Stud pensa nell’angolo (terza parte)

Il suono della campanella decreta la fine di un round e l’inizio dei ricordi di Stud, pugile di 41 anni. La voce del padre operaio lo richiama all’importanza dell’istruzione, l’unico mezzo attraverso il quale si può sperare in qualcosa di più che una vita di stenti. Scorre il tempo che si fa storia, nella patria della libertà ineguale, con i suoi miti, il suo vangelo del dominio, che ingabbia l’uomo e le sue potenzialità, ingaggiando una lotta ben diversa da quella del ring.


Stud pensa nell’angolo (terza parte)
Segue dalla seconda parte

Round 10

Ora, sì Tom.

Aspetta Tom.

Sì l’acqua va bene Tom.

Ma ho bisogno d’aria.

Allargo il mio torace al massimo, ma non mi basta. Avrei bisogno di un polmone in più.

O di una bombola di ossigeno che soffia a tutta forza nella mia bocca che non sento – è forte il ragazzo – ma so solo che è un buco dove entra aria. Una bombola come quella che diedero in ospedale al vecchio. E tu mi guardasti per un secondo con occhi nuovi papà. Non erano più quelli assorti a contemplare la sacralità della conoscenza contenuta nei miei libri di scuola. O quelli che dissimulavano la stanchezza di una giornata di lavoro. Erano gli occhi di un bambino. Un bambino che si è perso al supermercato tra scaffali enormi che gli tolgono la visuale e gambe che creano una foresta in movimento. E la sua voce che urla papà, mamma, è murata dal frastuono di un vociare indistinto, che parla di prezzi e quantità. Il male del secolo – il dottore sussurra con una mano sulla spalla a Cecily che lo guarda col timore che incutono quei camici bianchi, e magari se fosse a casa gli offrirebbe le sue migliori frittelle nel vassoio buono, quello che si usa quando nasce o muore qualcuno. Ascolta Cecily, non una gran parlatrice, ma con una capacità d’ascolto affinata da una vita di silenziose meditazioni. E capisce molto meno di quello che il dottore spiega ma molto più di quello che il suo cuore è disposto ad accettare. E questo di più si condensa in una lacrima. Poi in due. Poi in un rigagnolo. Poi in un ruscello copioso che stacca il suo corso alla base del viso.

Capisce Cecily. La parola male. Secolo la elimina. Sa cosa significa: cento anni. Ma anche il tempo in cui vive. Non ha nessun amore per quel tempo. Quel secolo non ha solo quel male. Ha il male di aver visto suo marito consumarsi ad ogni uscita ed ogni entrata dalla porta di casa. Ha il male del piccolo Ben, che non è arrivato a lasciare neanche qualche parola impressa in quella casa, nei suoni che Cecily crede vengano conservati dalle mura di una casa – e il prete con il quale una volta ha voluto dire qualche parola in più della confessione, le ha risposto che quelle erano credenze da lasciar stare, roba da streghe non degne di nostro Signore, e lei si era segnata, ed aveva detto un Ave Maria in più, ma dentro di lei aveva continuato a sentire che doveva essere così. Che una casa guarda tutti quelli che vi abitano. E conosce tutti meglio di chiunque, perché può osservare una persona anche quando è da sola. Ma del suo piccolo Ben, la loro casa, che aveva impresso così poche parole della silenziosa Cecily, non poteva avere sentore alcuno, se non di suoni inarticolati che il piccolino aveva pronunciato con molta dolcezza prima che un altro male – quella volta non dissero del secolo, ricordava Cecily – se lo era portato via. E il suo udito, la sua attenzione, tipica di chi è abituato ad interferire così poco con la proprio voce, aveva sentito chi diceva – magari con un alimentazione diversa, più ricca, con cure immediate, forse con il prof. Emerito. E a lei era venuta voglia di intervenire, ma solo voglia, che poi era prevalsa la sua naturale silenziosità, quando aveva sentito parlare di cibo, che le altre cose, le cure del prof. Emerito, le reputava semplicemente sciocchezze da ricchi che non sanno nulla di come vivono i cristiani che lavorano. Che volevano insinuare? Lei i suoi cuccioli li faceva mangiare bene. Arrivava a mercati lontani dove il passaparola diceva che si potevano trovare le patate ad un prezzo conveniente. Faceva una coda di centinaia di sue compagne di sventura con i visi assonnati, i panieri grossi che rimanevano sempre più vuoti di quanto si desiderava, per poter portare a casa quella carne a prezzo di svendita del beccaio che stava per chiudere e doveva sbarazzarsi dei quarti che sarebbero andati a male. Sul mangiare Cecily provava orgoglio e poco le importava che il prete le diceva che essere orgogliosi era peccato. Era orgogliosa di saper mettere sempre un piatto a tavola degno di quel nome. Si considerava, nella sua fantasia, quasi una maga, che dal quasi nulla dei pochi soldi che poteva spendere riusciva a colorare quella tavola di rosso, verde, a volta argento. E adesso avrebbe voluto dire a chi parlava così della sua magia, che il piccolo Ben se ne era andato per uno dei tanti mali di quel secolo, forse quello principale. Quella miseria di molti che permetteva il luccichio del superfluo dei pochi. Quella miseria che si era portata via la figlia di Charlie anche se poi la sua fine era stata registrata con un suo nome, dai dottori, altri, non quelli del piccolo Ben o di suo marito. Quella miseria che aveva vinto in tante case che lei conosceva, accomunate dalla stessa radice che poi prendeva le forme più svariate: gli occhi spenti dall'alcool per dimenticarla, una coltellata in una zuffa senza sapore, un cappio comprato con gli ultimi spiccioli ed una lettera d'addio con tanti errori.

