Orazio Di Mauro ha ritenuto opportuno rispondere all’articolo nel quale avevo contestato diverse affermazioni contenute nel suo precedente intervento sul Laos, il Việt Nam e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO). Curiosamente, sceglie di non nominare né l’autore della critica né, esplicitamente, il titolo dell’articolo cui risponde, sostenendo di non voler «personalizzare» una discussione di politica internazionale. Contemporaneamente, però, qualifica l’intervento come «enfatico», «orgoglioso», «fragile», «superficiale» e composto da «manualistiche correzioni». La polemica, dunque, viene ampiamente personalizzata, semplicemente omettendo il nome dell’interlocutore.
Non considero questo aspetto particolarmente importante dal punto di vista geopolitico. Tuttavia, se si sceglie di rispondere pubblicamente a un articolo, la trasparenza suggerirebbe di permettere al lettore di individuare immediatamente il testo contestato, leggerlo e verificare autonomamente le rispettive argomentazioni; proprio l’assenza di questi riferimenti rende invece la replica ad personam, essendo de facto intelligibile unicamente al sottoscritto ed escludendo di conseguenza la maggioranza dei lettori dalla piena comprensione del dibattito. Nel mio precedente intervento avevo invece citato espressamente Di Mauro e il suo articolo non per «personalizzare» il confronto, ma proprio perché attribuire correttamente una tesi al suo autore costituisce la normale pratica di qualsiasi dibattito pubblico. Per quanto mi riguarda, inoltre, non temo certo di esser citato, anche perché l’accostamento del mio nome al Việt Nam e al Sud-Est asiatico risulta essere ben noto ai lettori tanto in Italia quanto nei Paesi interessati.
Venendo al cuore della questione, ben più rilevante è il metodo attraverso il quale Di Mauro prova a sottrarsi alle contestazioni fattuali. Secondo la sua replica, il mio errore consisterebbe nell’essermi «trincerato» dietro «comunicati ufficiali, sorrisi di facciata e nomenclature burocratiche», mentre egli sarebbe capace di leggere «i movimenti profondi, magmatici, i reali rapporti di forza e le contraddizioni non dette» della regione.
Sebbene si possa concordare sul fatto che la geopolitica non consista certamente nella riproduzione acritica dei comunicati diplomatici, essa non dovrebbe essere caratterizzata neppure dalla possibilità di sostituire ai fatti verificabili delle intuizioni personali che diventano vere per il semplice fatto di essere definite «profonde». Leggere oltre la superficie significa confrontare le dichiarazioni ufficiali con comportamenti concreti: accordi economici, investimenti, cooperazione militare, infrastrutture, rapporti fra partiti, meccanismi di sicurezza, flussi commerciali, decisioni istituzionali. Se questi elementi convergono tutti nella stessa direzione, non possono essere cancellati evocando generiche «tensioni sotterranee».
Nel mio precedente articolo, del resto, avevo contestato affermazioni molto precise. La più importante riguardava il presunto «ostinato rifiuto» del Việt Nam di avvicinarsi alla SCO. Nel testo del 17 luglio, Di Mauro aveva scritto che il partenariato del Laos avrebbe messo in evidenza «l’opportunismo del Vietnam e il suo ostinato rifiuto di integrarsi nell’architettura eurasiatica». Lo stesso testo sosteneva che il Việt Nam «non mostra intenzione di aderirvi in futuro».
Nella nuova replica, questo punto, che rappresentava uno dei pilastri dell’articolo originario, semplicemente scompare. Eppure, il dato che avevo citato è inequivocabile: nel comunicato congiunto sino-vietnamita del 17 aprile, pubblicato dal governo della Repubblica Socialista del Việt Nam dopo la visita di Stato di Tô Lâm in Cina, Hà Nội «ha espresso apprezzamento per l’importante ruolo» della SCO nella stabilità e nello sviluppo regionali e, soprattutto, ha dichiarato la propria disponibilità a mantenere scambi sulla possibilità di diventare partner della SCO.
A questo aggiungiamo che il Việt Nam sta già prendendo parte ad alcune iniziative organizzate nell’ambito della presidenza kirghisa della SCO. Nel giugno 2026, per esempio, imprese vietnamite hanno partecipato a Energy Expo Kyrgyzstan – SCO 2026 nella capitale kirghisa Biškek. È un segnale secondario, ma conferma che il coinvolgimento vietnamita nei circuiti collegati alla SCO non si è fermato dopo la partecipazione al vertice di Tianjin dello scorso anno, di cui avevamo già dato conto nel nostro precedente articolo.
