Il ruolo dei comunisti

“Renzismo”, “sinistra dem”, “vendolismo”, “nuovo” soggetto della “sinistra”: ma qual è il ruolo dei comunisti in generale e di Rifondazione Comunista in particolare? 


Il ruolo dei comunisti

 

“Renzismo”, “sinistra dem”, “vendolismo”, “nuovo” soggetto della “sinistra”: ma qual è il ruolo dei comunisti in generale e di Rifondazione Comunista in particolare?

Dopo il superamento del quorum per un soffio alle elezioni europee, ne L’Altra Europa con Tsipras sono iniziate le grandi manovre per costruire un nuovo soggetto della sinistra. Il primo appuntamento in cui si vanno cimentando le forze che hanno gravitato attorno alla Lista Tsipras (con intenti variegati, spesso confusi, non sempre limpidi e talvolta ambigui quando non evidentemente “doppiogiochisti”) è quello delle elezioni regionali che già stanno creando fratture nel nuovo soggetto che dovrebbe nascere.

La prima tornata elettorale del 23 novembre in Emilia Romagna e in Calabria ha mostrato differenziazioni tra le forze che avevano contribuito alla vittoria de L'Altra Europa: in Emilia, SEL si è presentata con il PD appoggiando il renziano di ferro Stefano Bonaccini, mentre in Calabria appoggia il “cuperliano” Mario Oliverio; nelle altre regioni il lavorio diplomatico è nascosto, ma in pieno svolgimento in vista delle Regionali del prossimo marzo, come in Toscana dove si sta profilando la costituzione di una lista unitaria, con una convergenza tra la Lista Tsipras e l'esperienza di lista di cittadinanza di sinistra che a Livorno ha ottenuto un buon successo alle ultime elezioni comunali (Buongiorno Livorno è a circa il 10%, mentre la lista alleata di PRC e PdCI è a poco più del 3%).
Tuttavia, all'interno dell'area della Lista Tsipras sta emergendo una spaccatura tra chi vuole essere e presentarsi conseguentemente come alternativa a Rossi e al PD, mentre altri accarezzano l’idea di una partecipazione alle primarie “graziosamente concesse” dal Granduca Enrico.
Analoghi scenari stanno emergendo in Liguria, Marche, Umbria, Puglia, Campania, Veneto. Tutto questo non è solamente la dimostrazione di un’attitudine di (quel che resta di) SEL alla “doppiezza” (non togliattiana, ma “bipedestaffista” [tenere il piede in due staffe]), bensì la prova del completo disinteresse a costruire una forza realmente alternativa, anche di carattere riformista social-democratico, rispetto all’espressione organica dei poteri economico-sociali dominanti, confindustriali e finanziari, perfettamente incarnata dal Partito Democratico.

La scelta della costruzione di alleanze di centrosinistra nelle Regioni conferma la strategia di SEL di permanere nell’orbita di un partito attraversato dalla corruzione mafiosa come il PD, piuttosto che tentare di aprire nuovi orizzonti politici e prospettive socio-economiche alternative.
D’altronde, le grandi manovre con Civati dimostrano che l’orizzonte di una sinistra alternativa alla socialdemocrazia è sempre più a rischio: la prospettiva politica di SEL si allontana così sempre di più dall’orizzonte alternativo (figuriamoci quello anticapitalista, già rimosso durante le elezioni europee di maggio) per entrare nell’orbita attrattiva della Sinistra Dem.
La rappresentazione plastica di questa traiettoria è la kermesse di Sant’Apollonia a Firenze domenica 16 novembre (c’era pure il neocatecumenale Bertinotti!), “benedetta” da Aleksis Tsipras: definito come l’anti-Leopolda, l’incontro disegna un progetto concentrato sulla battaglia interna al PD e proteso a ricostruire un nuovo centrosinistra blandamente antiliberista, che propone un riformismo debolmente neokeynesiano e impotente.
L’orizzonte del “nuovo soggetto della sinistra” post-Altra Europa, che scalda i motori sulla base di un documento commissionato a Marco Revelli, è fortemente influenzato da queste “grandi manovre”: anziché la costruzione di una nuova sinistra, anticapitalista o quantomeno coerentemente antiliberista, sta lentamente lasciando il posto ad un nuovo orizzonte di “sinistra europea e dei democratici italiani”, come scrive Revelli nel documento costitutivo.
La lunga analisi sul “renzismo” oscura e confina sullo sfondo l’analisi e il giudizio sula natura organicamente di classe del Partito Democratico, che Renzi ha fatto emergere come un demiurgo, ma che era nel fondo originario, nella base genetica, di questo partito: certo Renzi rappresenta l’arrogante “ducetto” che sta forzando l’intero corpo del PD verso la difesa di interessi padronali e speculativi, tuttavia i “giovani rottamatori” sono stati allevati nel seno del PD e sono dunque il frutto, certo amaro per qualcuno, ma coerente della direzione intrapresa.
La riunione delle “culture riformiste” in un accrocco post-comunista/socialista/popolare ha prodotto un partito pigliatutto non con i caratteri della statalismo interclassista democristiano, ma con le radici profondamente piantate nel terreno delle nuove figure dominanti del capitalismo italiano.

