Manuali fascisti - parte III

Prosegue l’analisi di alcuni testi scolastici, diffusi in epoca fascista, sulle più vistose omissioni e censure storiche operate dalla propaganda di allora.


Manuali fascisti - parte III

Prosegue l’analisi di Lelio La Porta di alcuni testi scolastici, diffusi in epoca fascista, sulle più vistose omissioni e censure storiche operate dalla propaganda di allora.

di Lelio La Porta

 

Segue da Manuali Fascisti - parte II.

MANUALI UTILIZZATI

P. Silva, Corso di storia ad uso dei licei ed istituti magistrali, Messina, 1940

N. Rodolico, Sommario storico per licei ed istituti magistrali, Firenze, 1937

N. Rodolico, Sommario storico per licei ed istituti magistrali in letture di documenti contemporanei, Firenze, 1959

A. Manaresi, La civiltà contemporanea, Torino, senza data

B. Lizier, Corso di storia per licei ed istituti magistrali, Milano, 1940

L. Simeoni, Corso di storia per licei ed istituti magistrali, Bologna, 1940

A. Bazzola, Roma, Torino, senza data

F. Cognasso, Storia d’Italia per licei ed istituti magistrali, storia contemporanea, Torino, 1935

N. Cortese, Corso di storia per licei ed istituti magistrali, Firenze, 1942

A. Valori – U. Toschi, L’età contemporanea, Torino, 1927

 

10. I FASCISTI E IL BOLSCEVISMO

Il manuale di Rodolico scritto nel 1959 riassume in poche battute la motivazione profonda della nascita del movimento fascista e della sua costituzione in partito politico.

Nel marzo del 1919 Benito Mussolini fondò a Milano i Fasci italiani di combattimento. I Fasci raccoglievano giovani animosi che intendevano opporsi con la forza ai comunisti e ai socialisti rivoluzionari, sostituendosi al governo, incapace di far valere la sua autorità; essi intendevano inoltre di rimettere in valore la vittoria riportata con le armi, e di affermare la potenza dell’Italia nei rapporti internazionali. Tale programma andava incontro ai desideri di moltissimi Italiani, allarmati dalla minaccia rivoluzionaria bolscevica e dalla mancata difesa dello Stato, e destava l’entusiasmo di reduci dalla guerra, esasperati dallo scempio che si faceva della vittoria sanguinosamente raggiunta. I Fasci di combattimento, nel novembre del 1921, si trasformarono in Partito nazionale fascista. Nel marzo del 1922 le squadre dei fascisti stroncarono l’azione rivoluzionaria dei comunisti che avevano proclamato lo sciopero generale in tutta Italia; i fascisti riuscirono a riorganizzare i servizi pubblici, e a farli funzionare. Gli Italiani, stanchi di due anni di continui scioperi – nel 1920 erano stati 1880 – applaudivano i fascisti, né consideravano che per liberarsi da violenti, davano man forte ad altri violenti.

E’ abbastanza evidente anche da questo testo, scritto, peraltro, in epoca postfascista, quanto il bolscevismo sia il problema più impellente cui il ceto borghese italiano del primo dopoguerra debba porre rimedio. La questione storica sta nel fatto che i comunisti e i socialisti vengono posti come la causa che scatena l’effetto fascista senza notare che quella causa aveva una sua precisa ragion d’essere nel rappresentare l’unica forza politica autenticamente schierata a difesa degli interessi delle classi subalterne italiane uscite ancor più indebolite sul piano economico e sociale dalla guerra. Quindi non si può definire violenza la rivendicazione del diritto al lavoro e alla terra; è autentica violenza quella esercitata da chi, cioè i fascisti, vuole impedire che quei diritti sacrosanti siano garantiti. Che questa fosse l’impostazione diffusa nella storiografia fascista fanno fede i due brani seguenti tratti dal manuale di Manaresi, pag. 235 e 237, nei quali addirittura si arriva a dipingere i fascisti come le vittime, “i martiri”, della violenza comunista; sappiamo, e già lo abbiamo ricordato, che le cose andarono proprio in maniera inversa.

Purtroppo di questo malcontento [quello generato nei ceti economicamente più deboli dagli esiti della guerra, n.d.c.] profittarono gli sfruttatori interessati, quei socialisti e comunisti, che avevano sempre predicato contro la guerra, ed ora celebravano le viltà e le vergogne della rivoluzione russa: essi preparavano ai nostri soldati, reduci dalle angoscie della guerra, un più angoscioso dopo-guerra; e a costoro, che, stanchi, poveri, feriti, spesso senza lavoro, tornavano alle loro città, ai loro campi, predicavano la rivoluzione sociale, l’odio contro la proprietà, la ribellione allo Stato, come se dalla rovina della ricchezza pubblica e privata dovesse sorgere la felicità di tutti. Fu quello il momento degli arruffapopoli ignoranti, dei predicatori irresponsabili, delle spie pagate dalla Russia comunista; si maledisse la guerra, si derise la vittoria, si insultarono ufficiali e mutilati per le vie, si assalirono e si occuparono violentemente le fabbriche, si abbandonarono i campi. E intanto biechi delinquenti diffondevano il terrore in ogni luogo con attentati mostruosi, mietendo vittime innocenti.

