Fantasmi immaginari e problemi reali

Il compagno Raul Mordenti ha riproposto il tema della relazione tra le due ineludibili questioni, che sono al centro della linea politica del Partito, e cioè il rafforzamento e il rilancio del Partito stesso e la costruzione di una aggregazione unitaria della sinistra d'alternativa, temi che formulati in questi termini, mi sembra che trovino la convergenza di larghissima parte degli iscritti. E questo mi sembra già un risultato importante, in un Partito che ha impiegato decenni, prima di collocarsi con nettezza e senza ambiguità, su una posizione di alternativa al centrosinistra e al PD, e che proprio sul tema del rapporto con il centrosinistra ha scontato laceranti divisioni. Mi piace sottolineare questo aspetto, per una personale abitudine a valorizzare il "bicchiere mezzo pieno", piuttosto che angustiarmi sul "bicchiere mezzo vuoto".


Fantasmi immaginari e problemi reali

 

Il compagno Raul Mordenti ha riproposto il tema della relazione tra le due ineludibili questioni, che sono al centro della linea politica del Partito, e cioè il rafforzamento e il rilancio del Partito stesso e la costruzione di una aggregazione unitaria della sinistra d'alternativa, temi che formulati in questi termini, mi sembra che trovino la convergenza di larghissima parte degli iscritti. E questo mi sembra già un risultato importante, in un Partito che ha impiegato decenni, prima di collocarsi con nettezza e senza ambiguità, su una posizione di alternativa al centrosinistra e al PD, e che proprio sul tema del rapporto con il centrosinistra ha scontato laceranti divisioni. Mi piace sottolineare questo aspetto, per una personale abitudine a valorizzare il "bicchiere mezzo pieno", piuttosto che angustiarmi sul "bicchiere mezzo vuoto".

di Claudio Ursella, segretario federazione romana PRC

Il compagno Raul Mordenti ha riproposto in un suo recente intervento su La Città Futura, il tema della relazione tra le due ineludibili questioni, che sono al centro della linea politica del Partito, e cioè il rafforzamento e il rilancio del Partito stesso e la costruzione di una aggregazione unitaria della sinistra d'alternativa, temi che formulati in questi termini, mi sembra che trovino la convergenza di larghissima parte degli iscritti. E questo mi sembra già un risultato importante, in un Partito che ha impiegato decenni, prima di collocarsi con nettezza e senza ambiguità, su una posizione di alternativa al centrosinistra e al PD, e che proprio sul tema del rapporto con il centrosinistra ha scontato laceranti divisioni. Mi piace sottolineare questo aspetto, per una personale abitudine a valorizzare il "bicchiere mezzo pieno", piuttosto che angustiarmi sul "bicchiere mezzo vuoto". 

Detto ciò è evidente che un "bicchiere mezzo pieno", non basta a nessuno e che molto abbiamo da fare per riempirlo. Ciò che mi chiedo è se sia utile per questo lavoro da fare, continuare a paventare i rischi di uno "scioglimento del Partito", a partire da questioni che personalmente considero marginali e irrilevanti, piuttosto che misurarci tutti insieme, sui problemi reali che abbiamo di fronte sia nel rilancio del Partito, sia nella costruzione di una aggregazione della sinistra alternativa. Prima di tutto è però opportuno che mi soffermi su quelle questioni "marginali e irrilevanti", che al momento suscitano preoccupazione in un gran numero di compagni, per spiegare le ragioni di un giudizio che può sembrare forse troppo liquidatorio.

Le questioni che personalmente non riesco a prendere sul serio, ma che si agitano come fantasmi, evocanti la dissoluzione del Partito, sono sostanzialmente tre:

1) cessione di sovranità in ambito elettorale; 2) adesione individuale senza vincolo di mandato; 3) doppio tesseramento. Vediamo allora quale è la natura di tali fantasmi e se è vero che possono portare alla dissoluzione del Partito.