Ma tutto questo in Cecily mantiene la voce monocorde del suo pensiero. E tranne qualche ho capito sussurrato al dottore, poco altro uscì dalla sua bocca fino a quando ci fu da dare le generalità di Howard al tipo smilzo delle pompe funebri. Che le chiese poi se voleva che facessero la barba al caro estinto – e lei non capì subito che si parlava di Howard – per un piccolo extra. E lei che non aveva con sé altro denaro contante, vide Josh, il penultimo dei suoi figli, arrivare con le monete di piccolo taglio risparmiate dal nulla ricevuto dalla sua vita di undicenne, che stendeva le mani con i palmi aperti verso quel tipo delle pompe funebri che avrebbero dovuto far mangiare un po' di più, e schiarendosi la voce dire che il suo papà la domenica si faceva sempre la barba, e che quel giorno era domenica, e che quindi si prendesse da quelle monete quello che serviva per rendere la sua pelle liscia come quella di tutte le altre domeniche, per favore. E Cecily che si era mantenuta con il pianto, non riuscì più a farlo, e pensò anche che era insensato trattenersi.

E i suoi figli si chiusero su di lei come petali gelosi della propria corolla.

Round 12

Quando vennero a portarsi via il vecchio, sotto casa vedemmo la sagoma alta e spigolosa del signor Reynolds, proprietario della Airtech co. ltd maggior committente della Flight spare parts inc. rappresentata dal signor Ruthford e consorte, a sua volta unico acquirente della Parker and Sons presente con il titolare e il suo vestito raffazzonato, brutta copia degli altri.

Il signor Reynolds con un gesto imperioso aveva già bloccato sia il malconcio signor Parker che il più elegante signor Ruthford.

Aveva offerto il suo braccio, quello destro, a mia madre. A Cecily. Il braccio che muoveva la mano che firmava gli accordi che dettavano legge, arrivando a cascata fino alla tasca dell'ultimo garzone della più piccola ditta del circondario.

Il destro, quello che andava avanti e indietro per salutare il Sindaco, il Senatore, il Governatore, quando si inaugurava il nuovo stabilimento, altro presidio di civiltà, lavoro e prosperità di questa nostra amata terra, fatta di frontiere che vengono abbattute e superate, in un incessante miglioramento, di cui godono tutti. Tutti.

E il suo discorso si concludeva sempre con questa ripetizione della parola tutti.

La prima volta si ascoltava solamente, noi delle famiglie delle maestranze, democraticamente convocate ad assistere.

Mentre alla seconda ci si iniziava a scrutare. Prima il vicino. Poi un angolo più ampio, che inghiottiva le facce stanche degli uomini, la preoccupazione nel viso delle donne di essere riuscite a far indossare qualcosa di decente per l'occasione a ciascun membro della famiglia, ringraziando senza ironia il buon Dio, di non aver avuto l'incombenza di dover scegliere, essendo per tutti l'unico capo di abbigliamento da tirar fuori nelle giornate legate alla vita e alla morte. Un guardarsi reciproco, sbigottito, quasi a chiedere conferma che in quel tutti, ripetuto due volte, fossero inclusi anche loro.

Il loro adocchiarsi non incontrava di certo la prosperità di cui aveva parlato il signor Reynolds e quanto alla civiltà, si reputavano troppo ignoranti per farsene un'idea.

