Intervento al Congresso Prc, Spoleto, 31 marzo 2017

Non so se siamo in tempo, ma mi è chiaro che dobbiamo provarci fino in fondo, non solo per tenere insieme quello che ancora siamo, ma per tornare a parlare ai tanti che se ne sono andati. Intervento di Dino Greco al congresso di Rifondazione Comunista.


Intervento al Congresso Prc, Spoleto, 31 marzo 2017 Credits: congresso di Spoleto

Mi sono chiesto come utilizzare i pochissimi minuti a disposizione provando a dire qualcosa di utile e non puramente ripetitivo di ciò che sta scritto nei documenti congressuali, supponendo – o piuttosto sperando - che essi siano stati letti e digeriti dal dibattito precongressuale, non solo per schierarsi, di qui o di là o, peggio, per riprodurre l’autodistruttiva pratica dei separati in casa, ma per ricostruire un pensiero e un partito all’altezza della sua missione, posto che oggi siamo, più o meno tutti, abbondantemente al di qua del compito.

Per questo, insieme ad altri compagni e ad altre compagne ho sottoscritto le 3 tesi alternative ad altrettanti capitoli del primo documento, nell’intento di individuare, senza orpelli ornamentali e con la maggiore chiarezza di cui siamo stati capaci, i punti a nostro avviso davvero dirimenti, sui quali il partito deve operare delle scelte di fondo, senza diluire il tutto in un diluvio di parole, dove spesso trionfa il troppo e il vano, quando addirittura non si afferma una cosa e il suo contrario.

A quei testi vi rimando, per evitare la riproposizione, in sedicesimo, di ciò che lì c’è scritto. Credo qui più utile proporvi una riflessione preliminare, che parla a noi tutti, oltre ogni spirito di parte. Per farmi capire – e per usare un’immagine efficace – voglio dire che occorre che saliamo di almeno tre piani, affinché il nostro affannarsi non si riduca ad un tiepido atto volontaristico, a pratiche di rianimazione del partito che si risolverebbero in un puro accanimento terapeutico su un corpo sfibrato.

A dirla con franchezza, non so se siamo in tempo, ma mi è chiaro che dobbiamo provarci fino in fondo, non solo per tenere insieme quello che ancora siamo, ma per tornare a parlare ai tanti che se ne sono andati e hanno trovato altrove accasamenti provvisori, o che non sono da nessuna parte, o agli ancora di più che di un partito comunista avrebbero uno straordinario bisogno, anche se non lo sanno.

Insomma, bisogna provare ad essere (e non solo sembrare) comunisti.

Ora, è tipico delle fasi di stallo del pensiero rifugiarsi dogmaticamente nell’ideologia e fare un uso compulsivo della citazione dei classici, di cui abbondano i documenti congressuali nel tentativo di suffragare con la loro autorevolezza le proprie tesi.

Il fatto è che solo se sai decifrare la realtà che ti circonda, solo se ne sai disvelare l’arcano, solo se sai guardare oltre le manifestazioni fenomeniche, la citazione ha un senso, esce dal passato in cui è altrimenti congelata, altrimenti è pura esercitazione scolastica, priva di qualsiasi capacità rivelatrice: l’esatto opposto di ciò a cui ci spronava Marx. Se la realtà non entra più nello schema non ce la tieni dentro a forza, a meno di infrangere il muro del ridicolo e dell’impotenza. Voglio dire che non c’è scorciatoia possibile: non basta rifugiarsi sotto l’ombrello autorevole dei nostri maestri, tocca a noi la fatica di elaborare strumenti per l’analisi del presente.

Per capire occorre un di più di sforzo critico, altrimenti si evapora nel mito. Fondamentale è allora l’analisi concreta della situazione concreta. E poi la verifica fattuale, non la competizione verbale astratta, dove tutte le tesi sono vere e contemporaneamente false, perché è la prassi che metti in campo il solo criterio di verità.

Il pensiero creativo è sempre pensiero critico, per sua natura divergente, capace cioè di rompere continuamente gli schemi dell’esperienza, di liberarsi dalla coazione ideologica che impone la recita di rassicuranti stereotipi. E’ un pensiero a proprio agio nelle situazioni fluide, nelle quali altri fiutano solo pericoli, capace di giudizi autonomi e indipendenti. E che non si lascia inibire dai conformismi.

Questo è – io credo – lo spirito di scissione di cui ci parla Antonio Gramsci: la piena conquista della propria autonomia culturale e politica, la capacità di entrare nel conflitto sociale, nella dialettica politica, con tutta la forza delle proprie idee, con tutta la complessità della propria visione del mondo, senza mai edulcorare il proprio punto di vista, senza mediazioni preventive che ne indeboliscano la forza propulsiva.

Poi, guidato da questa stella polare, tu saprai sempre quali sono i compromessi utili e necessari, quelli che muovono le cose senza snaturare la tua identità e quali quelli da scansare perché portano verso rovinose capitolazioni.

Ma se non guadagni questa capacità, questa intelligenza, che costa lavoro, studio, fatica, sei condannato alla subalternità e all’inutilità. Allora tutto diventa navigazione a vista: la strategia si riduce a tattica e la tattica diventa tatticismo, improvvisazione. Mi rendo conto che queste mie parole possono apparire come una sovrabbondante insistenza su questioni di metodo, una sorta di eccesso pedagogico di cui mi scuso ma, credetemi, sento che questo è oggi davvero preliminare ed essenziale.

Lo dico perché noi dobbiamo cambiare e cambiare molto.