La cessione di sovranità elettorale è evidentemente un tema che può essere affrontato solo in coerenza con la linea del Partito, cioè, in altri termini, solo nel quadro di una collocazione alternativa al centrosinistra. Questo deve essere un punto chiaro e linea di discrimine: ogni ambiguità su questo tema può essere veramente esiziale per il Partito, la cui cessione di sovranità su temi elettorali, potrebbe trasformarsi in totale contraddittorietà con la propria autonomia politica. Chiarito questo punto, ineludibile e inderogabile, la cessione di sovranità, si sostanzierebbe nella compartecipazione degli iscritti al PRC, aderenti anche all'aggregazione politica della sinistra alternativa, nella scelta di simboli, liste, eletti, conduzione della campagna elettorale e modalità di relazione con gli eletti. Quando il compagno Raul, ci presenta ipotesi inquietanti sul rischio che il PRC venga coinvolto in operazioni contrarie alla sua linea e collocazione politica, mostra di avere un timore forse comprensibile, ma certo immotivato, il timore che una libera comunità come la nostra, possa essere obbligata a cedere la propria sovranità, negando le ragioni per cui tale cessione dovrebbe essere attuata...una cessione di sovranità, come dire? "A prescindere...". Ora la cessione di sovranità sui temi elettorali, non è "a prescindere", ma vincolata alla collocazione alternativa al centrosinistra, nel quadro della costruzione di una sinistra alternativa al centrosinistra. Per me ciò è chiaro, ma forse dovrebbe essere messo nero su bianco in qualche documento ufficiale, per fugare ogni dubbio, e se in questo la dirigenza nazionale ha mancato, bene farebbe l'opposizione interna a concentrarsi su questo aspetto specifico, piuttosto che agitare lo spettro di una dissoluzione del Partito, per una semplice questione di visibilità elettorale. A meno che non si abbia un'idea del Partito, come semplice organizzatore del consenso elettorale, idea questa che, a quanto mi risulta, il compagno Raul non ha mai condiviso.

C'è poi il tema dell'adesione individuale e "senza vincolo di mandato", altro tema che evoca l'idea di un Partito allo sbando, privo di indicazioni politiche, in cui ogni iscritto è lasciato a se stesso, alle sue personali valutazioni o a quelle della sua area di riferimento. Un ipotesi effettivamente inquietante, che però, mi si scusi la provocazione, non dovrebbe far sorgere particolari timori in un Partito, che già oggi opera come una federazione di correnti, che già oggi non è in grado di agire come un corpo collettivo, che già oggi non impegna non dico i suoi iscritti, ma nemmeno i suoi dirigenti, al "vincolo di mandato" di una qualsiasi linea politica. Questo è già oggi il nostro Partito, e di questi nostri limiti, nessun nuovo soggetto politico ancora da costruire, ha la responsabilità. Cambiare questo nostro patologico modo di essere e funzionare, dovrebbe essere un impegno prioritario a prescindere dal tema della costruzione di una aggregazione della sinistra alternativa; qualora riuscissimo ad affrontare e risolvere questo problema, costruendo uno "stile di Partito", rispettoso delle decisioni prese a maggioranza, misurato nell'espressione del dissenso da tali decisioni, coeso nel sentimento di appartenenza alla medesima comunità politica, la formale adesione individuale "senza vincolo di mandato", non ci impedirebbe comunque di operare come Partito, condividendo nelle sedi di Partito gli indirizzi fondamentali del nostro agire, e riportandoli come singoli aderenti, all'interno delle diverse istanze dell'aggregazione della sinistra alternativa. 

L'alternativa a ciò potrebbe essere solo la burocratica e, come già verificato più volte, inapplicabile, apposizione di un "vincolo di mandato", che da un lato svilirebbe l'autonomia di articolazione della linea del Partito, che è prerogativa di ogni militante e dirigente, dall'altro ingesserebbe l'attività del Partito, che ad ogni minima occasione potrebbe essere bloccata dalla richiesta di indicazioni "ufficiali e vincolanti", anche sui temi di minor rilevanza politica. Chiunque teme che il Partito non sia in grado di misurarsi nei diversi contesti collettivi esterni, se non imponendo "vincoli di mandato" ai propri militanti, ha ovviamente poca fiducia nel Partito e nei suoi militanti, cosa questa legittima e forse anche comprensibile, ma che nulla ha a che vedere con il tema della costruzione di una aggregazione della sinistra alternativa. Se il Partito non è in grado di agire come un coeso corpo collettivo, questo è un problema del Partito, dei suoi militanti e dirigenti, cui spetta di affrontarlo e risolverlo, in caso contrario, sia che si costruisca un soggetto politico, un polo o quant'altro, l'azione del Partito ne sarà comunque indebolita.

