Religione, fondamentalismi, violenza - Parte I

Una riflessione per comprendere come dalla religione germoglino talvolta violente manifestazioni di intolleranza.


Religione, fondamentalismi, violenza - Parte I

Cominciamo con chiederci: cos'è la religione? Tale risposta ci fornirà indizi per comprendere come dalla problematica religiosa germoglino talvolta violente manifestazioni di intolleranza, assai preoccupanti perché la guerra odierna si fonda su un raffinato armamentario tecnologico altamente distruttivo. Cercheremo di illustrare, poi, le diverse forme del fondamentalismo, mostrando che non è un fenomeno esclusivamente islamico e che, se da sola la religione non può scatenare le guerre, tuttavia, può giocare in esse un ruolo importante e decisivo.

di Alessandra Ciattini

L'ascesa del cosiddetto Stato Islamico e lo spazio che esso occupa nella cultura massmediatica contemporanea rendono urgente una riflessione equilibrata e ponderata sulla relazione tra tre elementi, spesso sbrigativamente interconnessi a fini demagogici: religione, fondamentalismi, violenza. 

Questa riflessione non può non prendere le mosse da una questione di non poco conto, che la cultura massmediatica nemmeno si pone: cosa è la religione? Come la definiamo? La risposta a questa domanda non è facile, giacché in primo luogo nella nostra società e cultura la religione è tout court identificata con il cristianesimo e considerata la massima espressione dell'eticità e della spiritualità, come se tali aspetti non fossero anche presenti ed operanti in altre forme di attività pratica e intellettuale, come per esempio la riflessione scientifica.

Se si prendono in considerazione le varie opere, anche monumentali, dedicate al tema della riflessione sulla religione, anche scorrendo solo l'indice, ci si renderà conto che non c'è un'unanimità di punti di vista tra gli studiosi dell'argomento, e che le risposte date alla domanda sopra formulata sono assai diverse, in funzione anche degli aspetti specifici che vengono posti in risalto da questi ultimi. Questa diversità di impostazione, del resto riscontrabile nei diversi ambiti delle scienze umane, non deve impedirci di prendere posizione, chiarendo ovviamente le ragioni che stanno alla base della prospettiva teorica che si intende scegliere. Ovviamente la natura di questo breve intervento mi impedisce di approfondire in maniera soddisfacente il senso di tali ragioni e di illustrare i vantaggi interpretativi ed esplicativi della prospettiva da me proposta. Aggiungo che la mia definizione di religione non è assolutamente nuova e si limita a cercare di integrare in maniera implicita prospettive diverse tra loro, ma non contraddittorie.

Per definire la religione bisogna partire dalla constatazione che, nel corso della storia umana, sono sorte varie forme religiose, alcune presenti anche nella società contemporanea, che si contraddistinguono per i loro caratteri specifici, fondati sulla diversità delle credenze e delle pratiche adottate dai loro fedeli. 

Per questa ragione, per comprendere la religione nelle sue diverse manifestazioni, è necessario elaborare una definizione di ordine più generale in grado di inglobare in sé queste ultime e di cogliere il loro tratto costitutivo, ossia quell'elemento che fa di esse una religione secondo il punto di vista adottato. 

Procedendo in questa direzione, mi sembra opportuno ricondurre le varie forme religiose conosciute ad un certo tipo di atteggiamento verso il mondo che definirei religiosità, dal quale tuttavia non scaturiscono solo le religioni vere e proprie, ma anche certe forme di coscienza alle quali - in particolare - ci richiamiamo nella nostra vita quotidiana, e che quindi possiamo definire cripto-religiose. 

Seguendo una ben precisa tradizione intellettuale, le cui radici stanno nell'Illuminismo, mi sembra che abbia senso identificare la religiosità con quello che possiamo indicare con il termine filosofico di “essenzialismo acritico” [1], il quale designa il procedimento pratico-cognitivo in base al quale la molteplicità cangiante dei fenomeni e degli eventi viene considerata esclusivamente manifestazione, emanazione di un'altra dimensione ad essa opposta e di natura differente, indicata con espressioni come “sovrumano”, “sovrannaturale”, “sacro”. 

Insomma, nell'ottica religiosa le cose, anche se contraddittorie e mutanti, sono sempre interpretabili in un'unica chiave e facendo riferimento ad una dimensione altra rispetto a quella umana, anche se strettamente intrecciata a quest'ultima in modalità variabili a seconda della forma religiosa esaminata. 