Questo documento non obbliga a prevedere che il Việt Nam entrerà certamente nell’organizzazione. Hà Nội potrebbe valutare per mesi o anni la convenienza dello status, oppure decidere di non procedere. Ma rende fattualmente insostenibile affermare che il Paese non manifesti alcuna intenzione di avvicinarsi alla SCO o che esista un suo «ostinato rifiuto» dell’architettura eurasiatica. La replica avrebbe dovuto confrontarsi con questo dato. Di Mauro avrebbe potuto sostenere che la dichiarazione vietnamita è puramente tattica, spiegando però sulla base di quali elementi. Avrebbe potuto argomentare che Hà Nội non darà seguito all’apertura, producendo indicatori in tal senso. Al contrario, non fa né l’una né l’altra cosa: dichiara semplicemente che i comunicati ufficiali sono «veline» e passa oltre.
È difficile immaginare una dimostrazione più chiara del problema metodologico. Quando una fonte conferma la tesi dell’autore, viene utilizzata come prova; quando un documento ufficiale la contraddice, diventa improvvisamente una «velina».
Per quanto riguarda il Laos, invece, è perfettamente legittimo attribuire al partenariato laotiano una valenza geopolitica e riconoscere il crescente inserimento del Laos nelle reti continentali che vedono la Cina svolgere un ruolo decisivo. Del resto, la Cina rappresenta il principale investitore in Laos e ha dato un contributo fondamentale allo sviluppo infrastrutturale della piccola repubblica senza sbocco sul mare. Ben diverso è sostenere che Vientiane avrebbe compiuto tale scelta anche perché preoccupata dall’espansione dell’influenza vietnamita.
La presunta capacità di leggere le «tensioni sotterranee», che Di Mauro sembra auto-attribuirsi, dovrebbe quantomeno produrre qualche prova. Quale documento laotiano indica il Việt Nam come una minaccia? Quale dirigente del Partito Rivoluzionario del Popolo Lao ha manifestato il timore di un’espansione vietnamita? Quale accordo di difesa è stato ridimensionato? Quale meccanismo bilaterale è stato congelato? Quale crisi di frontiera è emersa? Quale settore strategico mostra un disaccoppiamento fra Vientiane e Hà Nội?
Ciò che emerge dalla realtà materiale delle relazioni fra i due Paesi è precisamente il contrario, come si evince dalla pratica quotidiana che si può riscontrare stando sul posto, e non pontificando dal proprio salotto dall’altra parte del mondo. Nel febbraio di quest’anno, ad esempio, la stessa agenzia di stampa laotiana KPL ha definito la relazione Việt Nam-Laos «inseparabile», riportando le parole del vice ministro della Difesa e dirigente del Partito Rivoluzionario del Popolo Lao Vongsone Inpanphim, secondo cui la cooperazione nella difesa e nella sicurezza costituisce il pilastro più saldo del rapporto e Laos e Việt Nam resteranno uniti indipendentemente dalla complessità della situazione regionale e internazionale.
Se Di Mauro è pronto a derubricare anche questo come «velina», possiamo continuare l’elenco. Nel 2026, sono regolarmente proseguiti i meccanismi di cooperazione fra i due Partiti, i governi, le Assemblee nazionali, le forze armate, gli apparati di sicurezza, i ministeri, le amministrazioni locali e le strutture di formazione politica. Ad aprile, KPL riferiva che difesa e sicurezza avrebbero continuato a rappresentare un pilastro della relazione, accompagnate dal coordinamento nella gestione delle frontiere e nella lotta alla criminalità transnazionale.