E imparare ad indagare la realtà facendo uso dell’analisi differenziata, evitando i giudizi sommari che mischiano fra loro cose diverse, come nella notte in cui tutti i gatti sono neri. Prendiamo la questione della forma politica che chiamiamo con accento dispregiativo populismo, perché assimilata tout court alla destra razzista, portatrice di un nazionalismo autarchico e reazionario. Non vi è dubbio che vi sono tratti comuni alla vulgata populista: verticismo, leaderismo, comunicazione diretta fra capo e masse, semplificazione estrema della trama democratica che forma l’ordito dell’organizzazione.

Come non vi è dubbio che altro è il partito gramsciano, dove il superamento della frattura fra governanti e governati, fra dirigenti e diretti rappresenta la forma embrionale dei rapporti sociali che si vogliono instaurare e dove il capo “della grande ambizione” deve rinnegare la propria origine carismatica per mettersi al servizio di un altro tipo di macchina di lotta e di potere. Ma è altrettanto vero che i populismi hanno avuto storicamente e hanno oggi contenuti fra loro anche radicalmente diversi. Erano populisti i socialisti russi che nella metà dell’Ottocento si battevano per l’abolizione della servitù della gleba; era populista Simon Bolivar che lottava per il riscatto della sua gente; populista era il movimento guidato da Ugo Chavez; e di impianto populista è Podemos.

Lo ha capito persino un liberaldemocratico come Gustavo Zagrebelsky, quando ammette che “chi si dà l’aria di anti-populista molto spesso dichiara implicitamente di parlare a nome di qualche establishment, di qualche oligarchia”.

Ugualmente dobbiamo capire che la rivendicazione dell’ indipendenza nazionale cancellata dai trattati europei non precipita necessariamente nel sovranismo sciovinista e guerrafondaio e nel ripudio dei nostri principi internazionalisti ma, esattamente al contrario, recupera le radici nazionali, democratiche, costituzionali della lotta per l’egemonia, esalta lo straordinario patrimonio nazional-popolare dell’elaborazione gramsciana e rimette sui piedi la natura di classe, universalista, del conflitto sociale occultato dall’ideologia dominante.

Noi dovremmo essere la punta di lancia, non la retroguardia di una battaglia per la rottura della gabbia di ferro rappresentata dall’Unione Europea.

Lo diciamo, sì, talvolta persino con un eccesso di verbosità, al quale però non corrisponde una proposta politica reale e comprensibile. Se siamo d’accordo che non si sconfigge il liberismo europeo con misure emendative, con terapie omeopatiche, non ce la caviamo neppure auspicando l’avvento miracoloso di un inesistente demos europeo che ad un certo punto irrompe all’unisono sulla scena continentale e decide di liberarsi delle proprie catene.

Non usciamo dall’impotenza immaginando future palingenesi.

Non possiamo continuare a passare, nel senso comune, come i “miglioristi” dell’UE che riducono la propria radicalità ad agitare fumogeni.

Dobbiamo aprirci un varco, operare una rottura, per riconquistare uno spazio credibile, reale, di lotta e di manovra politica.

Oggi questo ci è impedito dalla paura di un salto nel buio e spesso ci trasformiamo in profeti di sciagure, e ci facciamo irretire dalla pseudo-scienza economica dei nostri avversari che paventano inevitabili scenari apocalittici ove si metta in crisi l’ingranaggio perverso dei trattati e dei loro vincoli, che altro non sono se non il travestimento ideologico di un apparato di dominio e dei rapporti sociali esistenti. La crisi della forma capitalistica europea è evidente. E come tutte le crisi ti mette di fronte ad un bivio, ad un rischio e ad una possibilità.

Ci sono sempre due vie d’uscita ed è la soggettività politica più forte e consapevole che decide la strada che si intraprenderà. Ebbene, bisogna sapere che l’inerzia del processo è una morta gora, una lenta deriva verso il disastro di cui rischiamo di essere visti come spettatori impotenti (se non come complici). Perché l’elemento dinamico della situazione è oggi rappresentato dalla destra peggiore, con appresso tutto il bagaglio reazionario e parafascista che ne costituisce l’essenza.

Eppure noi non siamo sguarniti.

Noi abbiamo a disposizione un progetto politico che coincide – cosa stupefacente – con la legge fondamentale della Repubblica, quella Costituzione che “a sua insaputa” e contro ogni sua volontà Renzi ha contribuito a riportare sotto i riflettori.

La vittoria del 4 dicembre spalanca davanti a noi un’opportunità straordinaria.

Perché nella Costituzione vivono un progetto politico e un’idea di società diametralmente opposti e addirittura antinomici - direbbe il filosofo – rispetto alla costruzione che troviamo nei trattati europei, nell’impalcatura monetarista che ne plasma la nervatura e che dà forma allo strumento di dominio e di soggiogamento del lavoro al capitale nella sua forma più aggressiva e violenta.

Ebbene, se vince l’una muore l’altra. E viceversa: tertium non datur.

Questo è il tema è da svolgere qui ed ora, prima che nel recinto restino solo i nostri rimpianti.

Ma la Costituzione può (deve) divenire anche il faro che guida la nostra strategia delle alleanze, il progetto intorno al quale riorganizzare il conflitto sociale, il programma, delineato in tutti i punti qualificanti, su cui disaggregare e riaggregare, su basi nuove, soggettività politiche e sociali in cerca di un nuovo centro di annodamento, un fronte nel quale riprodurre lo spirito costituente del’48, scansando ansie elettoralistiche e pasticci politicisti di brevissimo respiro.

Più che non mai, le risposte che sapremo dare decideranno anche del nostro futuro.

08/04/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: congresso di Spoleto

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L'Autore

Dino Greco

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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