza al fascio di combattimento. ‘Allora poiché voi desiderate vedere come si lavora, la miglior cosa è che andiate a lavorare con gli operai’. Furono messe loro addosso tre tute e furono mandati ai forni. Qui gridavano che i ferri bruciavano; gli operai risposero: ‘Per noi bruciano per tutta la vita, per voi bruciano soltanto per questa notte, per cui continuate il lavoro’. Sulla facciata del forno c’era scritto: Il lavoro nobilita ” [3].

Val la pena di ricordare che nel corso del 1921 i salari in Italia furono diminuiti del 25%.

Un altro tema sul quale i manuali fascisti esplicitano la loro scarsa obiettività è quello dello squadrismo, indicato come una sorta di medicina atta a guarire quel male particolare chiamato bolscevismo. Anche in questo caso, ci è di aiuto una testimonianza diretta la quale, partendo dalla situazione di insofferenza delle masse popolari nei confronti della guerra, giunge a descrivere la nascita dello squadrismo e i modi della sua affermazione: “ Quelle folle di lavoratori e di reduci dal fronte che nella loro esasperazione diedero origine qua e là ad alcuni episodi di violenza contro ufficiali e decorati, episodi ingigantiti e moltiplicati poi all’infinito dalla propaganda reazionaria, non erano affatto, come si disse in seguito, dei nemici e dei negatori di una patria che molti di loro avevano invece lealmente servito nei campi, nelle officine e nelle trincee; erano soltanto folle di operai e di contadini in cui era vivo e bruciante il ricordo della corruzione, degli illeciti e sfrontati arricchimenti, delle ingiustizie, delle sperequazioni, delle inutili stragi, del bestiale trattamento della truppa al fronte, di tutto quello, insomma, che era avvenuto durante la guerra, di cui il paese indignato e disgustato andava prendendo conoscenza nei primi mesi dopo l’armistizio e che i risultati di alcune inchieste ufficiali dovevano poco dopo confermare e documentare.

Su questa situazione si innestò, dopo alcune incertezze e oscillazioni, lo squadrismo fascista. La complicità con esso di gran parte degli organi dello Stato (…) creò dal 1920 al 1926 una singolare atmosfera di semilegalità e di incertezza del diritto. Nessuno sapeva con esattezza che cosa fosse lecito e che cosa illecito. (…) Tra i fascisti della prima ora vi furono, senza dubbio, dei giovani della piccola e media borghesia e dei reduci dalla guerra nei quali era innegabile, proprio a causa del loro fanatismo e del loro disorientamento politico, una certa buona fede; ma la grande maggioranza di essi era senza dubbio costituita da elementi sociali equivoci, da spostati, da avventurieri e da gretti e feroci difensori della proprietà e degli interessi di classe. (…) Il movimento fascista (…) operò negli ultimi mesi del 1920 una rapida conversione a destra ponendosi al servizio degli agrari e degli industriali in nome di una feroce ed interessata restaurazione dei cosiddetti valori nazionali. (…) Le masse lavoratrici, già stanche ed esauste per il loro lungo agitarsi a vuoto, furono colte nel primo momento da una sensazione di sorpresa e di sbigottimento. (…) Ho ancora vivo nella memoria un ricordo personale che può servire di esempio: a Forlì, nell’agosto del 1922, mentre la città era minacciata di momento in momento dall’invasione delle squadre fasciste di Italo Balbo, che già avevano messo a ferro e a fuoco Ravenna, non mi riuscì, per quanti sforzi facessi, di organizzare un servizio di vedetta dall’alto di una torre; e sì che avevo a che fare con una moltitudine di giovani entusiasti e coraggiosi, ma tutti riluttanti a qualsiasi disciplina e inquadramento. Solo in alcune città si erano formati, sotto la pressione degli avvenimenti, dei gruppi di Arditi del Popolo che fecero, ma sporadicamente e con ritardo, una buona prova. (…) L’on. Giolitti, in quel tempo presidente del Consiglio, pensò di sciogliere la Camera e di indire, per il 15 maggio 1921, le elezioni generali politiche. (…) La campagna elettorale si svolse in un clima di sopraffazione e di violenza che fu documentato, anche in quella occasione, dall’on. Matteotti e che non cessò affatto con la formazione della nuova Camera in cui erano entrate alcune decine di fascisti e di nazionalisti; appartiene a quel periodo il singolare e significativo episodio di Sarzana, in cui bastò la risolutezza e il senso del dovere di un ufficiale dei carabinieri per disperdere una banda di squadristi riottosi e per dimostrare così quale sarebbe stata la sorte del movimento fascista qualora gli fossero venute meno la connivenza e la complicità degli organi di polizia ” [4].

