Stud pensa nell’angolo (quarta parte)

Il suono della campanella decreta la fine di un round e l’inizio dei ricordi di Stud, pugile di 41 anni. La voce del padre operaio lo richiama all’importanza dell’istruzione, l’unico mezzo attraverso il quale si può sperare in qualcosa di più che una vita di stenti. Scorre il tempo che si fa storia, nella patria della libertà ineguale, con i suoi miti, il suo vangelo del dominio, che ingabbia l’uomo e le sue potenzialità, ingaggiando una lotta ben diversa da quella del ring.


Stud pensa nell’angolo (quarta parte)

Segue dalla terza parte.

Round 15

Smetto.

Le rate si fottano. Mangeremo pane e olio. Farò quello stupido programma di vecchie glorie rimbambite. Ma un altro incontro così e, caro Tom, ci lascio le penne.

Questo pischello l’ho tenuto a distanza, l’ho abbracciato. Tutti i trucchi di una vita per arrivare all’ultimo gong. Ma lui ci ha dato dentro di brutto.

Smetto. Dopo l’ultimo gong. Se arrivo a sentirlo.

I colpi rimbombano ancora nella mia testa. E quel che è peggio, hanno fatto scomparire tutti quelli che c’erano fino a poco fa.

Ehi vecchio, dove sei? Poggia ancora il tuo dito malfermo sulle strisce di inchiostro che parallele, in buon ordine, arrivano come soldatini in parata fino all’ultimo lembo della pagina.

Cecily dov’è il tuo silenzio che parla? La tua mano piccola e fredda nell’incavo duro del mio braccio allenato, mentre accompagniamo la cassa del vecchio al cimitero.

I colpi mi hanno reso solo?

Ma alla quindicesima ci si sente sempre soli.

Si cerca una voce interna che stenta a farsi sentire. Vorresti sapere se tutto è andato bene ed è inutile rischiare, perché la vittoria ai punti è sicura. Oppure invece, se è il caso di tentare il tutto per tutto.

Ma quelle certezze quasi mai arrivano, alla quindicesima.

Tutto può succedere. Quanti ne ho visti risorgere neanche fossero Lazzaro.

Sei solo, alla quindicesima. Lontano anche da te stesso, da quello che hai fatto nel match. Ma anche da quello che hai fatto in tutti i minuti passati sul ring, in palestra o su e giù nella vita. In qualche modo tutto rinasce: hai tre minuti a disposizione per dimostrare di essere un grande, un pavido, un pazzo.

Quei tre minuti sono la tua vita. E se stai vincendo ai punti potresti sempre finire con il culo per terra.

Mentre se ti senti ormai sconfitto, dal petto può ancora venirti la scintilla che infiamma un diretto che ti farà sollevare in cielo da braccia festanti, mentre cerchi di aprire gli occhi ormai chiusi dal gonfiore, per dirti: è tutto vero –, per poi puntualmente non crederci fino al giorno dopo, quando leggi il giornale.

Tre minuti in cui indossi una pelle nuova anche se piena di ammaccature, di tagli, di lividi.

Ecco, ora una voce la sento. La voce di J.J., a cui tanti di quelli che hanno danzato sul ring si sono ispirati.

Lui, il quindicesimo, lo chiamava l’assoluzione, quando vi era il pubblico delle grandi occasioni ad ascoltarlo. Sei pulito come dopo che il prete ti ha sgravato dalle tue colpe con la confessione. Sei pronto a ricominciare.

Quando invece era con pochi intimi di cui si fidava ciecamente, J.J, che aveva fama di rosso, usava un'altra parola. Quegli ultimi minuti erano una grande livellatrice. All’ultima campanella – diceva – non ha importanza chi sei. Quanti anni hai. Un allungo maggiore. Il miglior allenatore sulla piazza. Tutte cose che contano. Ma che la grande livellatrice può spazzare via nel breve fulmineo attimo di un ko. Puoi contare solo su quello che hai dentro.

Ancora lo ripeteva quel suo comizio, quando lo andai trovare alla casa di cura per anziani indigenti.

Due denti gli restavano e con quelli e le gengive, buttava giù crema di formaggio, omogeneizzati, budini.

Darei indietro un buon anno di scopate con Consuelo per poter mangiare un cosciotto di tacchino. E pensare che da ragazzo invece sarei rimasto digiuno per una settimana solo per sentire l’odore delle fighette che passavano dinanzi la palestra e il nostro allenatore giù ceffoni e gridarci che eravamo dei coglioni se ci facevamo accalappiare da quelle troiette che in men che non si dica rimangono incinte e noi poi dobbiamo andare a casa del futuro suocero che se ci va bene è un portoricano di mentalità aperta che si accontenta di tagliarci le palle se non la portiamo all’altare come Dio comanda la sua bambina che però mentre lo facevamo sembrava tutto fuorché una bambina ma questo non glielo puoi dire a quell’uomo in canottiera ché altrimenti quelle palle te le fa anche mangiare e poi ti fa marcire sul fondo del canale di scolo con un pietra al piede.

E questo lo diceva tutto d’un fiato il buon J.J., nonostante l’enfisema figlio del suo mezzo milione di sigarette – ma il grosso l’ho fumato quando mi sono ritirato dal ring – ci teneva a puntualizzare.

