Le parole e le cose da dire

Le parole per dire le cose e per lottare


Le parole e le cose da dire

Quale è stato l’effetto della manifestazione: “No Renzi day”? Ha avuto presa sull’opinione pubblica ed è stata, dal punto di vista delle immagini trasmesse dai mass media, d’impatto per l’immaginario collettivo? Parlo di questa che è l’ultima che si è svolta, ma potrei parlare nello stesso modo di altre.

Credo che ogni manifestazione che richieda preparazione, energie, impegno, abbia come fine quello di mostrare, di rendere evidenti voci e proposte che altrimenti non avrebbero spazio. Allora si pensa che debbano essere conosciute e condivise. Si preparano manifesti e striscioni, si scende nelle strade, si cammina, si canta e si gridano frasi, si fanno comizi.

Queste voci che vogliono farsi sentire, hanno qualcosa da dire, qualcosa d’importante che le riguarda, ma che riguarda anche la società nel suo insieme. Vogliono avvertire, avvisare, vogliono dire che c’è qualcosa su cui porre l’attenzione, che bisogna prendere una posizione e mobilitarsi. Dietro queste voci, evidentemente, c’è qualcosa che è ciò che le anima e le rende ‘sicure’ nell’avere qualcosa da dire. Un progetto, una visione politica, azioni da mettere in campo.

Ecco, io mi sono chiesta: cosa rimane della giornata No Renzi day?

Cosa richiama alla mente questo slogan, questo simbolo visivo ascoltato e visto sui media? Quale progetto politico richiama? Quando ritorniamo al ricordo di questo giorno, a quale progetto politico pensiamo? A quali contenuti? Sono certa che le persone hanno partecipato con grande convinzione, ma non credo che siano stati resi così forti ed evidenti l’impegno e l’indicazione di una visione politica fondata su valori diversi e, anzi, contrapposti a quelli che si volevano respingere.

Proprio perché le parole hanno un valore e un impatto diretto con la mente e con le emozioni delle persone, bisogna spezzare la continuità con mezzi e modi dai quali ci si vuole distinguere, e che si vogliono contestare.

Personalmente, non mi sono riconosciuta in questo slogan, che richiama piuttosto il grillismo e la modalità pubblicitaria di manifestazioni di altro genere che non è certamente quello politico. Non mi appartiene “culturalmente” e se, culturalmente, voglio porre sotto accusa una modalità di parlare delle cose e di definirle, non posso usare gli stessi slogan, quelle frasi e quelle parole che rimandano ad una certa cultura pseudo-politica e che hanno trasformato il fare politica in un grande show variopinto dove conta chi urla di più, o chi riesce a prendere l’attenzione con sistemi persuasivi e subdoli che lusingano i probabili elettori con promesse tanto più irrealizzabili di quanto sono imbellettate.

Così penso che, da una parte c’è il piano più specificatamente culturale, quindi se certi slogan appartengono ad una certa area linguistica, quella anglofona, tanto più riflettono una società che non è quella italiana e per la quale quelle parole hanno un’accezione che non è esattamente la stessa per noi. E se vogliamo rafforzare la convinzione che esprimiamo una lotta in un paese chiamato Italia che ha delle contraddizioni socio-economiche e delle caratteristiche proprie, una storia, una cultura e un’arte e che può, quindi, esprimersi in un altro modo, che non è solo un paese colonizzzato, culturalmente e politicamente, dovremmo fare uno sforzo in più, per trovare le parole giuste (ovviamente questo non è nazionalismo, ma al contrario valorizzazione e riconoscimento della propria identità, in relazione con le altre).

Dall’altra parte c’è il significato più specificatamente politico che deve essere reso noto in modo chiaro, che deve rimandare a un pensiero al quale mi posso aggrappare, per poi proseguire un discorso che abbia uno sviluppo. Un discorso che si leghi ad una realtà sociale, che è quella a cui appartengo e per la quale sono in lotta.

Penso anche le parole usate nella protesta contro la Loi travail in Francia: “Nuit debout, ce soir on ne rentre pas chez nous” (Notte in piedi, stasera non si rientra a casa) che può essere considerato il simbolo. Poi “Nous sommes l’aurore” (siamo l’alba) e tanti altri che possiamo trovare, che hanno dato significato e identità ad un movimento, che restano comunque nelle menti e nella cultura sociale, al di là dell’ottenimento di un immediato risultato. Il movimento si espresso e ha costruito qualcosa che resta.

Forse non sono i tempi di frasi come:

È ora, è ora, potere a chi lavora!” del Movimento operaio

Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso” di Che Guevara

Non saprei, ma sicuramente su queste frasi possiamo tornare a riflettere, per scegliere meglio le parole per dire le cose e per lottare.

29/10/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Laura Nanni

Roma, docente di Storia e Filosofia nel liceo. Fondatrice, progetta nell’ A.P.S. Art'Incantiere. Specializzata in politica internazionale e filosofia del Novecento, è impegnata nel campo della migrazione e dell’integrazione sociale. Artista performer. Commissione PPOO a Cori‐LT; Forum delle donne del PRC; Stati Generali delle Donne.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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