Stud pensa nell’angolo (prima parte)

Il suono della campanella decreta la fine di un round e l’inizio dei ricordi di Stud, pugile di 41 anni. La voce del padre operaio lo richiama all’importanza dell’istruzione, l’unico mezzo attraverso il quale si può sperare in qualcosa di più che una vita di stenti. Scorre il tempo che si fa storia, nella patria della libertà ineguale, con i suoi miti, il suo vangelo del dominio, che ingabbia l’uomo e le sue potenzialità, ingaggiando una lotta ben diversa da quella del ring.


Stud pensa nell’angolo (prima parte)

Round 3

Mentre la goccia di sangue gli annebbiava la vista, Stud pensava a come era possibile che non ricordasse più il numero di rate da pagare alla banca. Figuriamoci. Sapeva bene che i colpi di uno forte – e quel ragazzo lo era – ti possono togliere la capacità di ricordare anche il nome di tua madre.

Cecily!

I lampi elettrici dei neuroni illuminarono improvvisi la sua testa.

Cecily era il nome di mia madre, quindi non sono conciato così male - pensò.

Ma il numero delle rate? L’ho ripetuto nello spogliatoio.

Poi, prima, nel faccia a faccia. Mi sa che la mia imperturbabilità lo ha impressionato questo giovanotto. Ma io mentre lo vedevo da dieci centimetri di distanza e respiravo il suo alito, non volevo fare il duro. Penso che quel momento lo abbiano caricato troppo. Stronzate di chi guarda. Alla fine contano i colpi. E se quello che te li dà non è riuscito a tenere fermo il suo sguardo su di te per più di tre secondi, i suoi colpi, se sono forti, non ti fanno meno male.

Cecily, già. E Howard.

E furono loro a darmi il nome così strano che porto. Strano inteso come particolare. Non stiamo a sottilizzare. Perché è vero mi chiamo Stud, diminutivo di Student, ma a scuola ci sono andato fin quando ho resistito, per non dare troppo dolore al vecchio, e non è che mi impegnassi…, no aspetta, come dicevano le insegnanti a mia madre, ah sì, non è che mi applicassi più di tanto.

Si ricomincia. Dai Tom dammi una mano ad alzarmi oltre a togliere questo pulcioso sgabello.

Round 5

Non prende fiato lui? È giovane, certo. Ma dopo quella scarica non sentiva i polmoni vuoti? Non gli sembrava di esser su Marte? Però, però, però, questo vecchio braccio l’ho visto saettare sul bel musetto del ragazzo. Si deve essere incazzato di brutto. Fai piano Tom, piano e butta un po’ d’acqua nel fuoco che ho al posto della bocca. Ecco bravo. E fammi riprendere. Dove ero arrivato? Ah già, il vecchio e la sua ossessione per lo studio.

Il vecchio faceva un lavoro di merda. Una fabbrica. Ma non di quelle grandi, dove ti spremevano bene, ma un po’ ti rimaneva per arrivare quasi come un essere umano a casa.

No, la sua era una fabbrica piccola che lavorava per una fabbrica media che produceva per una fabbrica grande. Ed era come se il peso dei vari livelli si cumulasse, prima di far scricchiolare le spalle degli operai che lavoravano per l’azienda più piccola.

Quando arrivava l’ora di tornare a casa, molti degli amici del vecchio non volevano altro che trovare già pronto qualcosa da mettere sotto i denti e stravaccarsi sul divano a farsi cantare la ninna nanna dalle scemenze della tv.

Ma il vecchio doveva averci tanto rancore dentro. O forse era un fatto di famiglia.

Fatto sta che con due occhi quasi chiusi e le labbra penzolanti spostava la sua carcassa fino allo scrittoio e mi chiedeva, quasi usando sempre le stesse parole, se avessi fatto tutti i compiti.

Ora io non so neanche se quel vecchio matto avesse almeno completato i primi anni di scuola. Leggere lo sapeva fare, perché solo a volte, con la scusa che i caratteri erano troppo piccoli, mi chiedeva di dirgli cosa c’era scritto su uno dei volantini del sindacato, che in genere si sciroppava lui da solo fino all’ultima parola, mettendoci una vita e bestemmiando quando c’erano parole difficili.

I conti, beh, chiunque avesse dovuto far campare una famiglia con il salario che gli davano a settimana, i conti doveva per forza di cose saperli fare molto bene.

Quale che fosse la sua istruzione, lui il dito ce lo metteva sulle pagine del quaderno. E lo seguiva con quegli occhi stanchi fino all’ultimo rigo, un po’ come faceva con i volantini. Con la differenza che non imprecava mai alla fine, se non capiva qualcosa. In quel momento sembrava che toccasse qualcosa di sacro. Non il libro come oggetto concreto, ma l’astratta conoscenza o roba del genere. E non avrebbe mai imbrattato quel momento, con qualche parola sudicia.

Ed io che di anni a scuola ne ho passati almeno sette o otto più di lui, adesso non ricordo quante rate devo pagare ancora alla stramaledetta banca. Ma non era questo quello che volevo dire.

Ah già, parlavo del vecchio e della sua mania per lo studio.

Hai visto il figlio di George? - diceva a mia madre, ma in modo tale che sentissi pure io, visto che il buco in cui abitavamo ci faceva stare tutti lì accalcati.

Due anni fa è andato via dal paese. “Niente più libri che mi insegnano cosa è successo in quella guerra europea o i nomi degli ossicini del piede” -, te lo ricordi cosa ci raccontò il povero George disperato? Eh? Te lo ricordi Cecily? - E mia madre faceva dondolare la testa in avanti senza parlare.

Ecco – e qui ricordo che sputò nel lavello e mia madre, Cecily, lo fulminò con lo sguardo.

Ecco, adesso scrive al povero George che ha bisogno di un vaglia perché non sa più a chi chiedere soldi. Che mangia un giorno sì ed un altro no, perché le suore non sempre ce l’hanno per tutti. E chiede perdono, ha capito che ha sbagliato.

E dovette farsi forza il vecchio, perché stava per sputare nuovamente nel lavello. Ma non lo fece. Era soddisfatto che quella storia fosse stata sentita da me e dai miei fratelli più piccoli. Ma soprattutto da me. Il suo primogenito. Che lui aveva chiamato Student, mentre mia madre ancora dolorante per il parto gli diceva: ma che razza di nome è? Verrà preso in giro di brutto. Ma lui era andato cocciuto avanti anche quando quella bizzoca dell’impiegata comunale gli aveva detto che nessun santo aveva portato quel nome, e lui gli aveva risposto con un brutto grugno - che aveva anche bevuto un po’ per festeggiare - che si facesse gli affaracci suoi.

Vai Tom che sto peggio di prima. Ti sei fatto vecchio pure tu, Tom.

Continua sul prossimo numero.

05/08/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Sergio Cimino

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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