Almaviva come Pomigliano. Ricatto Marchionne

Almaviva. É in atto un ricatto sui lavoratori in pieno stile Marchionne. Testimonianze delle Rsu e dei Clash city workers sui licenziamenti in corso


Almaviva come Pomigliano. Ricatto Marchionne Credits: Palermotoday/Change.org

Sembra di rivivere i terribili giorni di Pomigliano e Mirafiori. Anche allora i lavoratori subirono il ricatto che vivono oggi i 2550 lavoratori di Almaviva, nelle sedi di Roma e Napoli, con la lettera di licenziamento in tasca. Messi alle strette, davanti a un bivio in cui si decidono le esistenze di tante famiglie. Baratro o restare in superficie, sia pur strisciando? Perché il lavoro è vita e senza si sparisce. Meglio lavorare a qualsiasi condizione, anche se si perde la dignità. A questo eravamo nel 2010, a questo siamo oggi.

La notizia. A Roma hanno detto Sì in 590 e No in 473. Su 1065 votanti di 1666 lavoratori e lavoratrici, al referendum del 27 dicembre, in via Buonarroti (sede Cgil). Sì alla riduzione del salario. Sì al controllo a distanza e all’aumento di produttività. Sì al controllo orario con badge, perfino per andare in bagno. Sì alla perdita della dignità sul posto di lavoro. Piuttosto che essere licenziati. Accade a Roma, come a Napoli. Ma nella città del Vesuvio si è giunti ad un accordo temporaneo, con la resa dei lavoratori sotto scacco. Congelati gli oltre 800 licenziamenti dopo una lunghissima trattativa che ha portato ad un accordo, scandaloso oltremisura, a danno esclusivo dei lavoratori. Si apre per i lavoratori di Almaviva un periodo di tre mesi di cassa integrazione con retribuzione azzerata per il primo mese e dimezzata al terzo. E poi?

Nel frattempo è auspicabile che entreranno in campo i sindacati tentando un’ulteriore trattativa con il governo e l’azienda, che in realtà ha già chiuso tutti i ponti di dialogo con le sigle sindacali. A Roma è questione di ore e si saprà che tipo di morte lavorativa spetterà ai 1660 dipendenti di Almaviva, dopo un referendum coatto “O licenziati o schiavi”. Un estremo tentativo di un tavolo sindacale che ha già in incubazione un esito sfavorevole. L’azienda ha già emesso un comunicato rigido e appare inconfutabile. “Almaviva Contact: nessuno spazio per modifiche agli accordi”, si legge nel comunicato dell’azienda. Motivando così la ferrea decisione “Il 22 dicembre si è conclusa la procedura di licenziamenti collettivi con la firma di un’intesa sulla base della proposta di mediazione del Governo. In quel contesto, le rappresentanze sindacali della sede di Roma, le uniche legittimate alla firma, si sono rifiutate all’unanimità di sottoscrivere l’accordo dichiarando ufficialmente di seguire il mandato delle assemblee dei lavoratori. Le rappresentanze sindacali della sede di Napoli hanno invece firmato l’accordo.”

E il comunicato chiude drasticamente “L’ipotesi di attivare una trattativa supplementare, oltre che fuori da ogni logica ed in contrasto con il mandato di rappresentanza sindacale dichiarato, risulta inoltre legalmente e tecnicamente impossibile, perché invaliderebbe l’intera procedura conclusa con la mediazione del Governo”. Fine delle trattative e condanna al ricatto permanente non solo dei lavoratori con la lettera di licenziamento in tasca, ma di tutto il settore che si allargherà come già sta avvenendo da tempo a tutti i settori del mondo del lavoro.

Ce n’è per attivare mobilitazioni contro il governo, se ce ne fosse uno in grado di dare risposte eque ai lavoratori, oltre che a sanare le banche. O per pretendere risposte dai sindacati che non hanno coinvolto i lavoratori supportandoli fino a creare una mobilitazione nazionale con scioperi ad oltranza. Ma entra in gioco anche il fattore personale della paura di non poter vivere senza “uno straccio” di lavoro, a costo di rinunciare ai diritti primari previsti dallo statuto dei lavoratori, e dalla Costituzione. Se non fosse anche che lo statuto dei lavoratori è stato massacrato dal Jobs act, legge in vigore che solo una nuova vittoria referendaria potrebbe abrogare. Ma a quando il referendum se l’aria che gira a palazzo è quella del rinvio fino a dopo le politiche o “a chissà quando”?

Almaviva chi? E perché i licenziamenti

Nel sito ufficiale, al link chi siamo si legge “… Gruppo leader italiano nell’Information & Communication Technology. Con 45.000 persone, 13.000 in Italia e 32.000 all’estero, Almaviva è il sesto Gruppo privato italiano per numero di occupati al mondo, il terzo a guida imprenditoriale, con un fatturato nel 2015 pari a 709 milioni di euro….”