Il terzo tema, quello del "doppio tesseramento" è certamente quello più complesso, perchè a differenza dei due precedenti, che sono riconducibili semplicemente alle modalità con cui la nostra comunità decide di partecipare ad un processo più ampio, il tema del doppio tesseramento invece investe direttamente la nostra relazione con gli altri soggetti esterni al Partito, con una sola precisazione però: per "gli altri" il tema non è quello del "doppio tesseramento", ma semplicemente quello del "tesseramento"; cioè in altri termini, del diritto a vedere formalmente riconosciuta e definita, la loro adesione ad un progetto politico, e il conseguente riconoscimento di tale adesione, come la base per la definizione di strutture organizzative e modalità decisionali. E' un diritto che credo ognuno possa ritenere legittimo, e che non può trovare un limite nel fatto che, dato che noi una tessera già l'abbiamo, allora altre non ce ne devono essere. Pongo la questione in questi termini, solo per dire, che chiunque guarda con timore al tema del doppio tesseramento, dovrebbe contribuire a cercare soluzioni tali, da poter permettere un'ampia, riconosciuta e organizzata adesione, da parte di tutti quei soggetti individuali, i quali non riconoscendosi in alcuna struttura organizzata, non potrebbero partecipare ad accordi di federazione o a patti tra partiti, ma chiedono comunque di aderire e di poter contare. Credo che questo non sia un problema da poco, perchè per quanto limitata sia l'aggregazione prodotta intorno alla lista Tsipras, quel poco che c'è, deriva in maggior misura dalle adesioni individuali di singoli compagni, piuttosto che non dall'adesione di soggetti collettivi. D'altra parte sono convinto che anche un eventuale "doppio tesseramento", che certo creerebbe problemi al Partito, non potrebbe assolutamente essere causa della sua dissoluzione, neanche per ragioni economiche; ma quello economico è un tema sul quale non aggiunga altro, dato che necessita di approfondimenti specifici. 

Non credo quindi che la costruzione di una aggregazione della sinistra d'alternativa, quali che siano le modalità con cui tale processo si attua, possa mettere a rischio l'esistenza del Partito; con ciò non intendo però negare che il Partito possa effettivamente rischiare una progressiva dissoluzione, ma per ragioni un po' più serie che non la doppia tessera o il vincolo di mandato.

Questo Partito si trova di fatto in una transizione non dichiarata, tra un modo di essere che è stato impossibile praticare, e un modo di essere che ancora non riusciamo a immaginare: più precisamente questo Partito sta prendendo atto oggi, dopo oltre vent'anni, della impraticabilità di un modello partito comunista di massa, sul tipo del PCI, e nella crisi di questa ipotesi, oscilla tra la liquidazione dell'esperienza organizzata e autonoma dei comunisti, in favore di un soggetto di massa della sinistra ancora da costruire, e il tentativo di riaffermare l'identità comunista, senza però fare i conti con il diverso ruolo dei comunisti, nel contesto della crisi, che azzera ogni ipotesi di mediazione sociale, e del nuovo assetto istituzionale, concepito per negare ogni possibile mediazione sociale. Per sommi capi la situazione con la quale ci misuriamo, si può riassumere nell'impossibilità di costruire un soggetto politico di massa a carattere identitario, data la fase del capitale che frammenta ogni identità a livello strutturale, con una diversificata collocazione nel ciclo produttivo, e a livello sovrastrutturale, con l'esplosione del mercato dei modelli identificativi, prodotto dalla rivoluzione delle comunicazioni. Non mi dilungo oltre sull'impraticabilità del modello del "partito di massa", perchè al di là delle analisi, i fatti hanno già parlato.

