Religione, conflitto, integrazione: la propedeutica del capitalismo

Dietro alla propaganda buonista, il concetto di integrazione si indovina essere nient’altro che l’imposizione del modello religioso-culturale vincente su quello perdente. Riflessioni attorno al concetto di integrazione culturale e religiosa nel mondo occidentale contemporaneo.


Religione, conflitto, integrazione: la propedeutica del capitalismo Credits: Salvador de Bahía, Monumento a la Cruz caida – Brasile (panoramio.com)

Integrazione” è un concetto molto caro alla cultura di sinistra affermata finora dentro e fuori il nostro Paese. Ma, entrata tra le parole d’ordine di un sistema politico e culturale dove il trend principale è rappresentato dalle battaglie per i diritti umani, gli attacchi della destra non vi si scagliano più direttamente contro - o quasi -, ne prendono invece in ostaggio il valore per poterne rinfacciare il fallimento, inteso come sua mancata realizzazione o, anzi, lo contagiano - potremmo dire lo infettano - della primeva responsabilità nell’immiserimento morale e materiale di una comunità.

Mettendo da parte simili arbitrari atteggiamenti, eleborati al sol fine di contrabbandare un razzismo aggiornato e ripulito - che va bene per l’operaio e per il parroco, per la duchessa e il cameriere - integrazione non rimane tuttavia un concetto immune ad una critica ostinata, anche se si vorrebbe collocarlo in una categoria neutra, al di fuori dei margini d’analisi di destra e sinistra, secondo l’inveterata prassi di liquidare l’approccio dialettico e con esso l’individuazione dei fenomeni sociali sul terreno del conflitto tra le classi, così da sedare qualsiasi tentazione di dar battaglia.

Concentriamo la nostra attenzione sul tasto dolente dell’attualità, pur in questi tempi di ‘relativismo culturale’ tipico delle società occidentali. La religione.

La religione rappresenta uno dei principali fattori di conflittualità sociale, ma all’interno della stessa classe; con buona pace dello spirito ecumenico della Chiesa Cattolica. Non a caso le blande condanne di Bergoglio al carattere spiccatamente iniquo e oppressivo del sistema produttivo capitalistico, non impediscono il perseverare delle politiche antipopolari di svendita del servizio pubblico da un lato, e della crescente criminalizzazione delle aggregazioni pubbliche in funzione di protesta dall’altro; bastonando i diritti civili sulla strada dei diritti sociali. Il cinico senso di competizione che trasmette il mondo del lavoro, in cui siamo oggetti di un’asta al ribasso, obbliga a riversare le frustrazioni derivanti dall’oppressione padronale verso lo straniero appartenente alla stessa condizione di subalternità.

Tutto ciò dalla Chiesa Cattolica non viene sviscerato, insabbiando lo spirito critico nella posa pietistica, salvacondotto da qualsiasi accusa. Ma l’unico motivo per cui un’organizzazione millenaria che ha sempre tenuto sotto scacco il sistema politico circostante, l’unica ragione per cui esiti su una certa soglia è squisitamente politica. Papa Francesco controbilancia abilmente l’impopolarità storica della Chiesa dovuta allo scandalo dei preti-pedofili, impiegando una predicazione pseudo-rivoluzionaria contro ricchezza e sfruttamento, che però non inficia la convivenza con un araldo dell’imperialismo europeo. Stiamo ora isolando uno dei due aspetti che, incrociati, ci diranno qualcosa di più sul concetto di “integrazione”: una Chiesa che assolve ancora al ruolo suo proprio di sovrastruttura rispetto al nostro sistema economico, sia pure in negativo e con imbarazzo, ma reiterando la benedizione e salvandone l’anima.

Veniamo al secondo aspetto. Restringiamo la lente dalle macrostrutture ad un solo campo di ragionamento: la religione in se stessa, non in relazione ai rapporti di forza di una nazione. Essa si qualifica come elemento aggregante sulla base di determinati valori, predicandone il culto, prescrivendo comportamenti e discrimini, regole pratiche e formazione degli appartenenti alla comunità. La progressiva identificazione, da Carlo Martello in qua, del mondo occidentale con la cultura cristiana, ha sbiadito i contorni di quella che, durante la tarda romanità e i successivi regni romano-germanici, era più evidente nelle sue vesti di soggetto politico coi propri interessi e i propri obiettivi a medio e lungo termine.

La confusione del soggetto religioso nel contesto europeo con il custode di una supposta ortodossia dell’europeismo, come si è cercato di fare giuridicamente, è già realizzata a livello di senso comune, tanto che gli interessi patenti economico-coloniali di chi ha mosso guerra nel Mediterraneo non turbano le riflessioni dei più raffinati analisti, che, messi alle strette dalla narrazione destrorsa e sostanzialmente incapaci – de-ideologizzati – di rispondervi adeguatamente, giungono a scomodare guerre di religione per il deflagrante colpo di coda che l’azione dell’imperialismo ha provocato. E in ciò incalzati dalle principali figure istituzionali di ciascun paese dell’Europa Unita, che ripetono ostinati il mantra sul nostro inestinguibile ‘stile di vita’ che il terrorismo jihadista intenderebbe mettere in crisi. Eppure i giornalisti ci parlano di un terrorismo sempre più in rotta, di attentati basati su mezzi di fortuna, scelta degli obiettivi che sembra sempre meno dettata da una visione di insieme e affidata alle valutazioni dei tormentati esecutori degli attacchi. Quindi un carattere sempre più disarticolato dell’affiliazione al terrorismo di matrice islamista che certamente accusa i sintomi di un coordinamento centrale sempre più stentato: poco verosimile l’idealistico storytelling dei premier europei.

