Zona d’ombra e Le confessioni

Due intensi, ambiziosi, coraggiosi e piuttosto significativi tentativi di rappresentare cinematograficamente la tragedia contemporanea.


Zona d’ombra e Le confessioni

Due intensi, ambiziosi, coraggiosi e piuttosto significativi tentativi di rappresentare cinematograficamente la tragedia contemporanea. In entrambi i casi si mira al cuore del problema e non si indietreggia dinanzi all’arduo compito di far emergere alcune delle più drammatiche contraddizioni del mondo contemporaneo. Purtroppo ancora del tutto inadeguati appaiono gli strumenti sperimentati per tentare di risolverle.

di Renato Caputo e Rosalinda Renda

Zona d’ombra di Peter Landesman, valutazione: 7,5

Il film è una notevole denuncia degli attuali circenses e, in modo specifico, del più popolare nel decadente “impero” statunitense, il football americano. Uno sport violentissimo, tutto incentrato sullo scontro fisico, dove sostanzialmente tutto è permesso pur di conseguire il risultato. Il football americano è un’ottima palestra e metafora della società civile liberale, nella quale qualsiasi mezzo è lecito pur di conseguire il proprio obiettivo. In tal modo però non si corre il rischio soltanto di spezzare le reni al proprio avversario, del resto è proprio questo lo scopo del gioco, ma si corre il serio rischio di subire traumi permanenti. Il punto è che ciò avviene in modo del tutto inconsapevole, visto che l’ideologia machista, utilitarista ed egoista alla base del crudele “gioco”, è tutta incentrata sullo spazzare via i concorrenti.

Il paradosso degli attuali circenses, come della altrettanto spietata società di cui sono lo specchio, è che i gladiatori, pronti a scannarsi per placare la sete di sangue della folla, che scarica così all’esterno il proprio thanatos, non sono più schiavi, ma liberi individui, che anzi sembrano disposti a fare di tutto pur di potervi partecipare e primeggiare. Si tratta, per altro, di una apparentemente comoda scorciatoia per portare a termine un sempre più improbabile sogno americano, considerato che anche i figli delle classi subalterne e degli afro americani possono emergere e divenire degli idoli, dei modelli di machismo, pur non avendo gli strumenti per poter competere sul piano intellettuale con i figli delle classi dominanti.

Infine, anche il populista becero anti-intellettualismo, utilizzato dall’ideologia dominante, funzionale a mantenere l’egemonia su un proletariato in sé, ridotto alla condizione di plebe moderna, dal suo disprezzo per la cultura, trova pieno riscontro nel football. Uno strumento essenziale per fare breccia e abbattere i concorrenti è proprio la testa, che da tempio della ragione, diviene mero oggetto contundente.

L’elemento autodistruttivo e, quindi, in realtà in contraddizione con lo sbandierato utilitarismo e individualismo, è celato dal darwinismo sociale, in cui le luci del palcoscenico sono volte a illuminare solo chi riesce a imporsi con la forza, mente coloro che soccombono divengono effetti collaterali. Inoltre anche i vincitori che riescono a imporsi sugli altri, sono in realtà eroi di carta, che possono raggiungere, ai danni degli altri, una fama subitanea, che rischia però di sfumare altrettanto rapidamente. La possibilità di imporsi rimanendo a lungo sulla cresta dell’onda è scarsissima, le carriere sono necessariamente brevi, e le stelle di ieri sono presto sostituite dalle stelle di oggi. The show must go on! e il football è uno strumento nelle mani dell’industria oppiacea dello svago, necessario a impiegare nel modo più inoffensivo per il potere costituito le brevi fasi in cui alla forza lavoro è consentito di liberarsi, per potersi riprodurre a proprie spese. Così il viale del tramonto delle stars del football, che tendono necessariamente a invecchiare in modo precoce, non è certamente illuminato dalle luci della ribalta.

Tuttavia, il potentissimo sistema degli attuali circensens, nonostante abbia dalla propria parte il potere costituito, di cui è strumento, e nonostante goda di un’eccezionale capacità di egemonia, ossia domini con il consenso attivo dei dominati, è anch’esso una tigre di carta. Il suo potere non si fonda su uno oscuro destino, ma sulla scelta del soggetto, e così si corre il rischio che qualcuno possa trovare il coraggio e la determinazione per gridare che l’imperatore è nudo.