Dove invece si sentivano ferrati era la terza parola pronunciata dal signor Reynolds: lavoro.

Non capivano perché il signor Reynolds l'avesse associata alle altre. Due cose più lontane di prosperità e lavoro non riuscivano proprio a trovarle. Tutti i presenti, più o meno, lavoravano da quando la loro carne era da poco uscita dall'infanzia e nessuno di loro si era arricchito. Qualcuno era riuscito, facendo straordinari e lavorando più di un somaro, a comprarsi un divano grande e decente dove far accomodare tutta la famiglia o quasi. Un numero ancor più ristretto era riuscito pure ad acquistare un paio di poltroncine dove far sedere i familiari in soprannumero, rispetto alla capacità del divano. I più ostinati, con lunghi pagamenti a rate che probabilmente sarebbero durati più di chi li aveva sottoscritti, erano anche riusciti a sfoggiare un certo modello di automobile su cui ogni tanto far montare l'intera famiglia, per andare al posto tal dei tali per un pic nic.

Ma se questa era prosperità forse non ci sarebbe stato bisogno di scomodare il signor Governatore.

Quanto alla civiltà, beh, anche se i loro ricordi della scuola erano pochi e sbiaditi, ricordavano maestri che gonfiavano il petto quando parlavano delle piramidi e aggiungevano civiltà egizia.

Ora, come detto, non entravano nel merito, che il signor Reynolds di libri ne aveva letti di sicuro più lui di tutti i presenti messi insieme, ma non sembrava loro che si potesse accompagnare lo squallore dei loro suburbi, delle scuole, degli ospedali, con la stessa espressione delle piramidi, pronunciando: civiltà americana.

Ora, quindi, quando il signor Reynolds offrì il suo braccio a Cecily, come fosse una barra di metallo, forse dentro di me c'era un po' di confusione. Ed ero intontito per la morte del vecchio, come se avessi subito un ko definitivo. Ma in quello spaesamento ricordavo quando il vecchio aveva bisogno di quattrini e si era dovuto sorbire tutta la trafila della catena del comando, fino ad arrivare al direttore del personale della Airtech co. ltd., dopo avere incassato i no degli omologhi delle scatole cinesi più piccole.

Ricordavo il vecchio tornare frastornato e senza dirci subito del rifiuto del prestito, andare trafelato dove si ammucchiavano i nostri libri di scuola, estrarre da essi il dizionario e cercare parole come liquidità e congiuntura.

Ricordavo che quei quattrini il vecchio li aveva poi trovati a suo modo, risparmiando sull’estrazione di un molare infetto e puzzolente dal signor Wilson, dentista abusivo del quartiere, e pignorando il vestito del matrimonio.

Ricordavo gli scioperi per un aumento del salario che era rimasto lo stesso negli ultimi sei anni. Il direttore generale che parlava di “tasso di inflazione basso, che quindi non giustificava irrealistiche richieste, che avrebbero potuto innescare spirali destabilizzanti per l’economia e dunque per noi tutti” – e il vecchio doveva segnarsele su un foglio le parole da cercare nel dizionario, tante ne erano per lui quelle oscure. Gli era chiaro solo che la parola “tutti” era usata nello stesso senso del signor Reynolds.

Questi ricordi si erano fatto spazio a spallate proprio in quel momento. Fu questione di pochi attimi. Il mio corpo si frappose tra quello del signor Reynolds e Cecily. Quello fu il mio miglior faccia a faccia, forse l'unico in cui ho creduto realmente.

Lo sceriffo era lì vicino e fu un giro di sguardi più veloce di un diretto. Dallo sceriffo al signor Reynolds. Dal signor Reynolds allo sceriffo.

Per qualche secondo avrebbe potuto succedere qualsiasi cosa. Poi il signor Reynolds mi strinse la mano, disse in rapida successione quasi come se fossero un’unica parola, condoglianze e congratulazioni e aggiunse – tuo padre sarebbe fiero di te per l'ultimo incontro - mentre io pensavo, non lo conoscevi da vivo e non lo conosci da morto.

Fiero. Due uomini in mutande che si picchiano è una cosa che non lo renderebbe fiero anche se uno di quei due fosse suo figlio, il cui braccio stanco alla fine dell’incontro, viene alzato da arbitri corpulenti nella loro camicia azzurrina. Persino se i suoi incontri ora vengono riportati dal più importante quotidiano dello Stato – che lei conosce bene perché ne è il maggior azionista.