Nei testi fascisti si usa l’aggettivo “plebiscitarie” per indicare l’esito delle votazioni e dei consensi che il futuro duce ottenne nei collegi in cui si presentò; non avendo a disposizione il dato dei votanti non sappiamo dire se tale fu il voto per Mussolini; certamente, però, l’aggettivo diventò di uso talmente corrente durante il regime che ritrovarlo in un testo delle scuole medie superiori dovrebbe sortire sorpresa fino ad un certo punto. E dato che parliamo di aggettivi, non sfuggirà quanto spesso sia usato il termine “totalitario” in un’accezione del tutto positiva; ossia il fascismo voleva definirsi ed essere definito totalitario [5].

Il 1922 è l’anno della Marcia su Roma. Carocci ha presentato l’evento in maniera quanto mai chiara facendo giustizia di tutte le letture strumentali e menzognere ricavabili dai testi fascisti: “ Nel corso del 1922, nonostante le migliorate condizioni economiche, l’instabilità governativa e l’abulia delle leve di comando dello Stato raggiunsero il colmo. Ciò era dovuto ormai unicamente alla presenza minacciosa dell’illegalismo fascista. Per neutralizzare questo illegalismo pareva sempre più necessario che il fascismo fosse chiamato a dividere le responsabilità di governo. In ottobre fu offerto a Mussolini di partecipare, con alcuni dei suoi, ad un nuovo ministero, che sarebbe stato presieduto da Giolitti, ovvero da Facta (presidente in carica), ovvero da Salandra. Mussolini, forte ormai dell’appoggio dei più cospicui rappresentanti dell’alta borghesia milanese, finì col rifiutare. Malgrado lo scarso seguito che aveva in Parlamento, giudicò che poteva ormai pretendere di più. Il ministero l’avrebbe fatto lui. Questa fu la ragione della marcia su Roma. Ad eccezione dei comunisti e della quasi totalità dei socialisti, tutti i parlamentari compresi i democratici antifascisti ed i socialisti della CGL, accolsero il ministero Mussolini con un sospiro di sollievo, quasi come si accoglie la fine di un incubo. La guerriglia civile, si diceva, era finita; finalmente il fascismo sarebbe entrato, si sperava, nella legalità. La marcia su Roma, come l’intervento nel 1915, fu un colpo di forza contro la maggioranza parlamentare. Il colpo di forza sarebbe fallito se il re vi si fosse opposto. Ma il re, come nel 1915, reputò opportuno non opporsi” [6].

Ovviamente, nell’esaltazione del colpo di mano delle borghesie alleate e protette dal sovrano, gli storici dimenticano che nell’agosto del 1922 gli Arditi del Popolo, guidati dal massimalista Guido Picelli, respinsero a Parma gli squadristi di Italo Balbo infliggendo loro una sonora sconfitta, proprio sul piano dello scontro militari [7].

Nel 1923 cominciano le repressioni contro gli oppositori del fascismo: vengono arrestati Gobetti e Menotti Serrati, il segretario comunista Bordiga, la quasi totalità del Cc del PcdI, 41 segretari di organizzazioni giovanili comuniste; il 23 agosto gli squadristi aggrediscono don Giovanni Minzoni, un sacerdote che molto aveva lavorato nell’organizzazione cattolica dei lavoratori della Romagna, e lo uccidono. Trovare tracce di questi eventi nei manuali fascisti è impresa inutile.

