Sono o non sono Charlie?


Esiste il diritto di farsi questo genere di domande? Il fossato scavato sembra profondo e drammatico. Tra Nord e Sud, ma anche tra due France. In questi luoghi che vengono chiamati sottovoce banlieues, dove non si avventurano mai le nostre élite politiche e mediatiche, molti rifiutano un unanimismo giudicato falso ed anche ipocrita. Saremo capaci di trattare questo “shock tra le culture” non smettendo di pensare, ma provando a pensare il doppio?


Sono o non sono Charlie?


 

Essere o non essere? “Je suis Charlie”, proclama una folla immensa a Parigi. “Je ne suis pas Charlie”, rispondono numerose voci arabe, africane o latinoamericane. Alcuni sono arrabbiati contro Charlie; altri sono solidali ma chiedono perché si nega lo stesso slogan ad altre sofferenze come: “Je suis Gaza”. La prefazione del nuovo libro di Michel Collon.

di Michel Collon*

Esiste il diritto di farsi questo genere di domande? Il fossato scavato sembra profondo e drammatico. Tra Nord e Sud, ma anche tra due France. In questi luoghi che vengono chiamati sottovoce banlieues, dove non si avventurano mai le nostre élite politiche e mediatiche, molti rifiutano un unanimismo giudicato falso ed anche ipocrita. Saremo capaci di trattare questo “shock tra le culture” non smettendo di pensare, ma provando a pensare il doppio?

Non è questa l’impressione che dava il responsabile dei servizi politici su France 2 lanciando l’anatema davanti a milioni di francesi: “Quelli che non sono Charlie, bisogna segnalarli e rinchiuderli”. Ahi, la televisione si sostituisce alla polizia! Se tu non sei Charlie, vuol dire che sostieni gli attentati?

Questo atteggiamento ci ricorda lo spirito di George Bush dopo gli attentati delll’11 settembre: “O siete con noi o contro noi”. Si spera che questa signora della TV non mandi una convocazione al Vaticano dove un certo Francesco ha dichiarato: “Non si può provocare, insultare la fede altrui o deriderla. Se un grande amico parla male di mia madre, può aspettarsi un pugno, è normale”. Neanche il Papa è Charlie.

Anche la scuola rischia molto di diventare un posto di polizia, infatti la sua ministra Najat Vallaud Belkacem dice: “Ci sono state tantissime obiezioni da parte degli alunni. E noi abbiamo ascoltato tutti i ‘Sì sostengo Charlie ma...’, i ‘due pesi, due misure’, i ‘perché difendere la libertà di espressione qui e non in quell’altro posto?’. Queste domande sono insopportabili, soprattutto quando le si sentono a Scuola che è incaricata di trasmettere dei valori”.

“Troppe domande”? È questa la scuola? Una testa non deve ragionare, nessun giovane può interrogarsi, nessun professore può imparare a riflettere e dibattere?

Invece di escludere e demonizzare, non bisognerebbe chiedersi piuttosto se i media non hanno contribuito anche loro a scavare questo fossato e questa frustrazione di una gran parte della nostra gioventù? Perché due parti della popolazione francese si informano in modo completamente differente, non credono più alla stessa versione degli avvenimenti e non si parlano più?

Riflettere? Per alcuni, è tutto già stato pensato. I fratelli Kouachi e Coulibaly sono semplicemente dei mostri, non sono umani, costituiscono una sorta di corpo estraneo che non ha nulla a che vedere con la società francese. E la soluzione sarebbe anche semplice: più soldati nelle strade, più spionaggio dei cittadini ed il famoso “Siamo in guerra” del primo ministro Valls. La Francia in guerra? Questo serve a ignorare il problema. Se si facesse piuttosto un esame di coscienza? I tre assassini erano francesi, sono cresciuti in Francia, hanno frequentato dei francesi e hanno seguito i corsi dell’educazione nazionale francese. Allora come si fa visto che tanti nostri giovani si identificano nell’ISIS piuttosto che nella Francia?

Se si vuole mettere fine a questo terrorismo detestabile, si devono ricercare le sue cause. Le inchieste sui percorsi di questi “eurojihadisti” convergono: la causa comune è la disperazione. Molto sul piano sociale: nessun lavoro, nessun avvenire, dunque la droga, poi la prigione ed infine il reclutamento da parte di gruppi molto organizzati che approfittano metodicamente delle debolezze dei loro “obiettivi” per reclutarli, inquadrarli e drogarli di nuovo ma stavolta spiritualmente. La delinquenza non la si scusa, ma ha delle cause.