Un articolo su due uomini in mutande che si picchiano - ecco cosa direbbe il vecchio di quanto ha scritto quel giornalista, e forse aggiungerebbe - quanta istruzione gettata al vento.

Round 13

Oh Tom, che brutta faccia devo avere se anche la tua espressione muta non fa che dire parole di tristezza e sgomento.

Come faccio ancora a riuscire a pensare in quest'angolo chiuso da corde?

Una diagonale intrisa di sudore e a volte sangue a dividerci da chi non mollerà fino alla fine di inseguire l'altro, in un ballo più folle di quello d'amore, dove i corpi non riescono a restare lontani più di un break e come tirati da molle comuni si riuniscono in un amplesso feroce e poi in un adagiarsi stanco sul corpo dell'altro a bilanciare il rispettivo bisogno di rifiato, come dopo una notte consumata dalla più bruciante delle passioni.

Passione. Helen.

Il braccio scivola dalla corda, pesante, si allinea al tronco. Come se la gravità fosse aumentata di dieci volte, la sfido e riesco ad appoggiarlo sulla coscia sfinita, che vorrebbe solo distendersi insieme a tutto il resto su un letto per dormire sedici o diciotto ore difilato.

Helen.

Helen. Passione.

Quel fuoco di falò attizzò tutto il filosofeggiare che ragazzi cresciuti nel suburbio potevano avere a disposizione per una buona metà vita. Forse ne avremmo avuti giusto un altro paio di quei momenti: al tempo della crisi di mezza età o per pensare ormai sdentati alla fine che si avvicina.

Quella notte di settembre, in cui un primo timido freddo cominciava a rimbalzare sui nostri petti ombreggiati da ciuffetti di peli che formavano oasi su un deserto altrimenti glabro, parlammo dell'amore.

Ma cos'era esattamente?

Phil non aveva dubbi: una con cui scopare da dio che poi il resto viene da sé.

Vernon gli rispose che lui non aveva ancora scopato e quindi gli dava troppa importanza, che uno invecchia e se parliamo di amore per tutta la vita…

E Phil alzò il tono sputacchiando un po' di birra sulla camicia: ehi ehi piano, chi ti dice che non ho mai scopato, chiedi a tua sorella.

E dopo averli divisi, Phil riprendeva con calma: chi ha mai parlato di cose per tutta la vita, credo che tutti i nostri padri abbiano l'amichetta e forse perché no, anche a qualche mamma a cui prude, magari col lattaio, ho sentito dire…

E dopo averlo sottratto alla stretta di Rudie che lo aveva mezzo strangolato con le sue mani che alzavano casse di trasloco e che estendeva il suo amore fanatico per la mamma a tutte quelle che portavano questo nome, interveniva Luis, affermando che era vero quello che aveva detto Phil, ma in parte, perché stavano parlando d'amore non di scopate. E Luis parlò di componenti, di ingredienti, e fece esempi di macchine e di cibi che conoscevamo bene – ci sapeva fare con i ragionamenti Luis – e ci sembrò che avesse ragione.

Ma poi quando si trattò di individuare i componenti e gli ingredienti non di macchine e cibi, ma proprio dell'amore, dovemmo buttare giù un'altra birra, perché eravamo di nuovo depressi e qualcosa che avrebbe dovuto essere semplice – dai l'amore, non si fa altro che parlarne – ci sfuggiva peggio di una gallina spaventata nel cortile.

Allora intervenne lo Spaventapasseri, il ragazzo meno attraente del gruppo di sfaccendati, con dei baffetti adolescenziali mostruosamente tardivi ad incorniciare il sottile labbro superiore e dopo essersi spinto gli occhiali con l'indice fino a farli aderire ai suoi occhi miopi, sentenziò con la solita vocina che occorrevano affinità, valori morali compatibili, caratteri non troppo conflittuali e, soprattutto, passione.

Poi dopo una pausa in cui ci fu silenzio e per la prima volta nessuno gli gettò addosso una scarpa, lo Spaventapasseri riprese, pronunciando un'ultima frase che accompagnò con gesti circolari nell'aria, mimando i movimenti di un sarto: la passione è il filo che tiene insieme tutte le altre cose. Quando queste si allentano, se c'è la passione, darà una bella stretta e tutto tornerà come prima.

E questo lo disse con un trasporto tale, che a tutti sembrò anche più bello, lo Spaventapasseri, e qualcuno iniziò pure a pensare a qualche ragazza non del tutto racchia, che gli si poteva presentare.