Il 9 e 10 luglio si è poi svolto il terzo Scambio di amicizia per la difesa delle frontiere a livello ministeriale, con attività congiunte delle forze armate, delle autorità e delle comunità locali dei due lati del confine. Il 28 luglio, il leader vietnamita Tô Lâm ha ribadito la centralità della grande amicizia, della solidarietà speciale e della cooperazione globale tra Việt Nam e Laos, auspicando un rafforzamento della collaborazione giudiziaria, della trasformazione digitale e del coordinamento contro la criminalità transnazionale. E il 5 agosto, cioè lo stesso giorno nel quale Di Mauro pubblicava la propria replica sulle presunte tensioni profonde fra Vientiane e Hà Nội, le strutture politiche delle due forze armate concordavano di ampliare la cooperazione nel lavoro politico, negli scambi di delegazioni, nella gestione delle frontiere, nella formazione del personale e nel coordinamento fra gli eserciti.
Gli indicatori economici raccontano la stessa storia. Nel maggio 2026, il Việt Nam disponeva di 289 progetti d’investimento in Laos, per un capitale registrato prossimo ai 7 miliardi di dollari; gli investimenti vietnamiti realizzati nel solo 2025 erano cresciuti di sette volte e mezzo rispetto all’anno precedente, un andamento difficilmente conciliabile con la tesi di un deterioramento strategico dei rapporti fra le parti. Parallelamente, proseguono i programmi di connettività infrastrutturale e di cooperazione finanziaria, educativa e amministrativa.
E, proprio mentre viene scritto questo articolo, è emerso un segnale politico difficilmente liquidabile come normale protocollo diplomatico. Dopo la morte, l’8 agosto, del presidente dell’Assemblea Nazionale laotiana Xaysomphone Phomvihane, le massime istituzioni vietnamite hanno proclamato due giorni di lutto nazionale, il 10 e l’11 agosto, motivando espressamente la decisione con la natura speciale delle relazioni fra i due Paesi e con il contributo del dirigente laotiano alla «grande amicizia, solidarietà speciale, cooperazione globale e coesione strategica» tra Việt Nam e Laos.
L’analogia proposta da Di Mauro con la rottura sino-sovietica è, dunque, particolarmente debole. Il fatto che Cina e Unione Sovietica abbiano conosciuto una profonda frattura dopo una precedente fase di alleanza non dimostra che ogni rapporto definito ufficialmente «speciale» nasconda necessariamente un antagonismo. La crisi sino-sovietica si manifestò attraverso divergenze ideologiche pubbliche, accuse reciproche fra i due partiti, competizione internazionale, contrasti strategici e infine anche scontri armati di frontiera. Nel rapporto contemporaneo fra Laos e Việt Nam non esiste nulla di comparabile. L’analogia sostituisce nuovamente la prova e dimostra, come avevamo scritto nel nostro precedente articolo, che Di Mauro resta intrappolato nella logica della Guerra fredda anziché leggere la realtà del XXI secolo.
Vi è poi la questione della conoscenza concreta dei Paesi in questione. Sia chiaro: non ritengo che per analizzare politicamente un Paese sia obbligatorio esserci stati; sarebbe un criterio metodologicamente assurdo, ed anche al sottoscritto capita di scrivere articoli su Paesi che non conosco direttamente. Ma cimentarsi in un dibattito aperto con chi frequenta quella parte del globo da quasi 15 anni richiederebbe quanto meno una conoscenza anche elementare di alcune questioni, come quella della memoria pubblica della guerra in Laos.
Se in futuro Di Mauro avesse intenzione di visitare Vientiane, gli consigliamo vivamente di fare tappa al COPE Visitor Centre, una delle istituzioni più note dedicate alle conseguenze della guerra. L’esposizione permanente racconta esplicitamente «la storia degli ordigni inesplosi in Laos», il loro impatto sulla vita della popolazione e il lavoro di assistenza alle persone rimaste mutilate. Il problema che continua realmente a gravare sul territorio laotiano è documentato anche dalle Nazioni Unite: nel gennaio 2026, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo stimava ancora circa 80 milioni di ordigni inesplosi (UXO), con conseguenze particolarmente pesanti per le comunità rurali e povere e con effetti che comprendono morte, disabilità, trauma psicologico, perdita di reddito e ostacoli allo sviluppo. È dunque questa la conseguenza della guerra che continua materialmente a condizionare la vita e lo sviluppo del Laos.