Anche sul piano dell’informazione, la disperazione: così come uno dei fratelli Kouachi e come Amedy Coulibaly, nelle loro interviste telefoniche a BFMTV alcune ore prima di essere uccisi, tutti i giovani jihadisti interrogati dicono che la loro rivolta è scaturita dalle immagini di Guantanamo, dalle torture di Abou Ghraib, dalle armi chimiche degli USA scaricate sulla popolazione di Fallujah in Iraq o dalle immagini dei piccoli bambini di Gaza massacrati da Israele col sostegno vergognoso della “Francia ufficiale”.

Questa via terroristica, l’hanno scelta in piena libertà o vi sono stati spinti? Da chi e come? La Francia inonda di armi migliaia di islamisti in Siria e si stupisce di ritrovarne alcune sul proprio territorio? Israele riceve cinque miliardi di dollari all’anno per costruire un Muro e massacrare a Gaza e ci si stupisce che i giovani covino la rabbia?

È su questo che è importante riflettere e discutere. Sulle cause. Dopo questo crimine barbaro ed il contesto psicologico che lo ha seguito, un’analisi serena delle cause non è facile. Ma è urgente. Non credo che Charb, che disegnava per i palestinesi, avrebbe apprezzato nel vedere Netanyahau venire a manifestare al fianco di François Hollande per la “libertà di espressione”. Non credo che Wolinski  che difendeva Cuba contro gli Stati Uniti avrebbe apprezzato di vedersi “arruolato” dalla Nato e dall’estrema destra.

Questi avvenimenti non erano completamente prevedibili, e quindi annunciati? Nel giugno 2013, ho organizzato a Bruxelles un grande dibattito: “Giovani che partono in Siria, che cosa possiamo fare?”. Avevo da subito invitato i quattro grandi partiti politici belgi. Per settimane ho insistito: “L’eurojihadismo avrà delle ripercussioni qui in Europa, bisogna fare qualcosa e proporre ai giovani un vero dibattito democratico sul Medio Oriente e l’informazione”. Solo Philippe Moureaux (Partito Socialista) aveva accettato. Tutti gli altri (CDH, MR, Ecolo) erano assenti. Perché?

Il numero di eurojihadisti è raddoppiato tra il gennaio 2014 ed il gennaio 2015! La Francia contava già 1.200 jihadisti partiti dal suo suolo nel 2014 contro i 412 partiti nel 2013. In Belgio: + il 64%. La Svizzera ne conterebbe ancora di più. Si è contenti del bilancio delle politiche fin qui seguite? Continueremo a fare le stesse cose o è tempo di fare diversamente?

Se vogliamo comprendere e prevenire, bisogna dibattere. Senza esclusioni. E innanzitutto sul modo in cui siamo informati. O disinformati? Se vogliamo impedire che ci si trascini verso nuove guerre che porterebbero necessariamente nuovi attentati, non serve meno, ma maggiore democrazia. Bisogna chiedersi quante volte ci hanno tirato il bidone dello scoop delle “armi di distruzione di massa” senza che noi l’abbiamo notato. Una democrazia che non pensa e che non si interroga sulla propria informazione non è più una democrazia. E sarà sempre preda del primo populista che farà surf sull’onda delle paure. Per la disgrazia nostra e di tutti.

Questo piccolo libro, redatto velocemente e necessariamente incompleto, vuole aprire il dibattito. Portando informazioni e punti di vista che sono stati messi da parte. Per comprendere il mondo, talvolta è necessario cambiare gli occhiali. L’intellettuale parigino ha ragione a rivoltarsi contro la carneficina alla redazione di Charlie, ma dovrà avere lo stesso interesse a mettersi al posto del torturato di Abou Ghraib o di Guantanamo, del bombardato di Gaza, dell’affamato del Mali. Solo così possiamo rispondere tutti insieme a questa domanda: “Sono o non sono Charlie?”. (file:///C:\Users\73002242\Desktop\cf\numero\articoli-20\Débat%20ouvert%20sur%20la%20page%20facebook%20d’Investig’Action%20–%20Michel%20Collon)

 

*Traduzione a cura della redazione. Fonte: Investig’Action 

Il libro è acquistabile alla pagina: http://www.michelcollon.info/boutique/fr

 

 

04/04/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Michel Collon

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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