Il congresso del Prc, un’occasione mancata?

La conquista della direzione del partito deve essere non un fine in sé, ma un mezzo per rilanciare la Rivoluzione in occidente, per questo il congresso dovrebbe favorire la riconquista, da parte dei comunisti, dell’egemonia nei luoghi di studio e di lavoro


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Per un Partito Comunista il congresso rappresenta il momento più elevato del dibattito e del confronto al proprio interno, in cui preponderante dovrebbe essere il bilancio critico della linea politica uscita dal precedente congresso e, più in generale, della capacità dell’organizzazione di sviluppare un rapporto tra teoria politico-organizzativa e prassi rivoluzionaria, nelle condizioni storicamente determinate. Solo per mezzo di un’organizzazione adeguata alle sfide imposte dalla fase storica è possibile, in effetti, “vivificare” la teoria marxista e farne, così, lo strumento di una prassi realmente rivoluzionaria.

In un congresso occorrerebbe, dunque, fare il bilancio su che tipo di rapporto è stato stabilito con i comunisti che operano in altre organizzazioni in Italia e in altri paesi del mondo e quali riflessioni teoriche e lotte concrete si sono condivise. Sulla base della linea del partito uscita dal precedente congresso, bisognerebbe chiedersi: che capacità di direzione ha esercitato il Prc sulla classe lavoratrice, sugli studenti e nei conflitti nei quartieri popolari? Quanti nuovi quadri, quanti intellettuali organici si è riusciti a formare, quanti intellettuali tradizionali sono stati conquistati alla causa rivoluzionaria e quanti nostri quadri intermedi guidano i sindacati e le strutture consiliari e sulla base di quale linea? Che coscienza ha il partito, come intellettuale collettivo, dell’attuale sviluppo delle forze produttive e della crescente contraddizione fra l’esigenza di tale sviluppo e gli attuali rapporti sociali di produzione? Che capacità di egemonia, di direzione intellettuale e morale è stato in grado di esprimere il partito nella lotta di classe al livello delle sovrastrutture politiche e culturali?

Il gruppo dirigente di un’organizzazione comunista dovrebbe, in ogni momento, essere nelle condizioni di poter rispondere a tali interrogativi ed essere in grado di capire, soprattutto nella fase congressuale, se l’organizzazione è stata posta, sulla base della linea sinora seguita, nelle condizioni migliori, in questo frangente storico, a portare avanti la lotta contro il capitalismo, rendendo credibile il suo superamento nel socialismo.

Vale la pena rimarcare quanto detto in premessa, ossia che senza un’organizzazione adeguata, un intellettuale collettivo debitamente formato, senza la possibilità di rapporti stretti e costanti con le classi subalterne, svolgendo il proprio ruolo di avanguardie riconosciute, senza il confronto serrato con altre organizzazioni comuniste e anticapitaliste italiane e straniere, diviene impossibile elaborare una teoria adatta alla fase storica e, dunque, un programma minimo, fondato su un programma massimo, con i relativi accorgimenti tattici necessari alla sua realizzazione.

Sotto tale punto di vista l’attuale congresso del PRC, come viene impostato dal documento della maggioranza uscente, sottoscritto dal 70% dei membri del Comitato politico nazionale, sembra davvero un’occasione persa e, come è noto, in politica perdere le occasioni quando si presentano ha delle conseguenze durevolmente negative. Nel primo documento appare del tutto assente un bilancio realmente critico sia sulla linea politica, risultata completamente fallimentare negli ultimi dieci anni, sia sulle evidenti carenze strutturali dell’organizzazione. Se in più si considera che, oltre ad essere assente un bilancio critico, è presente una riproposizione sostanziale di tutta la fallimentare linea incentrata sulla questione dell’unità della sinistra dall’alto – fra un ceto politico che porta sulle proprie spalle buona parte dei pesanti fallimenti di questi anni – a scopo essenzialmente elettoralistico, non solo siamo dinanzi all’ennesima occasione persa, ma siamo davanti alla concreta possibilità di estinzione della principale forza politica che si richiama al comunismo nel nostro paese, con il rischio che la stessa prospettiva comunista divenga in Italia, per un periodo non breve, un mero ricordo del passato.

E’ dunque assolutamente necessario che la componente più cosciente del Partito si adoperi per scongiurare questa catastrofe e, dunque, si impegni a fondo per rendere credibile e affermare una linea politica decisamente alternativa. Al tempo stesso, però, è necessario comprendere che un’opzione alternativa, per essere realmente tale, non può limitarsi alla critica della precedente linea fallimentare, ma deve risalire alle origini dei nostri attuali mali, per intenderne la reale natura che, in ultima istanza, risiede nella stanca riproposizione di un modello organizzativo storicamente fallimentare, incentrata sui circoli territoriali, sul codismo nei riguardi dei movimenti sociali – nella per lo più vana speranza di rappresentarli nelle istituzioni – sulla subalternità alle burocrazie sindacali, a partire da quella bersaniana maggioritaria in Cgil.