Contro di essi [i fascisti, n.d.c.] si appunta l’odio dei comunisti, che a tradimento uccidono giovani fascisti, li assaltano nei ritrovi, li insultano, li calunniano nei giornali. Così cadono per tutte le città d’Italia i primi martiri fascisti, giovani sul primo sbocciare della vita, uomini maturi, risparmiati dalla guerra e destinati a cadere vittime del nemico interno. Ma i fascisti aumentano di numero e di audacia: l’Italia ne è piena: ad ogni delitto dei sovversivi risponde sicura, fulminea la controffensiva fascista; alla violenza dei folli che trascinano la patria nella vergogna, bisogna opporre la violenza che salverà l’Italia e il suo avvenire.

11. IL COMUNISMO

Il manuale di Lizier alla pag. 445 riporta una sintetica descrizione del concetto di comunismo

Dei negati maggiori compensi per la parte avuta dall’Italia nella guerra, della grave crisi economica e finanziaria, della miseria diffusa, approfittavano i superstiti neutralisti e i partiti sovversivi: quelli per recriminare contro la guerra da essi deprecata, questi per bestemmiare ogni ideale patrio e guadagnare le folle al programma anarcoide della lotta di classe o al mito della rivoluzione russa, di cui nulla si sapeva di preciso e i cui orrori venivano taciuti, ma che alle folle, ignare e malcontente, era presentato come il paradiso in terra: il paradiso di Lenin. Il Paese era mantenuto così in uno stato di agitazione irosa, pronta ai peggiori eccessi. Penosa situazione interna, che aveva dolorosi riflessi anche nella politica estera, togliendo ai governi del dopo-guerra la forza necessaria per difendere gli interessi nazionali e li rendeva impazienti di affrettare, anche per via d’accomodamenti, la liquidazione della guerra.

A parte il fatto che non viene spiegato allo studente delle medie superiori del periodo fascista perché mai le folle italiane erano “malcontente” alla fine della prima guerra mondiale, restano alcuni dubbi sul concetto di comunismo e sulla sua pratica applicazione nella Russia di Lenin; che il programma della lotta di classe fosse anarcoide, nonostante tutte le discussioni fatte e da fare sulla teoria marxista dello Stato, sembra abbastanza fuorviante così come parlare di mito a proposito della rivoluzione russa la quale il suo programma lo aveva rispettato: fuori dalla guerra e battaglia contro la fame. Che “la situazione irosa” in cui il Paese versava potesse essere la conseguenza delle notizie provenienti dalla Russia è molto parzialmente vero; infatti l’autore dimentica che nel 1917 c’erano stati moti di piazza nel nord, soprattutto a Torino, per denunciare la carenza di pane il quale di certo mancava non a causa degli avvenimenti russi.

12. PROVOCATORI E PROVOCATI

Il Lizier, a pag. 352 del suo manuale, e il Valori-Toschi, a pag. 508, descrivono episodi di violenza accaduti soprattutto nel 1920.

Sono quelli gli anni [1919, 1920, n.d.c.] appunto degli scioperi a catena, dell’occupazione delle fabbriche, dell’invasione delle terre; ma sono anche gli anni nei quali i cittadini, contro la marea montante del disordine e contro gli eccessi e il prepotere del sovversivismo, che il Governo pareva impotente a frenare, cominciano a guardare al Fascismo come alla loro difesa e sotto la sua bandiera si raccolgono e si organizzano le reazioni individuali e collettive. Così, in seguito ai fatti di Bologna e di Ferrara del 21 novembre e del 20 dicembre 1920, la popolazione di quelle città insorge, sotto l’egida del Fascismo, contro la tirannide rossa, e nelle stesse campagne del Ferrarese e del Bolognese, che parevano roccheforti imprendibili dei rossi, si ha nel 1921 un capovolgimento di posizioni.

[…]

Una lunga serie di conflitti turbò la vita pubblica italiana per il triennio 1920-21-22 culminando talora in stragi atrocissime, come quelle del palazzo d’Accursio a Bologna (novembre 1920), della piazza del castello Estense a Ferrara (dicembre 1920) (…) in cui la ferocia sovversiva fece scempio dei giovani generosi che mostravano di non temerla.

Cosa sono gli “eccessi e il prepotere del sovversivismo”? Semplice, ma non scritto dall’autore: lo sciopero di La Spezia contro il rincaro dei generi di prima necessità, lo sciopero dei metallurgici in Liguria, Lombardia ed Emilia, le occupazioni delle terre, la sollevazione generale contro l’aumento del pane, l’occupazione delle fabbriche; possono essere definite prepotenze tutte le iniziative finalizzate al miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e dei ceti meno abbienti? Inoltre va specificato quello che avvenne in Emilia nel 1920, in specie a Bologna il 21 novembre. I socialisti avevano vinto le elezioni amministrative; visto che era stata da poco assalita dai fascisti la sede della Camera del Lavoro, la nuova amministrazione decise di dare una particolare solennità all’insediamento. I fascisti, sotto la protezione dei carabinieri e delle guardie regie, assalirono a revolverate palazzo d’Accursio, sede del municipio, determinando la risposta da parte di chi era all’interno: il bilancio fu di 9 morti, fra i quali alcuni consiglieri di minoranza, e 50 feriti. Ripristinata la verità storica, si capisce di chi fu la responsabilità dei morti: fu dei fascisti e di chi li copriva.

10/10/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Lelio La Porta

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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