Non a caso questo ingrato compito è riservato da un noto apologo (cfr. I vestiti nuovi dell’imperatore) a un bambino, in quanto è indispensabile lo sguardo straniato e ingenuo e la purezza d’animo che generalmente solo un fanciullo riesce a mantenere intatta, non essendo ancora (de)formato dal pensiero unico dominante, ossia dall’egemonia funzionale al potere costituito.

Di tale delicatissimo compito si fa carico un giovane immigrato, un medico nigeriano, la cui esemplare storia ha offerto la base su cui è stato costruito il film. Costui non solo è riuscito a dotarsi della cultura più moderna, ma ha mantenuto intatta la purezza d’animo dello “stato di natura”, riuscendo ad assumere gli aspetti produttivi della civiltà attuale, evitandone il lato oscuro, quello che porta alla corruzione dei costumi, ossia l’individualismo egoista e utilitarista, che considera gli altri solo come strumenti della propria volontà di potenza.

Al contrario, pur avendo appreso la scienza moderna, il giovane immigrato ha mantenuto lo spirito dell’antica fede in sé razionale, base della morale, che porta a vedere non solo in sé, ma anche in chiunque altro un fine. Così il giovane medico, per quanto demandato al ruolo poco gratificante di dover fare l’autopsia, interpreta la sua professione nel modo più morale e razionale possibile, ossia considerando lo stesso cadavere un fine in sé, con cui è peraltro indispensabile stabilire un dialogo, visto che la verità è qualche cosa di collettivo, che nessuno può avere in tasca, nemmeno il plurilaureato medico, e al tempo stesso è qualche cosa di calato nell’individuo. Dunque, è solo il morto che può rivelare la propria verità a chi si pone nell’attitudine indispensabile dell’ascolto delle ragioni dell’altro, grazie alla dotta ignoranza offerta dal sapere di non sapere, ed è in grado al contempo di esercitare l’arte maieutica di offrirgli gli strumenti necessari a portare fuori di sé la propria parte di verità.

Così quando sotto il suo bisturi finisce casualmente un ex idolo del football, morto a causa di una vita sempre più folle prodotta dai continui traumi celebrali ricevuti durante questo crudele “gioco”, non si limita a sbrigare nel modo per sé più indolore una noiosa pratica necessaria per ricevere il proprio compenso, ma instaura un dialogo con il morto, che gli consenta di “ricostruire” la storia della sua tragica fine.

Ovviamente deve subito affrontare grandi conflitti, in primo luogo con il suo diretto superiore che considera il suo zelo professionale una pura follia, che invece di toglierli dei fastidiosi problemi, gliene crea per la sua folle e anti “economica” passione di conoscere e far conoscere la verità, per quanto tragica possa essere.

Piuttosto che narrare tutti gli altri difficilissimi ostacoli che il potere porrà sulla strada di colui che vuole conosce e rivelare la verità, che costituiscono inevitabilmente una gloriosa via crucis, ci limiteremo a riportare l’attenzione su uno dei principali limiti di questo pur meritorio film. Anche perché si tratta più in generale di un limite almeno potenziale di ogni rappresentazione tragica moderna. Nella nostra epoca, infatti, i reali soggetti in grado di condizionare la storia sono sempre meno dei soggetti individuali e sempre più delle forze collettive, sociali, politiche. Non a caso il moderno principe, in grado di risolvere una tragica contraddizione, non può più essere un grande individuo storico universale, in grado di farsi interprete nel modo migliore della tendenza progressiva presente in sé nel corso del mondo, ma di un gruppo sociale.

