Un operaio

Un poesia ispirata al clamoroso caso dell’operaio torinese licenziato dalla Oerlikon perchè oramai divenuto “poco produttivo”, dopo aver subito un trapianto di fegato. L’azienda fa dietrofront, ma lo sfruttamento inumano dei lavoratori non si ferma mai.


Un operaio Credits: Lewis Hine, 1920. Power house mechanic working on steam pump

Un operaio?
No, una risorsa umana
e la risorsa,
quando è esaurita,
si butta.

Ma non ha un cuore?
Si butta anche il cuore.
E chi lo butta può averlo?
Non hanno cuore le macchine
non vivono o pensano
sono inutili al mondo
sono la zavorra del mondo.

Senti: fischiano le sirene
È un ordine nero
che echeggia nell’aria.
Che tristezza quel luogo,
che hanno mai costruito?
tutto intorno si pena
dentro è peggio: a volte si muore.

Ma non c’è un vincolo
a legarli tra loro?
Sono polvere sparsa
trasportata dal vento.
Ci fu una terra, una volta,
in cui erano loro la vita
nessuno poteva imporre
una catena o un sudore.
Li chiamavano Soviet
ma troppo presto restarono un nome.
Oggi restano un sogno
per chi sa ancor sognare.

E di quell’operaio
infine, che dire?
Tutti ne hanno parlato
troppo grande la voce
che denuncia il misfatto
ma per uno che forse si è salvato
altri mille son schiavi.
Il riscatto è defunto,
maghi e streghe l’appendono al muro.
Altre strade possibili?
Qualcuno l’ha già insegnato.

15/04/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: Lewis Hine, 1920. Power house mechanic working on steam pump

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L'Autore

Giuseppe Vecchi

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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