La giustapposizione tra la dimensione terrena e quella sovrannaturale, in quanto tale, non è problematizzata ed è sollecitata dall'urgenza di rispondere agli eventi – soprattutto di segno negativo – che incalzano l'uomo nella vita quotidiana, con il vantaggio di individuare così anche l'adeguata reazione ad essi, la cui natura è sempre di carattere ripetitivo e rituale. 

In definitiva,  per il credente anche gli eventi più minuti e insignificanti debbono esser letti in una chiave religiosa, e il loro verificarsi può ostacolare o favorire il corretto rapporto con le forze sovrannaturali; di qui la necessità impellente di rispettare tutta una serie di norme e tabù, il cui scopo è quello di mantenere la purezza del fedele, che gli garantisce il risolutivo aiuto divino [2].

Tornando brevemente alle forme che ho definito cripto-religiose, farò un rapido esempio, per render chiaro il senso del mio ragionamento. Ritroviamo la giustapposizione non problematizzata tra due dimensioni diverse, di cui ho parlato più sopra, anche in talune espressioni ideologiche e politiche, come per esempio il razzismo, secondo il quale le caratteristiche di un “popolo” - i cui contorni è spesso assai difficile delineare - sono riconducibili tout court ad un livello transtorico e per questo immutabile. Basti pensare alle giustificazioni che il pensiero quotidiano dà dell'ostracismo, talvolta anche violento, nei confronti degli “zingari”, ai quali sono attribuiti tratti profondamente negativi che sarebbero scaturiti dalla loro “natura” immodificabile, senza tenere conto né della loro storia né della loro collocazione sociale. A questi ultimi i razzisti contrappongono un “noi” radicalmente diverso sempre per esser scaturito da una “natura” originaria del tutto differente e dotata di caratteri opposti, che potrebbero essere alterati e contaminati dal contatto con ciò che le è profondamente estraneo. 

Come si vede, ci troviamo in entrambi i casi dinanzi a una semplicistica logica binaria, ben descritta da Émile Durkhein, il quale, riflettendo sulla differenza tra religione e scienza, scrive in Le forme elementari della vita religiosa (Roma 1973: 245-246): “Caratteristica della... [religione] sembra un gusto naturale sia per le confusioni smodate che per i contrasti stridenti. Eccede volentieri nei due sensi. Quando accosta confonde, quando distingue oppone. Ignora misure e sfumature, ricerca gli estremi…”.

Se effettivamente l'essenzialismo acritico costituisce il nucleo centrale della religiosità, bisogna aggiungere, tuttavia, che esso si tinge di sfumature assai diverse a seconda della struttura su cui si viene ad articolare l'intera vita religiosa. Infatti, seguendo la classica tipologia utilizzata dagli studiosi, individuiamo religioni fondate sull'animismo, che riconduce tutto il reale ad un potere sovrannaturale pervadente, sul politeismo, sul dualismo e sul monoteismo. 

Dovrebbe essere a tutta prima evidente che sono soprattutto le religioni monoteistiche ad essere caratterizzate da un atteggiamento fortemente intollerante, giacché i loro fedeli e, in particolare, i loro sacerdoti non riconoscono - come avviene, invece, nei contesti animistici e politeistici [3]- l'esistenza di altre divinità oltre quella da loro venerata. Inoltre, tale esclusivismo viene accentuato da una serie di istituzioni che garantiscono solo ad alcuni (i vertici religiosi) la corretta interpretazione del messaggio divino e il diritto di comminare pene a coloro che, con la pratica e la teoria, da essa si discostano volontariamente o involontariamente. 

Si pensi, per esempio, al dogma dell'infallibilità papale, istituito nel 1870 dal Concilio Vaticano I, e all'istituto della scomunicazione, alla quale possiamo assimilare il Decreto Vaticano del 1949, emanato sotto il pontificato di Pio XII, in cui si diceva che i cristiani aderenti alle filosofie materialistiche e anticristiane (i comunisti) erano passibili di scomunica. Sottolineo anche che l'essere infallibile del Papa, quando parla ex cathedra, deriverebbe da uno speciale carisma attribuito a Pietro e ai suoi successori dal Cristo. 

