Sopravvivere a Marte (e al Capitalismo)

Recensione del film “Sopravissuto – The Martian” di Ridley Scott.


Sopravvivere a Marte (e al Capitalismo)

“Sopravissuto – The Martian” di Ridley Scott è un buon film di fantascienza che si presta a una doppia lettura: c'è l'eterno eroe americano che si fà da solo, ma c'è anche l'evocazione di una umanità generosa che, emancipata dalla scienza, si mette a disposizione di un bene più grande. La grande vena narrativa del regista britannico si accompagna, come al solito, alla grande cura delle immagini e ad un’ ottima prova interpretativa di Matt Damon, Jessica Chastain e Chiwetel Ejiofor.

di Stefano Paterna

Un film diretto da Ridley Scott e che si presta perfino a una doppia lettura merita un po' di attenzione.

Il regista è di quelli con le spalle belle larghe; quelli a cui piacciono le grandi storie, si potrebbe dire l'epica del racconto; quelli che amano curarle (le storie) con immagini perfette, grandi scenari adatti ad un cinema spettacolare ma di qualità. E gli ingredienti che hanno già fatto la fortuna di cult movie come “I duellanti”, “Blade Runner”, “Alien”, “Thelma & Louise” li si ritrova anche in “Sopravissuto – The Martian” tratto dal libro “L’uomo di Marte” di Andy Weir: non in una misura tale da farlo definire un altro capolavoro come quelli appena citati, tuttavia in quantità sufficiente per rendere “leggibile” la firma dell'autore.Non poco, se si pensa che il famoso “Il gladiatore” dello stesso autore può contare sui 15 minuti iniziali di vero grande cinema (la battaglia dei legionari romani contro le tribù germaniche nel 180 d.C.) per poi degenerare velocemente in un grottesco action movie di quart'ordine pieno di incongruenze storiche, buono per spettatori appena usciti da qualche sala per slot-machines a Las Vegas.

In “Sopravissuto”, al contrario, la storia drammatica di un astronauta statunitense, abbandonato dai suoi compagni perché creduto morto in un tempesta su Marte, è pervasa da un forte senso dell' ironia - o meglio, dell'autoironia - del protagonista. Un tipo (Matt Damon lo interpreta perfettamente) che non si dà per morto e, pur non concedendosi realisticamente moltissime chanche di riuscire a riportare a casa la pelle, si attrezza al miracolo, dando fondo a tutte le sue conoscenze scientifiche.

In questo elemento, nell'ottimismo scientifico, c'è tutto il succo del film. Il protagonista non ha proprio nulla di supereroico, se non il fatto di essere il prodotto di una civiltà tecnologicamente avanzata che lo ha reso in qualche modo ed in qualche misura in grado di disporre degli elementi naturali, anche su un pianeta ostile in cui le temperature variano dai -140 ai + 20 gradi e i venti soffiano a 400 chilometri all'ora. Nell'anno di grazia 2015, dopo Hiroshima, dopo Chernobyl, dopo Fukushima, una ventata di sano positivismo, bisogna ammettere, fa da tonico rigeneratore e un po' seduce: l'umanità non è mai stata inerme dinanzi alla “leopardiana” natura matrigna, ma si rimbocca le maniche - della tuta spaziale in questo caso - e se la gioca.

Qui si apre la doppia lettura dell'ultima opera di Ridley Scott: da una parte c'è in evidenza l'ennesima riedizione del sogno e dell'eroe americano che si fà e si salva da sé nel bel mezzo dei deserti di Marte. Questo individualismo perenne, che contrassegna gli Stati Uniti dalla fondazione ad oggi (falso per molti aspetti e vero per altri come tutti i miti fondativi), è presente ma non esaurisce il significato di “Sopravissuto”. No, perché poi, invece, ci sono l'altruismo dei suoi compagni di bordo (ottime le interpretazioni di tutto il cast, dove spiccano Jessica Chastain e Chiwetel Ejiofor) che pure mettono a rischio le loro vite per tentare il recupero. E addirittura c'è la generosità di un'organizzazione come la Nasa molto “ingenuamente” tratteggiata come una ipertecnologica congrega di boy-scout e perfino quella di una nazione ostile per antonomasia: la Cina “comunista”, che si mette a disposizione per una disperata impresa di salvataggio.

Ora, al netto, della retorica Usa e della necessità ineluttabile delle sponsorizzazioni, si intravede la vena poetica del grande regista, del robusto narratore; si intravede la fede nella generosità della nostra specie, in quel qualcosa di caldo e vivo che ci accade almeno una volta nella vita: quando a costo di rischiare qualcosa di noi, qualcosa di nostro, ci mettiamo a disposizione di un altro, di una causa più grande...così, gratuitamente, in qualche caso, istintivamente. Scott questa cosa grande, nobile, la intuisce e la descrive e forse, suo malgrado, ci apre una finestra sul futuro: su un domani in cui tutti, non più sottoposti al dominio bronzeo della concorrenza, della lotta fratricida per il solito pezzo di pane, saremo sempre disponibili all'abbraccio della cooperazione, del lavoro e della ricerca in comune. Chiusa la preistoria, si aprirà la vera autentica storia delle donne e degli uomini, diceva il “Moro” di Treviri. Per questo non si può non essere grati al grande narratore Scott e non ci si può esimere dal fare un salto al cinema per questo pregevole film.

P.S. In un anno di programmazione questo è il terzo film sullo spazio: “Interstellar” di Christopher Nolan e “Gravity” di Alfonso Cuaron. Trattasi del rilancio di un filone?

24/10/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Stefano Paterna

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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