Il 1924 è l’anno della vittoria elettorale fascista, grazie anche al meccanismo della legge Acerbo e alla presenza accorta (in tutti i sensi) degli squadristi davanti ai seggi elettorali (in alcuni casi anche dentro). Un manuale descrive gli esecutori dell’uccisione di Matteotti definendoli “fascisti irresponsabili”. Che essi non fossero irresponsabili ma altamente responsabilizzati dal duce, mandante del crimine, uno storico qualsiasi avrebbe potuto evincerlo sia dal discorso del 3 gennaio del 1925, pronunciato dallo stesso Mussolini in Parlamento (discorso nel quale Mussolini rivendicò la responsabilità politica e morale di quanto avvenuto), sia dal memoriale dell’ex capo ufficio stampa del duce, Cesare Rossi, subito pubblicato su “Il Mondo” di Giovanni Amendola, in cui Mussolini era indicato come mandante dell’assassinio di Matteotti. E se i manuali insistono sulla necessità di porre fine alle violenze sovversive in Italia a seguito della scomparsa di Matteotti, dimenticano di menzionare i 36 morti procurati, in quel periodo di tempo, dai fascisti nel corso di 400 aggressioni. Ovviamente dell’Aventino non si sa nulla se non che le opposizioni non riuscirono a volgere a loro favore la situazione perché avevano “poco coraggio”; quando gli storici fanno propaganda ritengono che i problemi politici debbano essere risolti alla stregua di operazioni militari; d’altronde questo era lo stile usato dai fascisti i quali ritenevano che gli altri dovessero fare esattamente come loro. In un manuale è presente un errore abbastanza grossolano: l’istituzione della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale viene fatta risalire agli effetti dell’Aventino; si sa che la Milizia fu istituita con regio decreto del 14 gennaio del 1923; un secondo decreto dell’8 marzo dello stesso anno ne fissava il regolamento di disciplina.

Del 1925 viene ricordato il discorso del 3 gennaio con il quale Mussolini inaugura di fatto il regime, ma, almeno nei testi compulsati, nessun riferimento ai Manifesti degli intellettuali fascisti e a quello degli intellettuali antifascisti; quasi a voler ribadire che il fascismo e la cultura stanno in rapporto fra loro come il cane con il gatto [8].

La promulgazione delle leggi fascistissime del novembre del 1926 viene salutata dai manuali come una liberazione: finalmente un provvedimento che dà l’idea che in Italia, più che uno Stato, c’è un Governo! Di tutti quelli che finiscono in carcere e poi sotto il tallone del Tribunale per la difesa dello Stato (ricordiamo Gramsci fra tutti), nessuna menzione. Cosa faceva il Tribunale? Ricorriamo ad una testimonianza: “Era di sua competenza ogni reato che più potesse preoccupare e assillare il regime; dall’attentato al re e al capo del governo, dalla insurrezione o dagli atti diretti a suscitare l’insurrezione ad altri fatti di ordine politico e sociale che il fascismo aveva ragione di temere, come quelli diretti all’asservimento del Paese allo straniero. Si trattava, insomma, di un complesso di reati che in genere non venivano commessi, che spesso erano volonterosamente supposti e che provocavano tuttavia condanne oltremodo severe. Il tribunale speciale ha inflitto 28.116 anni di reclusione, pronunciando 5.115 sentenze in confronto di 21.000 denuncie. (…) Alcuni italiani sono stati portati davanti al plotone di esecuzione senza aver commesso uno solo degli atti che dalla legge possono essere considerati, quanto meno, preparatori” [9]. Fra le esecuzioni vanno menzionate quelle di Michele Schirru, Angelo Sbardellotto e Domenico Bovone, fra il 1931 e il 1932, personaggi, va detta la verità, dei quali anche gli odierni manuali parlano piuttosto poco. Mentre viene benedetta la Conciliazione dell’11 febbraio del 1929, nulla è possibile rinvenire sulla decurtazione dei salari a partire dal 1927, nulla sulla tessera del pane, nulla sugli scioperi organizzati soprattutto nel corso del 1929.