D’altronde, alcuni che oggi si scandalizzano per l’attacco di Renzi al sindacato hanno rimosso dalla memoria che i primi scontri con il sindacato risalgono alla fine del ‘900 e ai primi anni del Duemila, tra D’Alema dell’allora PDS, poi DS, e Cofferati, Segretario Generale di una CGIL moderata, concertativa e certamente non rivoluzionaria.
Non fu uno scontro tra riformisti e rivoluzionari, ma tra un riformismo liberaldemocratico di massa e un riformismo socialdemocratico, tant’è vero che Cofferati si è poi riciclato come Sindaco di Bologna e infine eurodeputato democratico.
Niente di nuovo, dunque, sotto il tetto del PD: siamo alla resa dei conti e alla completa restaurazione del dominio della borghesia padronale e speculativa nazionale, collegata ai settori elitari dell’imperialismo euroatlantico, che ha trovato in Renzi e nei suoi accoliti l’uomo in grado di mettere in pratica le indicazioni fornite a maggio dalla J.P.Morgan (dismissione delle costituzioni antifasciste e para-socialiste nate dopo la Seconda Guerra Mondiale).

Alla luce di tutto questo, quanto avvenuto nell’ultimo CPN di Rifondazione Comunista attesta lo stato di confusione e di ambiguità del Segretario (di minoranza) del PRC. Ferrero ha tentato di far passare un documento, bocciato 54 a 50, in cui si sarebbe aperto di fatto il processo liquidatorio di Rifondazione Comunista, con una “cessione di sovranità” al “nuovo soggetto della sinistra europea e dei democratici italiani” proposto da Revelli, senza alcuna garanzia dell’approdo, e soprattutto riaprendo scandalosamente nella relazione introduttiva la questione delle alleanze con il PD nelle regionali. Le variegate aree di opposizione alla minoranza di Ferrero hanno ritirato i documenti alternativi e hanno provocato un voto che ha messo in minoranza esplicita Ferrero, anche per l’assenza di un numero consistente di componenti della sua stessa area (26) che non si sono presentati. Nonostante tutto questo, Ferrero sostiene di voler “tirare dritto”, fregandosene tranquillamente di quanto accaduto.

La battaglia dei comunisti all’interno del PRC si è dunque palesata in una contrapposizione rispetto a due passaggi determinanti: quello delle alleanze su scala regionale, su cui il PRC deve assumere una posizione di intransigente opposizione e coerente alternatività al PD e al centrosinistra, e quello delle prospettive politico-organizzative su scala nazionale, rispetto allo scenario di un “nuovo soggetto politico della sinistra”.
La lotta per mantenere in vita Rifondazione, con la prospettiva di avviare finalmente la ricostruzione di un Partito Comunista con un processo costituente, può diventare il prossimo obiettivo dei comunisti per la battaglia politica interna ed esterna al PRC.
Questo è il ruolo dei comunisti: l’apertura di un processo di convergenza in un patto federativo e contestualmente la costruzione di un fronte anticapitalistico ampio, contrapposto e coerentemente alternativo al centrosinistra riformista che coltiva il sogno dell’alleanza “da sinistra” con il PD.
Il Partito Comunista infatti è l’unica forza organizzata che coerentemente possa dare una prospettiva a chi subisce l’insolubile crisi sistemica del capitalismo, proponendo un reale e radicale cambiamento socio-economico in direzione del socialismo, in quanto solo i comunisti indicano come eliminare le cause stesse della crisi distruggendo il capitalismo.

In questo contesto, quale dovrebbe essere la traiettoria di costruzione di un nuovo soggetto della sinistra in Italia?
Quella che insegue una convergenza con la Sinistra Dem di Civati e la SEL di Vendola, per costruire un minestrone riformista pallidamente socialdemocratico, nuovamente all’inseguimento di un accordo con il PD, tirando la giacchetta a Renzi per costruire la prospettiva democratica e “riformatrice”?
Oppure la seria costruzione di un fronte anticapitalista, senza accelerazioni liquidazioniste che annullino i presidi politico-sociali che Rifondazione Comunista continua a mantenere?
E che ruolo dovranno avere i comunisti in questo difficile passaggio, anche rispetto alle prossime scadenze elettorali regionali?

Credo che qualunque siano gli scenari (liste elettorali unitarie e alternative al PD e al centrosinistra, presentazione da soli, coalizioni di soggetti) i comunisti di Rifondazione Comunista dovranno elaborare proposte programmatiche qualificanti e mantenere la massima autonomia e visibilità durante le campagne elettorali. 

 

14/12/2014 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Giovanni Bruno

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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