La componente congressuale, che si pone come alternativa alla maggioranza uscente, mostra di esser divenuta consapevole che solo attraverso una lunga fase di rilancio e organizzazione del conflitto, mediante la direzione consapevole della sua necessaria spontaneità, sarà possibile rendere credibile anche sul piano politico la parola d’ordine dell’unita delle forze anticapitaliste e antiliberiste. D’altra parte, la giusta esigenza di costruire un fronte ampio in grado di mandare finalmente a casa un gruppo dirigente che ci ha portato – negli ultimi anni – da una disfatta all’altra, non è stata in grado di coniugarsi con l’altrettanto indispensabile esigenza di portare avanti, a partire dal documento alternativo, l’esigenza di una radicale trasformazione della struttura organizzativa del Partito.

A tale proposito sarebbe necessario tornare alla lezione del principale traduttore del marxismo rivoluzionario di Lenin nel mondo occidentale, nella prospettiva della Rivoluzione in occidente: Antonio Gramsci e riscoprire, aggiornandole alle contraddizioni dei nostri tempi, le strutture organizzative sperimentate nei momenti più alti della lotta rivoluzionaria in Italia, il Biennio rosso del 1919-20 e quello del 1969-70.

Certo, si dirà, la produzione capitalista appare oggi terribilmente più complessa di un tempo. La base materiale della produzione, cioè l’intero complesso che comprende la gestione degli stabilimenti, delle macchine e dei lavoratori, si presenta oggi come un groviglio inestricabile di cui sembra impossibile discernere l’inizio e la fine. Essa in molti casi è dislocata su diversi territori a livello internazionale, aggiogando ad un’unica catena, che va dal cyber spazio ai corridoi ad alta velocità, uomini e donne di paesi, storie e lingue completamente diversi l’un l’altro. Eppure tale apparentemente inestricabile groviglio, oggi causa di enormi sofferenze, domani sarà la base materiale su cui edificare l’internazionalismo proletario, per il passaggio a un nuovo modo di produzione e, così, a una nuova essenziale tappa del processo di emancipazione dell’umanità.

Precondizione di tutto ciò è, però, la presa di coscienza di tutto questo groviglio da parte dei lavoratori, ossia la coscienza dello sviluppo delle forze produttive e delle contraddizioni insite nel rapporto tra questo attuale sviluppo e i rapporti di proprietà ereditati da un’epoca storica così distante e differente dalla nostra. Il principe moderno, in quanto intellettuale collettivo, deve impegnarsi per la diffusione il più possibile estesa nella classe, della conoscenza – debitamente approfondita e aggiornata – della produzione capitalista in tutti gli aspetti particolari e universali della produzione di plusvalore, mediante l’estorsione di pluslavoro, per renderla così in grado di autogovernarsi, una volta realizzata la Rivoluzione in occidente, facendo a meno di padroni e borghesi.

Tali elevate ambizioni devono tornare a coltivare i comunisti, per poter destinare una parte sempre più significativa del proprio impegno alla conquista e alla formazione dei lavoratori più coscienti e degli intellettuali organici che siano in grado di dirigere la produzione. Mediante la conquista dell’egemonia sui principali luoghi produttivi e di formazione della forza-lavoro i nuovi intellettuali organici potranno dirigere e al contempo formare altri lavoratori, fino a farne membri di un partito di militanti, ognuno dei quali deve essere, almeno potenzialmente, un dirigente, per rendere di nuovo attuale la lotta – costitutiva dell’essere comunisti – per la presa del potere politico, attraverso una rivoluzione intellettuale e morale.

Tutto ciò richiede un impegno capillare e metodico di ogni membro del partito sui luoghi di lavoro e di formazione al lavoro, oltre che nei luoghi in cui lotta per riprodursi il proletariato moderno, finalizzato a far emergere le contraddizioni e le necessariamente conseguenti lotte fra le classi sociali, spingendo il subalterno a superare la propria condizione soggettiva di subalternità per poter conseguire, attraverso l’organizzazione, le lotte e la formazione, il superamento della stessa condizione oggettiva.

Un lavoro di tale portata, richiede una pianificazione e una direzione politica fondata sul centralismo democratico, che operi da intellettuale collettivo, in quanto non può essere ulteriormente demandata alla buona volontà dei singoli compagni più coscienti. A tale scopo, e per rifondare un partito comunista in grado di valorizzare le ancora attuali indicazioni di Gramsci, rilanciare il radicamento e l’organizzazione del partito sui luoghi della produzione e della riproduzione del lavoro, oltre che nella lotta per il salario indiretto nei quartieri proletari, per mezzo di cellule di comunisti. Queste ultime devono altresì operare, secondo la linea del partito, nei sindacati e nei collettivi studenteschi, combattendone in modo organizzato le dirigenze riformiste e corporativiste, dando vita a strutture consiliari di lavoratori e studenti e di consigli di zona nei quartieri in cui si riproduce come classe il proletariato moderno.

11/02/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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