La guerra d’Etiopia è giustificata nei manuali in tutti i modi possibili e immaginabili. Viene inserita nell’ottica di una rivendicazione che all’Italia spetta di diritto, visto che Francia ed Inghilterra le colonie ce le avevano. Quello che accadde durante le operazioni militari, oggi a tutti arcinoto (uso di gas e metodi repressivi di inaudita spietatezza), non si sa dai testi scolastici; ciò che emerge è la conquista dell’Impero affidata all’Italia fascista in quanto erede del mito della romanità. Un testimone di quella vicenda, e famoso economista, Antonio Pesenti, ricordava una storiella molto di moda all’epoca dell’impresa etiopica da cui emerge con chiarezza quanto il regime stesse perdendo in fatto di consenso: “Una bambina aveva fatto un componimento in cui narrava che erano nati in casa sua tre gattini belli e fascisti, perché tutti neri. La maestra lodò la bambina per il pensiero gentile e patriottico. Dopo due giorni venne un ispettore e la bambina fu nuovamente interrogata dalla maestra che voleva farsi onore. ‘Raccontami, cara, dei tuoi gattini’. La bambina ripeté: ‘A casa mia sono nati tre bei gattini tutti neri’. ‘Brava,’ disse la maestra, ‘continua: e poi che cosa avevi detto ancora?’. ‘Ah sì’, rispose la bambina, ‘Avevo detto che erano fascisti, ma ora hanno aperto gli occhi e non lo sono più’. La gente cioè apriva gli occhi” [10].

Uno dei capolavori di omissione e di occultamento della verità storica si ha con la descrizione della guerra civile spagnola causata (guarda un po’!) dai comunisti al potere conquistato, secondo gli autori, con metodi antidemocratici e con finalità antireligiose. In realtà il Fronte Popolare vinse le elezioni politiche del 16 febbraio del 1936, rendendo così possibile la costituzione di un governo progressista nel quale, come notato dall’ambasciatore degli Usa a Madrid, Claude G. Bowers, non era “nessuno che non fosse democratico e repubblicano nel senso americano o francese del termine”, smentendo così tutti i pretesti utilizzati da Mussolini e Hitler sulla presenza presunta di comunisti e socialisti nella compagine governativa, pretesti utilizzati per scatenare l’offensiva reazionaria guidata dal generale Franco e dai due dittatori militarmente appoggiata. Sempre Bowers elenca chi fossero i sostenitori della ribellione fascista contro il legittimo governo repubblicano spagnolo: “i monarchici che volevano il ritorno del re e la restaurazione del vecchio regime; i grandi proprietari terrieri, che volevano impedire la riforma agraria per conservare il sistema feudale dei loro privilegi; gli industriali e i finanzieri che volevano mettere al loro posto gli operai e tenerceli; la gerarchia ecclesiastica ostile alla separazione della Chiesa dallo Stato; la cricca dei militari che pensavano ad una propria dittatura; i fascisti che miravano alla formazione di uno Stato totalitario”. Parole di ambasciatore americano e non di un emissario della III Internazionale! Queste sono le vere cause della guerra civile spagnola così come, a proposito degli aiuti internazionali alle parti in causa, mentre i fascisti mandarono uomini e i nazisti soprattutto aerei, le potenze europee non intervennero e la stessa Urss inviò materiale bellico impegnandosi più sostanziosamente per una mobilitazione dell’opinione pubblica mondiale a favore della causa repubblicana [11].

L’introduzione delle leggi razziali in Italia nel 1938 viene presentata in maniera quasi amena. Sfuggono agli storici le voci degli antisemiti italiani non meno rabbiose di quelle degli antisemiti nazisti. Anche in questo caso una testimonianza varrà più di qualsiasi parola: “…Marco Ramperti, antisemita accanitissimo, […] scriveva sul Popolo di Roma: ‘Più che dalla stella gialla gli ebrei si riconoscono dalla ferocia dello sguardo; gote livide, bocche ferine, occhi di fiamma ossidrica. Se potessero gli ebrei farebbero una strage. Slegate la mano al giudeo; è l’usura’. ‘Avendogliele rilegate tornate a slegarle; è il massacro!’ E affermava che ‘il più sozzo, il più ripugnante, il più disumano e nemico a guardarlo bene è Charlot (Charlie Chaplin), il filo-bolscevico, il filo-anarchico, l’ebreo più ebreo di tutti’ ” [12].