Ci lasciamo troppo impressionare dal tempo, Stud – riprendeva dopo cinque minuti di tosse mentre i suoi vicini che giocavano a ramino lo maledicevano e gli gridavano – fottuto testa di cazzo – e lui rideva – mezza sega rincoglionita dai colpi ricevuti – e lui sorrideva, ma gli occhi erano già di pietra – rosso di merda – e qui si faceva serio e te lo ritrovavi irto vicino al tavolo sgangherato dove urtava con il piede facendo cadere i miseri centesimi delle giocate e avevi giusto il tempo di fermargli quel pugno ancora nodoso che prendeva la rincorsa mentre l’altra mano teneva per il colletto il malcapitato di turno che per l’emozione sputava la dentiera come un pugile il paradenti.

Attento! Non calpestarla! Cazzo è tutto quello che ho! Un regalo di mia nipote, Sunny…

Ah sì, e da quanti camionisti si è fatta sbattere per comprartela? Uno per ogni dente?

Poi dopo altri cinque minuti di tosse – questa è nervosa, mi fanno perdere la testa quei tizi – riprendeva il discorso non prima di aver chiesto dove era arrivato.

Al tempo. Parlavi del tempo.

Ah già. Il tempo. Sai, quando sono arrivato al mio momento migliore, ho avuto l’opportunità di conoscere qualche bel cervellone di quelli con tanto di titolo accademico e pipa anche nel cesso. Io gli domandavo di darmi una definizione del tempo. Quanti paroloni che usavano. Alcuni diventavano lividi se non mostravi di aver compreso bene. E così spesso ho stretto le mani pieno di gratitudine senza aver capito un’acca. Loro gonfiavano il petto dinanzi ai fotografi mostrando di essere riusciti a far arrivare il loro sapere ben oltre la cittadella della scienza, addirittura ad un pugile, simbolo della forza bruta, del corpo e delle sue leggi subordinate a quelle del pensiero. Erano orgogliosi come se avessero appena indossato la Cintura dopo quindici round combattuti come comanda Iddio. Uno di quei capoccioni però mi fece fremere l’intero ammasso di neuroni. Se non hai fretta ti racconto Stud.

Non ho fretta.

Ok.

E J.J mi raccontò di quel tipo, un intellettuale, tenuto però ai margini del Gotha, quasi sopportato come una pecora nera per il suo eccessivo trasporto per l'alcool. Ci si ubriacava quasi, con il suo alito, quando ti prendeva e accostava il suo viso all’orecchio, per sottolineare un punto delicato del discorso – le sue frequentazioni razziali e il suo: E tu, quando sposti il tuo culo nella giungla Lyndon? – detto al presidente Johnson durante la conferenza stampa in cui annunciava l’intensificazione dell’impegno militare in Vietnam, la sua necessità storica per difendere gli ideali di libertà e giustizia nell’intero globo terracqueo e tutto il solito rituale trito e ritrito che ci propinano quando c’è da prenderlo in quel posto.

Ora all’epoca quel tizio era davvero in ascesa e poiché faceva incassare le case editrici quanto venti dei professoroni inamidati, a nessuno interessava che lui già all’epoca alzasse il gomito ogni tanto e desse l’impressione di avere lo stesso vestito addosso da almeno due settimane. Poi le sue idee, beh di fronte ai dollari che arrivavano, i dirigenti delle case editrici avevano gioco facile nel dichiarare: Ehi siamo o non siamo nella più grande democrazia del mondo? Ciascuno avrà diritto di dire quello che pensa?

Poi ci fu la conferenza stampa presidenziale, e poiché i guai non vengono mai da soli, il tizio fu beccato con numerose bottiglie di liquore e senza pantaloni raffazzonati insieme ad una dolce fanciulla, con grosse tette e capelli come diavoli e molte altre cose in più della media eccetto gli anni, che sarebbero stati un po’ pochini, anche per un Paese meno bigotto del nostro. Ma puoi giurare su ciò che hai di più caro al mondo, che nulla sarebbe cambiato se il flusso di dollari fosse arrivato ancora copioso dando da lavorare ai contabili delle case editrici – aggiungeva infervorato J.J.

Purtroppo quel flusso subì una bella strozzatura, vai a capire se per l’invito a Lyndon B. Johnson, per la storia della pulzella o per l’etichetta di rosso, che gli affibbiavano con disprezzo i giornali reazionari o con tono da figliol prodigo quelli progressisti.

Non possiamo sostenere chi si fa portatore di idee antiliberali, che cozzano con la storia di questa casa editrice e ancor più con quella di questo Paese – e altre analoghe formule, furono le asettiche parole adoperate nei comunicati stampa, per scaricare lo scrittore scomodo ma non più redditizio.

Ma a lui questo non fece cambiare vita. Soldi ne aveva a sufficienza per tirare a campare fino a una vecchiaia inoltrata, alla quale probabilmente non sarebbe neanche arrivato, con tutto il whisky che gli scorreva nelle vene. Né tutto ciò influì sulla sua attività, al punto che per molti critici il suo periodo migliore dal punto di vista creativo, iniziò proprio da quel momento, come se la recisione di quell’ultimo vincolo lo avesse reso ancora più libero di esprimersi.

Continua sul prossimo numero.

26/08/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Sergio Cimino

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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