Tutte le religioni monoteistiche, che sul piano strutturale presentano la distinzione tra semplici credenti e clero, sono caratterizzate (sia pure in forme diverse e in certune loro correnti) da un atteggiamento intollerante, che sfocia nel fondamentalismo e/o integralismo. Si ricordi che l'espressione “fondamentalismo” sorge in ambiente protestante negli Stati Uniti, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, e si fonda sulla lettura letterale della Bibbia, nella quale sarebbero descritti avvenimenti realmente accaduti e che per i fondamentalisti non può essere sottoposta ad analisi critica e filologica, come pretendevano di fare i teologi liberali e modernisti. 

In definitiva, il fondamentalismo protestante, che ha plasmato in maniera profonda la cultura statunitense e il suo rapportarsi con il resto del mondo, mette l'accento su quegli elementi fondamentali contenuti nel testo sacro e su cui non si può in alcun modo discutere, anche se l'evoluzione del pensiero scientifico li ha messi da tempo in questione. Si pensi, per esempio, alla feroce opposizione contro il darwinismo e la teoria dell'evoluzione, ritenuti inaccettabili per il fatto che negano il grandioso evento della creazione, da cui sarebbe derivato l'intero universo con tutte le sue creature.

Se in origine il fondamentalismo è stato associato all'interpretazione letterale del testo sacro, esso oggi viene usato in senso più lato per indicare tutte quelle tendenze (religiose e non) [4] arroccate sulle proprie posizioni, indisponibili al dialogo e a praticare il sano esercizio dell'autocritica. 

Secondo alcuni studiosi (v. Hinglehart R., La società postmoderna. Mutamento, ideologie e valori in 43 paesi, Roma 19968, p. 61) tali posizioni sorgono in quei contesti, interni o esterni alla società occidentale, in cui l'avanzamento della post-modernità mette a rischio la stessa sopravvivenza di alcuni gruppi come entità sociali e culturali, determinandone la discesa nella scala sociale (per esempio, i piccoli imprenditori o il ceto medio che rischiano di essere proletarizzati) o le ampie masse del Terzo Mondo, che vedono addirittura peggiorare le loro condizioni di vita dalla mondializzazione. Entrambi i gruppi ritengono che il loro riscatto sarà possibile con un balzo all'indietro, il quale dovrebbe consistere nel ritorno alle condizioni preesistenti la mondializzazione, la quale ha fluidificato le barriere economiche, etniche e culturali precedenti che costituivano un argine di difesa contro tale processo omologante e dissolvente.

Abbiamo fatto un rapido riferimento all'integralismo cattolico, la cui manifestazione più cospicua ha sempre riguardato la pretesa dell'estensione dei precetti propri di questa forma religiosa all'intera società (si pensi ai noti e dibattuti casi del divorzio e dell'aborto in Italia), e al fondamentalismo protestante che, alleato negli Stati Uniti con i conservatori cattolici, ha portato alla presidenza del Paese uomini  che hanno sostenuto politiche anti-popolari e portato avanti la cosiddetta teoria del “destino manifesto”. Tale teoria, elaborata nella prima metà dell'Ottocento, attribuiva agli Stati Uniti, in virtù delle caratteristiche del loro popolo e delle loro istituzioni, il diritto-dovere, riconosciuto e attribuito dalla divinità, di espandersi e di esercitare l'egemonia sui paesi del mondo (in primis quelli dell'America), indirizzandone il loro sviluppo.

(segue)

 

Note

1. Dico “essenzialismo acritico” perché credo che un certo grado di essenzialimo sia indispensabile in ogni forma di attività teoretica e pratica, anche se tale impostazione, in quanto critica, non comporta mai il rifiuto di discutere ciò che è considerato di volta in volta essenziale. Il vantaggio di definire la religiosità come espressione dell'”essenzialismo acritico” sta nel fatto che ci permette di ricondurre alcune sue funzioni alla sua stessa struttura.

2. A mo' di esempio, possiamo menzionare le numerose evitazioni alimentari prescritte nel Levitico, il cui rispetto garantisce al fedele la conduzione di una vita pura in armonia con i voleri della divinità.

3. Ricordo che nella Roma antica era presente un tempio dedicato al dio ignoto. Il dualismo meriterebbe un discorso a parte che qui non posso sviluppare.

4. Si potrebbe far riferimento al fondamentalismo neo-liberale, cristallizzato nel cosiddetto “pensiero unico”.

 

26/02/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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