Dopo che il sottoscritto ha messo in evidenza questa incongruenza, Di Mauro si è rifugiato in una spiegazione poco convincente. Nel primo articolo egli non citava affatto Operation Tailwind, non indicava il settembre 1970 e non circoscriveva l’affermazione a un singolo episodio. Scriveva invece che gli Stati Uniti erano responsabili della Guerra Segreta, «con l’uso di gas nervini le cui conseguenze paralizzano ancora il Paese». Nella replica, quella frase cambia significato. Di Mauro sostiene che il riferimento sarebbe «sempre stato» «preciso e inequivocabile» a «un singolo episodio specifico». Ma l’episodio non era stato nominato. Non era stato indicato né luogo né data. E soprattutto l’articolo originario collegava direttamente l’asserito uso dei gas nervini alle conseguenze che «paralizzano ancora» il Laos.
Per inciso, la questione dell’uso del sarin resta ancora oggetto di dibattito. Si può dunque sostenere legittimamente che la vicenda Tailwind continui a presentare aspetti controversi e che April Oliver e Jack Smith, produttori del documentario della CNN al quale fa riferimento Di Mauro, non accettarono mai la ritrattazione. Tuttavia, non era questo il punto sollevato dal sottoscritto, e neppure quello al quale lo stesso nostro interlocutore sembrava riferirsi nel suo articolo originario.
Le responsabilità statunitensi in Laos, del resto, sono talmente enormi e documentate che l’episodio del sarin, anche qualora dovesse essere provato in maniera inequivocabile, rappresenterebbe una nota a piè di pagina nel grande libro dei crimini statunitensi commessi in Laos, Việt Nam e Cambogia. Limitandoci a quelli commessi nel solo territorio laotiano, milioni di tonnellate di bombe sganciate, munizioni a grappolo, decine di milioni di ordigni rimasti inesplosi e popolazioni che continuano ancora oggi a pagarne il prezzo rappresentano una condanna storica inequivocabile.
Di Mauro afferma inoltre che nei suoi scritti «la bibliografia non manca mai». È una dichiarazione singolare, almeno osservando le versioni pubblicate dei testi oggetto della discussione. Nell’articolo del 17 luglio, non compare alcuna bibliografia. Nella replica del 5 agosto, compare invece un unico collegamento, precisamente quello all’articolo di April Oliver sulla questione sarin.
Tirando le somme, la replica di Di Mauro non risponde alle nostre principali obiezioni. Si limita a rispondere ad alcuni brevi punti, quasi peggiorando la situazione e cercando un difficile arrampicamento sugli specchi, soprattutto per quanto riguarda la questione appena analizzata sull’uso del sarin in Laos. La sua replica non spiega perché un Việt Nam che avrebbe un «ostinato rifiuto» della SCO abbia dichiarato ufficialmente di valutare la possibilità di diventarne partner; non dimostra l’esistenza della presunta paura laotiana verso l’espansione dell’influenza vietnamita; non indica alcun deterioramento concreto della cooperazione politica, militare o economica fra Hà Nội e Vientiane; non risponde ai dati sulla cooperazione con Giappone e Corea del Sud che avevano mostrato come quei rapporti fossero molto anteriori alla presunta «disperata oscillazione» del 2026; non dimostra l’asserita adesione formale vietnamita a una strategia di contenimento anticinese; non torna sulla rappresentazione della Russia come semplice contrappeso utilizzato da Hà Nội contro Pechino; e, sul sarin, sostituisce la formulazione generica e fattualmente problematica del primo articolo con un nuovo riferimento a Operation Tailwind che nel testo originario semplicemente non esisteva.
Alla fine resta soprattutto l’affermazione secondo cui esisterebbe una «geopolitica reale» accessibile a chi sappia cogliere ciò che i documenti non dicono. Insomma, Di Mauro si erge ad una sorta di chiaroveggente della geopolitica. Sebbene - lo ribadiamo a scanso di equivoci - non ci si possa affidare completamente ai comunicati ufficiali, una mole ancora più importante di prove è rappresentata dai fatti e dai numeri, che abbiamo già esposto a sufficienza, e dai documenti interni. E, proprio osservando la realtà materiale dietro quei documenti – cooperazione militare, investimenti, frontiere condivise, formazione politica, infrastrutture, rapporti fra i Partiti e perfino decisioni simbolicamente eccezionali come il lutto nazionale vietnamita di questi giorni – emerge quanto sia difficile sostenere la caricatura di un Laos ormai proiettato contro Hà Nội e di un Việt Nam terrorizzato dalla Cina, ostile alla SCO e disperatamente proteso verso l’Occidente.