Ci chiedemmo dove avesse potuto prendere tutte queste perle di saggezza proprio lui, che una ragazza probabilmente l'aveva vista a non meno di due metri.

Aveva forse una doppia vita che non conoscevamo? Con queste parole aveva sedotto qualcuna? Aveva letto qualche libro del suo vecchio stravagante, che faceva il guardiano di notte del campo sportivo e riusciva a snocciolarsi almeno due libri a settimana presi in prestito alla biblioteca comunale, di modo che a casa sua lo Spaventapasseri aveva sempre qualcosa da leggere, anche roba per grandi e piccante, che il padre non si preoccupava affatto di nascondere e che era anzi contento di vedere in mano al figlio, che seguiva le righe da su a giù muovendo i suoi occhietti miopi?

Helen.

Proprio quelle parole sulla passione che cuce, che tiene insieme, mi vennero in mente quando al ritorno da una match vidi quella ragazza che portava due borse cariche di cereali, scatolame, detersivi e tutto quello che si sarebbe detto l'occorrente per una famiglia numerosa.

Una mano cedette al peso ed io non pensai a null'altro che ad aiutarla.

Sentii il suo alito fresco e la pelle che odorava di pulito.

Dove le porto il carico – mi sfuggì incontrollato dalle labbra. La sua voce si attaccò naturale alla domanda come fosse un vagone di un convoglio unico, pronunciando la strada e il numero.

Va bene anche qui – e le dita si sfiorarono nel passaggio di consegne. Dita estranee. Timide al contatto, collegate con un riflesso meccanico ad occhi che si guardano ma sostengono lo sguardo solo per un po'.

Un saluto rispettoso ad aumentare la purezza del momento, che alimenta come legna da ardere il desiderio di bucare quel velo sacro ma sottile.

Poi il ricordo che ti prende la notte e pensi chissà se anche lei.

Ma lo sguardo era specchio del mio. O forse era solo un'impressione.

Helen. Conoscere un nome significa mettere una bandierina su una terra e sentire l'impulso ad esplorarla.

Stud. Abbreviativo di...Student – Una risata. Denti bianchi. Il mondo che sembra rinascere in tutto migliore di quello di pochi secondi fa.

La mano che tiene l'altro. Le dita che si incrociano fino alla radice.

La passione che cuce tutto il resto. I denti gialli dello Spaventapasseri. Che sembrava proprio più bello.

Gli occhi di Helen con un raggio di sole che li attraversa di sbieco, svelando trasparenze, quasi come se l'iride fosse fatta di acqua colorata di castagno.

Il disegno delle spalle dritte, le mie mani spellate che seguono la loro curva, stringendo la sodezza di braccia tornite abituate al lavoro. Poi di nuovo su, distendo i palmi e concentro me stesso nei polpastrelli. Percorro il solco che si apre tra le scapole e trova sfogo in quella valle delimitata dai rilievi dolci delle natiche. Ho bisogno di lentezza, perché decido di seguirne il sentiero sassoso che sporge centrale, senza saltare nessuno di quei ciottoli sottocutanei. Dopo aver disegnato nella mia memoria tattile la sua geografia, i suoi anfratti, le sue asperità, le sue dolcezze, i suoi baratri, ho bisogno di trascendere il particolare, ho bisogno che diventi un quadro visto da lontano, un insieme indistinguibile di tutto ciò che conosco fino al più piccolo dettaglio. Ho bisogno di impressionare il mio corpo come fosse una pellicola e allora faccio aderire quel tutto, al mio petto, che si fa casa del suo.

Sento i suoi respiri, che poi si cadenzano sui miei o viceversa, non saprei. Poggio il mento nell’incavo tra il collo e la spalla e vedo quanto lei vede. Il suo corpo è il contrafforte del mio. Una risata per qualcosa. I due blocchi si separano, ma prima le rubo una forcina.

Se la vuoi inizia a correre.

Una corsa e la disparità del campione che macina chilometri al giorno viene fuori ed Helen non può che inseguirmi e avvicinarsi solo se rallento e poi la vedo ormai piegata sulle ginocchia e mi avvicino sfottendola un po’, ma mi fermo perché ho qualcosa da ascoltare, il suo ansimare che somiglia a quello dell'amore, e non vi è regola umana o divina che possa impedirmi di prenderla, lì, senza aspettare, dove un occhio appena un po’ più curioso della media, riuscirebbe a scorgere i nostri corpi, svestiti del solo necessario al congiungimento.

Continua sul prossimo numero.

20/08/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Sergio Cimino

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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