Oggi finalmente, dopo oltre vent'anni, questo gruppo dirigente prende atto della realtà, e individua la necessità di ridefinire il ruolo dei comunisti e della loro organizzazione autonoma, intorno a tre compiti fondamentali: la produzione di una lettura analitica del fase del capitale, alla luce della quale concepire una nuova strategia di trasformazione sociale; la formazione dei quadri, in grado di trasformare tale strategia in effettiva direzione politica; la costruzione diretta del conflitto e del radicamento sociale, come luogo di ridefinizione dei rapporti di forza tra le classi, non più rappresentabile nel quadro degli assetti istituzionali. E' un impegno da far tremare i polsi, e che pone legittimamente il dubbio sull'adeguatezza del Partito, così come è oggi, a misurarsi con una simile impresa: ma tale "mission impossible" è, a mio parere, ciò che effettivamente deve fare un Partito Comunista in questa fase storica. Purtroppo il compagno Mordenti liquida tutto ciò con una semplice battuta sulle difficoltà nel lavoro di formazione, evitando di misurarsi sull'attualità o meno di un Partito costruito intorno a queste priorità. 

E' invece su questo tema che si verificheranno le ragioni future del PRC, il suo possibile rafforzamento, la sua capacità di incidere nei processi reali, misurando i suoi risultati non più sulla "quantità" dei suoi elettori e dei suoi iscritti, ma sulla "qualità" dei suoi militanti e dei suoi dirigenti.

Purtroppo in questo percorso la strada è quasi tutta da fare: gran parte dei nostri militanti, abituati per anni a dividersi tra elezioni e raccolte di firme, hanno scarsa familiarità con l'impegno diretto nella costruzione del conflitto, mancano spesso della necessaria preparazione a collocare una singola vicenda conflittuale, nel quadro di una visione politica più ampia, faticano a svolgere quel ruolo di direzione che è la ragione del dirsi comunisti. Nel mondo del lavoro l'impegno anche generoso è troppo spesso subalterno a logiche sindacali, piuttosto che misurarsi con la necessaria politicizzazione del conflitto. Non migliore il quadro dei nostri dirigenti, il cui nome è spesso più legato alle battaglie interne al Partito, che non ad un effettivo ruolo di direzione nelle dinamiche del conflitto sociale. C'è poi il grande problema dei giovani, nei confronti dei quali, negli ultimi anni il Partito ha perso ogni capacità attrattiva; il Partito sta invecchiando inesorabilmente e se non si pone fine a questo trend negativo, quale che sia la linea politica, il segretario, o la nuova maggioranza, nel giro di pochi anni potremo vedere quasi azzerato il nostro corpo militante e svuotati i circoli. 

Questi sono i problemi veri che possono portare alla dissoluzione del Partito, l'incapacità di misurarsi con i nuovi compiti che la fase impone, l'assenza di ricambio generazionale. Non fantasmi, ma problemi reali, di difficile soluzione, che richiederebbero una capacità di applicazione unitaria, piuttosto che non le diatribe di lana caprina, in cui ogni volta si evoca lo spettro dello scioglimento del Partito, quasi che il Partito fosse una comunità di poveri imbelli, che il subdolo dirigente di turno, o l'infido intellettuale della società civile, può abbindolare a suo piacimento. In tanti ci hanno provato a chiudere questa esperienza, e ancora non c'è mai riuscito a nessuno: solo noi possiamo chiuderla, con la nostra inadeguatezza, nessun altro.

E non certo un "nuovo soggetto della sinistra" che senza il nostro contributo non esisterebbe. E qui veniamo all'altro corno del problema, la difficoltà a costruire questa aggregazione della sinistra d'alternativa, che più che essere motivo di preoccupazione per tutti, dato che tutti ne condividiamo la necessità, sembra essere solo un ulteriore elemento di polemica interna. Così se da una parte si punta il dito sullo scarso impegno di una parte del Partito in questo processo di costruzione, dall'altra si usano i limiti e le difficoltà di questo percorso, come la riprova dell'inadeguatezza della linea. Sono personalmente convinto che le difficoltà di costruzione di un soggetto politico della sinistra d'alternativa, non possa essere imputato nè allo scarso impegno di qualche compagno poco convinto, nè tanto meno al fatto che il segretario nazionale lo chiama "nuovo soggetto" piuttosto che "polo" o chissà cos'altro.