Questo è il riepilogo delle forzature, menzogne, censure ed omissioni che è stato possibile rinvenire in alcuni testi scolastici del periodo fascista indirizzati alle scuole medie superiori. Si ricorderà che Marcello Dell’Utri, nel 2008, si lasciò andare alla seguente dichiarazione: “I libri di storia sono ancora condizionati dalla retorica della Resistenza e saranno revisionati se dovessimo vincere le elezioni” [13]. Le elezioni le vinsero ma i libri di storia non furono revisionati. E’ proprio vero, come ci ricorda il compagno Marx, che la storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia (il fascismo), la seconda come farsa (Dell’Utri)!


Note:

1. Paolo Spriano, Storia di Torino operaia e socialista. Da De Amicis a Gramsci, Einaudi, Torino 1972.

2. Per un confronto fra i testi del programma di S. Sepolcro e del programma del PNF mi permetto di rinviare a Lelio La Porta, Il fascismo, Edizioni FERV, Roma 2001.

3. Testimonianza di Giovanni Parodi in Fascismo e antifascismo, Feltrinelli, Milano 1971, pp. 89-91

4. Testimonianza di Fernando Schiavetti in op. cit., pp.125-127.

5. Il neologismo “totalitarismo” è stato coniato negli ambienti antifascisti italiani per delineare i tratti fondamentali del nascente regime il quale, in seguito e per bocca dello stesso Mussolini, lo utilizzò per caratterizzarsi come esito della “nostra feroce volontà totalitaria” (Mussolini nel discorso del 22 giugno del 1925) fino al discorso del 28 ottobre del 1928 dove viene affermato : “Tutto nello Stato, niente fuori dello Stato, nulla contro lo Stato”.

6. G. Carocci, Storia del fascismo, Newton Compton, Roma 1996, p. 20

7. Sugli Arditi del Popolo come prima organizzazione antifascista si veda Eros Francescangeli, Arditi del popolo. Argo Secondari e la prima organizzazione antifascista (1917-1922), Odradek, Roma 2000 (ristampa nel 2008).

8. Sulla vicenda di Matteotti, dal discorso del deputato socialista alla Camera al discorso mussoliniano del 3 gennaio del 1925, ancora oggi si rinvia al film, storicamente ineccepibile, di Florestano Vancini Il delitto Matteotti (1973).

9. Testimonianza di Antonio Greppi in Fascismo e antifascismo, cit., p.262. Soprattutto il processo al gruppo dirigente del PCd’I, celebrato fra la fine di maggio e i primi di giugno del 1928, fu per il regime occasione per un autentico spettacolo; a tal proposito Antonio Gramsci. Cronaca di un verdetto annunciato, a cura di Giuseppe Fiori, allegato a “l’Unità” del 20 aprile del 1994.

10. op. cit., pp. 375-376. Sulle conseguenze della legislazione razziale introdotta in Etiopia dopo la guerra si veda Domenico Losurdo, Il peccato originale del Novecento, Laterza, Roma-Bari 1998.

11. Tutte le indicazioni sulla guerra civile spagnola nella testimonianza di Francesco Scotti in op. cit., pp.380-390. Nella sterminata bibliografia sugli eventi spagnoli, per uno sguardo fra lo storico e il giornalistico si veda Paul Preston, La guerra civile spagnola 1936-1939, Mondadori, Milano 2000.

12. Testimonianza di Achille Ottolenghi in op. cit., p.205. Si veda Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Einaudi, Torino 1993.

13. Dell’Utri è stato stretto collaboratore di Silvio Berlusconi fin dagli anni settanta, socio in Publitalia '80 e dirigente Fininvest, e nel 1993 fondò con lui Forza Italia. Il 25 marzo 2013 la terza sezione della corte di Appello di Palermo ha condannato Dell'Utri in secondo grado di giudizio con pena di 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, riconoscendolo mediatore tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi. Espatriato poco prima che venisse spiccato nei suoi confronti un provvedimento di arresto, è stato rintracciato ed arrestato il 12 aprile 2014 a Beirut dalle forze dell'ordine libanesi. Il 9 maggio 2014 la Corte di Cassazione, dopo quattro ore di camera di consiglio, ha confermato in via definitiva la sentenza d'appello bis. Il 13 giugno 2014 viene estradato in Italia e tradotto presso la casa circondariale di Parma. Evangelicamente verrebbe da dire “Ecce homo!”.

20/11/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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Lelio La Porta

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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