Tutto ciò confonde le acque, appunto; non solo esasperando la ‘guerra fra poveri’, ma traghettando clandestinamente il mondo islamico nel ruolo di aggressore. E ancora possiamo constatare quanto la dissimulazione di nette appartenenze di campo - salvo quella della contrapposizione cristiano-islamica sovrapponendola ai paesi di riferimento di queste confessioni – sia strategica al mantenimento di uno status quo gestito abilmente dagli apparati oligarchici: diversivi sociali interni, alibi guerrafondai esteri.

Cos’è infatti questo cosiddetto ‘stile di vita’? è qui che giunge in soccorso l’integrazione, e nella sua più subdola veste di ‘integrazione religiosa’. Tanto sbandierata dalle anime pie, è il tassello che chiude il cerchio che va dal colonialismo agli imperscrutabili percorsi del caporalato del nostro e di altri paesi. Quale che sia il nostro stile di vita, dovremmo andare indietro di un migliaio d’anni per riflettere su un comandamento biblico che qui si intende sostenere alberghi nella memoria ancestrale del devoto cristiano. Ci sarà di aiuto Alberto Varvaro, che con “Letterature romanze del Medioevo” riferisce il dialogo tra San Gregorio Magno e San Girolamo, in cui quest’ultimo giustifica la frequente citazione di testi pagani riportando un passo del Deuteronomio: “Se vedi tra i prigionieri una donna di avvenente figura e sei preso d’amore verso di lei, te la prenderai in moglie[…] essa si raderà, si taglierà le unghie, deporrà la veste di prigioniera, abiterà nella tua casa e piangerà suo padre e sua madre per un mese, dopo entrerai da lei, sarai suo marito e lei sarà tua moglie” [1].

Il candore con cui il santo fa propria la mentalità predatoria delle guerre tribali giudaiche rende conto dell’arbitrarietà tipica dell’uomo di cultura medievale, incapace di cogliere lo scarto tra la propria epoca e quella passata, ma cercando - stando all’itinerario storico-filologico che delinea il Varvaro - nelle vicende passate il disvelamento della propria cultura e dei propri dogmi: un accreditamento trascendentale del proprio agire. In questo caso il ricorso alla cultura pagana nelle argomentazioni sarebbe tollerato dopo aver opportunamente ‘mondato’ i testi della loro corruzione, e prendendo a propria discrezione ciò che serve senza troppi riguardi del retaggio di provenienza. Queste erano letture di formazione per gli allievi dell’Età Media, in cui l’unica cosa che si disvela era la schietta natura politica della religione cristiana, in un momento in cui poteva permetterselo maggiormente, solo apparentemente in contrasto con la posa pastorale e conciliante del catechismo di Bergoglio.

Il concetto di integrazione che si evince dal passo biblico comporta un’implicita tendenza alla conservazione del contesto di arrivo dello straniero, imponendo al nuovo arrivato la rinuncia alla propria identità etnico-religiosa.

Tornando alla contemporaneità, cosa è cambiato di questo atteggiamento? Ciò che fa scaturire la polemica sulla convivenza multiculturale verte su cosa sia accettabile e cosa non lo sia da parte della società ospitante (un dibattito che pecca di un etnocentrismo sconfinato e di un’evitabile unilateralità). La natura della religione è politica: nel senso che interviene nei dibattiti della vita sociale, sulla gestione della cosa pubblica, e che, ovviamente, cerca di allargare il proprio campo di azione (predicazione), e di incrementare il numero dei propri affiliati; normale processo di vita di un soggetto con interessi diametralmenti opposti, su questo non deve esserci dubbio, a quelli di un’altra religione. Non è necessario scomodare gli esempi di contrasto più evidenti (e oggi fortunatamente meno diffusi e più invisi tra gli stessi musulmani) come l’infibulazione femminile per ammettere che l’integrazione culturale non ‘integra’ un bel niente, ma è un imposizione; l’imposizione che la parte prevaricante scaglia sulla parte sopraffatta, l’ostaggio che garantirà il vincitore da possibili rivendicazioni future della parte offesa. Dovremmo accostarvi il concetto di “accettazione”: in questo caso accettazione della distruzione del proprio paese natio; accettazione del progressivo annullamento della propria identità comunitaria; accettazione di un lavoro abbrutente e mal remunerato.

La pretesa, tutta borghese, di una società in cui le diverse confessioni religiose vengano osservate in armonia, è una mera astrazione e una truffa che scambia la religione per un’abitudine alimentare o un modo di vestire. Questa maniera di intendere la religione potrà forse ben conciliarsi con la visione del mondo cristiana, di quel mondo cioè consapevole della sua posizione di dominio, ed emancipato da quella tensione escatologica con cui il credente verrebbe ricompensato delle sofferenze terrene. È un modo a-storico di intendere l’elemento religioso che non tiene affatto conto del rapporto di reciproco sostegno intrattenuto da questa con le istituzioni politiche, e che volutamente elude - e dissuade da - il raggiungimento dell’autentica integrazione: il benessere materiale di tutte e tutti tramite l’abbattimento della classe degli sfruttatori.


Note

1. Alberto Varvaro, Letterature romanze del Medioevo, (Saggi; 282) Bologna: Il mulino, 1985.

23/09/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: Salvador de Bahía, Monumento a la Cruz caida – Brasile (panoramio.com)

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L'Autore

Andrea Giubbi

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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