In tal modo la lotta di un individuo, per quanto eroica, non può avere un esito realmente positivo e rischia costantemente di ripercorrere la tragedia dell’anima bella costretta a soccombere sotto i colpi del realista uomo del corso del mondo, dell’attuale erede del grande inquisitore. La vittoria nella sua eroica battaglia rischia di essere più apparente che reale, di scalfire solo l’aspetto fenomenico senza poter colpire al cuore il potere costituito. Anzi, come si comprende dal film, il relativo successo della eroica lotta condotta dal protagonista – come sappiamo più una società non funziona e più è indispensabile una attitudine eroica anche per fare semplicemente il proprio dovere – è resa possibile proprio dal fatto che non ambisca nemmeno a colpire al cuore il potere, ma ambisca unicamente a renderne più accettabile la forma fenomenica. Anche perché la sua visione del mondo mitologico religiosa lo porta comunque a considerare come fondato su un volere trascendente l’ordine costituito, e la tragedia del mondo da cui fugge, la Nigeria, lo porta a cogliere in modo preponderante gli aspetti comunque progressivi del sistema statunitense. Inoltre è del tutto assente la consapevolezza di come tali elementi progressivi siano anche il prodotto della miseria prodotta in modo diretto o indiretto nel terzo mondo.

Le confessioni di Roberto Andò, valutazione: 7,5

Abbiamo finalmente un regista e una produzione italiana che mirano alto, che escono dal grigio provincialismo dominante nella produzione cinematografica del nostro Paese negli ultimi decenni, dominata dagli epigoni degli epigoni della commedia all’italiana, sempre più insulsa e autistica. Il film ha il coraggio di guardare in faccia alla realtà per quanto tragica possa apparire e non sfugge al proprio compito storico, per quanto gravoso possa essere, ossia provare a rappresentare con le immagini il proprio tempo. Come è noto, infatti, la complessità dei problemi della nostra società, rende quanto mai ostica una loro rappresentazione artistica efficace. Tanto più che in una società in cui pare dominare incontrastato il dio profitto, mirare a metterlo in discussione, realizzando un’opera che non si rivolga unicamente al basso ventre nel proprio pubblico, ma aspiri a farlo ragionare criticamente, non può che essere un’impresa titanica.

Il merito al collettivo di lavoratori che ha realizzato Le confessioni è in primis nell’aver impavidamente affrontato questa strada così impervia e così poco battuta nel nostro sempre più provinciale Paese. Possiamo anche dire che nonostante la difficoltà estrema dell’impresa essa ha avuto almeno in parte successo. Il film affronta con coraggio e a viso aperto l’evidente fallimento del potere costituito e porta il pubblico, con strumenti artistici e cinematografici, a mettere coraggiosamente il dito nella piaga. È messa a nudo, infatti, la logica spietata della visione del mondo dominante, che per conservare un ordine mondiale fondato su un modo di produzione sempre più irrazionale, rischia di condannare alla rovina l’intero genere umano.

Il “Grand Hotel Abisso” in cui si svolge la tragicommedia del G8, non può che essere lo scenario più adatto. Per cogliere tutta l’assurda logica di questo crudele e spietato teatro dell’assurdo è indispensabile assumere un punto di vista straniato, uno sguardo in grado di osservare dall’interno il meccanismo del potere, da un punto di vista però totalmente estraneo alla sua logica distruttiva. Da questo punto di vista brillante è l’idea di presentarci dall’interno, lasciandone emergere le tragiche contraddizioni, il principale centro direzionale politico del capitale transnazionale, ovvero una riunione del G8, attraverso l’effetto di straniamento del punto di vista di un ospite inatteso, come il certosino mirabilmente interpretato da Tony Servillo.

Si tratta certo di una soluzione verosimile, considerato che i potenti della terra intendono sfruttare il monaco certosino come specchietto per le allodole in grado di distogliere l’attenzione sulla ormai evidente mancanza di democrazia nel suo modo di gestite il potere. Meno verosimile è però che un punto di vista, ancorato a una visione del mondo che ha le proprie fondamenta nell’Alto Medioevo, possa non solo offrire uno sguardo straniato, come quello delle Lettere persiane, sulle tragiche contraddizioni del mondo contemporaneo, ma possa addirittura indicare in qualche modo la direzione di una loro soluzione. Anche in questo caso un singolo individuo, per altro prigioniero di una visione del mondo altra, ma storicamente superata, può certo coraggiosamente intralciare il potere costituito, costringerlo a una momentanea battuta di arresto, ma non può certo metterlo radicalmente in questione.

29/04/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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