I milioni di persone che in questi mesi sono scesi in piazza per il lavoro, la casa, la scuola e ogni altro diritto, non sanno nulla delle nostre sottigliezze e delle nostre divisioni, e certamente non sono tali sottigliezze e divisioni a impedire che esse si aggreghino intorno ad un progetto politico alternativo e di sinistra. Continuare ad affrontare questo tema a partire dalle nostre differenze di visione o di proposta, non ci aiuta a rispondere ad una domanda semplice ed elementare: perchè in Emilia, a fronte di un abbandono di massa dell'elettorato del PD, nè la proposta di SEL, nè quella dell'Altra Emilia, su cui convergeva gran parte della sinistra radicale, sono state in grado di intercettare una parte del voto in uscita, vedendo invece addirittura anch'esse un calo dei voti in termini assoluti? Perchè gli elettori, che sono spesso gli stessi che riempiono le piazze, preferiscono non andare a votare, piuttosto che scommettere su una sinistra politica reputata poco credibile? Questa dovrebbe essere la domanda vera, che tutti insieme ci dovremmo porre, piuttosto che elucubrare su tutte le possibili varianti del concetto di aggregazione politica. 

Rispondere a questa domanda probabilmente significa affrontare una quantità di temi complessi, che non è possibile in questa sede indagare, ma almeno uno di questi temi mi sento di sottoporlo all'attenzione di tutti i compagni del Partito: l'esistenza, nel nostro paese, di una zona grigia di ceto politico, interessato principalmente alla propria autoperpetuazione parassitaria, che con dotte disquisizioni sul futuro della sinistra, e periodiche innovative intuizione sul calore dell'acqua calda, dal 2008 ad oggi, ha di fatto esercitato un costante sabotaggio, di ogni tentativo di costruzione di una sinistra alternativa e non compromessa con il sistema di potere ai suoi diversi livelli.

Qui a Roma, nella nostra città, tale zona grigia è chiaramente individuabile in quei settori della sinistra, che anche a fronte della conclamata debacle di un modello di governo della città, si affannano a riunirsi intorno al sindaco, a piegarsi davanti al prefetto, nell'attesa che il primo ministro, decida del loro destino. 

Qui a Roma, nella nostra città, la costruzione della sinistra d'alternativa non passa nè per un voto al CPN, ne per i diplomatismi dei coordinamenti nazionali de l'Altra Europa. Qui da noi a Roma, passa per la necessità di costruire, rendere visibile e pronta anche ad un eventuale appuntamento elettorale, l'Altra Roma, per portare finalmente la sinistra alternativa e d'opposizione nelle istituzioni

Tutti siamo convinti della necessità di costruire una sinistra d'alternativa e allora piuttosto che discutere fra di noi sul modo giusto di farlo, che ognuno lanci sul suo territorio iniziative che pongano la necessità di una aggregazione unitaria della sinistra, mirando a collocare tale processo aggregativo nel solco dell'esperienza prodotta alle elezioni europee, costruendo una rete orizzontale che metta in relazione tutte le esperienze di aggregazione della sinistra alternativa a livello locale, quelle nate nel sostegno alla Lista Tsipras, e quelle possiamo e dobbiamo attivare a partire dalle specificità dei diversi interlocutori nel contesto romano. Lanciamo, nei fatti L’Altra Roma, così come ognuno la immagina, a partire dalle relazioni che è in grado di produrre, dai conflitti e dalle vertenze in corso, dai processi unitari già in atto. Perchè l'aggregazione della sinistra d'alternativa sarà il frutto dell'azione esterna che sapremo metteremo in campo, non delle discussioni interne in cui ci impantaniamo.

18/12/2014 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Claudio Ursella

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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