La motivazione che ha ufficialmente indotto l’azienda Almaviva ai licenziamenti è il costo eccessivo del lavoro. L’azienda sostiene che il costo del lavoro, in Italia, con perdite di 2 milioni di euro al mese così come è strutturato in Italia è eccessivo e insostenibile. E che la via delle delocalizzazioni è, per l’azienda stessa, una valvola di sicurezza. Intanto gli 80 mila lavoratori dei call center italiani sono in attesa del rinnovo del contratto. Di chi le responsabilità dei licenziamenti in Almaviva? Chi non si sta muovendo nel verso giusto e permette questa macelleria sociale che si abbatte sui lavoratori? I sindacati, il governo o i capitalisti aziendali che preferiscono optare per le delocalizzazioni, piuttosto che riconoscere i diritti dei lavoratori e investire in Italia? Intanto Almaviva ha trovato un polmone di risparmio in Romania e ha licenziato 2550 dipendenti italiani

Rsu e Clash city Workers. Testimonianze da Roma e Napoli

Si parla di “pasticciaccio brutto di Casal Boccone”, nel sito “Il sindacato è un’altra cosa”. Il perché del pasticciaccio fa riferimento al voto disgiunto del referendum fra Roma e Napoli. Voto che ha isolato i lavoratori, sotto licenziamento, facendo perdere forza al voto di opposizione alla perdita di ulteriori diritti . Opposizione che avrebbe portato ad un No vincente nel referendum romano e avrebbe, fosse stato in maggioranza, probabilmente, messo in discussione i licenziamenti. Evitando così un umiliante e inutile ripiego alle direttive aziendali. Lo testimoniano Rsu di Almaviva Roma e rappresentanti dei Clash city workers di Roma e Napoli.

“L’azienda non sembra disposta a concedere niente. Inoltre il ricatto e la paura sono troppi forti e hanno prevalso. Vedremo come sostenere quei lavoratori che hanno aderito all’opposizione e che non hanno potuto darsi una forma organizzativa vera e propria, in modo che riescano a creare almeno un piccolo coordinamento per impedire gli ultimi passaggi, anche se siamo fuori tempo massimo. La lotta che ci sarebbe da fare è quella per gli ammortizzatori sociali decenti. C’è stato comunque un segnale positivo al referendum di ieri, perché il 44% dei voti contrario non è poco. La Cgil non ha preso una posizione a favore dei lavoratori più combattivi. Il referendum proposto è stato un modo per lavarsi le mani. Noi dei Clash cercheremo di promuovere una forma di organizzazione, affinché prenda corpo un gruppo di avanguardia.” (Luca-“Clash Roma”)

“Il problema è complesso. Il settore è sofferente perché ci sono le delocalizzazioni che portano il lavoro fuori Italia.Il problema sorge quando non interviene il governo, lascia i disoccupati qua e porta lavoro in altri posti. Già ventimila posti di lavoro sono andati all’estero. Altra questione sono le gare al massimo ribasso. Anche qui il governo non interviene, perché quando si fanno le gare al ribasso dovrebbe consentire all’azienda di pagare gli stipendi ai dipendenti, perché se la gara non mi permette di pagare il costo del lavoro è chiaro che sorge il problema. Ecco che poi l’azienda delocalizza per sostenere i costi.

La situazione degli esuberi a Roma e a Napoli è stata condotta con le trattative fra il viceministro Bellanova, il ministro Calenda e l’azienda. Le Rsu avrebbero dovuto firmare l’accordo, che era comune per Roma e Napoli, a maggioranza. Probabilmente si era capito che a Roma questa “roba” non la volevano. Il voto doveva essere congiunto con le Rsu di Napoli, e sarebbe passato il No. Invece il governo ha fatto un mirato assist e ha permesso di fare il voto disgiunto, immediatamente accettato dall’azienda. Una “porcata” legalizzata che ha fatto un regalo all’azienda. Se si fosse votato insieme, ripeto, questa roba non sarebbe passata. Credo che sarebbe stato un pochino più difficile per l’azienda licenziare contemporaneamente a Roma e a Napoli.

Altra scorrettezza è che il 21 dicembre è stato pubblicato un tweet da Calenda che annunciava la risoluzione del problema con i licenziamenti congelati, mentre le Rsu dovevano ancora firmare l’accordo. Per quanto riguarda i sindacati, “tanto di cappello” al nostro segretario di categoria, Riccardo Saccone, che ha dichiarato davanti al ministro Calenda: “Stiamo facendo firmare un accordo ai lavoratori con la pistola puntata alla tempia”. Ci ha sostenuto anche Marco Del Cimmuto, membro della segreteria nazionale. Colui che non ci ha sostenuto e non siamo per nulla soddisfatti è Massimo Cestaro, segretario di categoria nazionale. Mentre la Camusso ci ha consigliato di fare il referendum del 27.” (Fabio Taddei, Rsu Almaviva Roma)

“L’ultima stagione è stata devastante. Nella situazione attuale, i sindacati hanno perso consenso e invece di preoccuparsi di un blocco compatto si accompagna il morto. I sindacati hanno smesso di preoccuparsi del credito e del consenso dei lavoratori e gli stessi si sentono abbandonati e sfiduciati. I lavoratori non sono riusciti a imporre dal punto di vista della mobilitazione problemi di ordine pubblico da far sì che il governo fosse costretto a forzature clamorose. Da parte sua l'azienda, poiché temeva l'occupazione della fabbrica ad opera dei lavoratori, ha iniziato ad applicare misure più restrittive sui lavoratori, come il controllo dei tempi di lavoro e delle brevi assenze durante l'orario di produzione

I Clash, qui a Napoli, sono vicini ai lavoratori. Nelle prossime ore si sapranno meglio i risvolti della vicenda e come si dovranno affrontare i prossimi tre mesi, sebbene siano già prevedibili sviluppi negativi. Al momento la situazione dell’azienda Almaviva è in macerie. Il motivo è che sono stati commessi errori precedenti, come la firma dell’accordo di maggio. A questo sfacelo ha collaborato lo scarso interesse dei sindacati a portare avanti la battaglia dei lavoratori.” (Vladimir- “Clash Napoli”)

É in atto per Almaviva e per molte aziende italiane, il modello Marchionne. Un ricatto permanente sui lavoratori che autorizza il potere neoliberista del capitale a togliere diritti e dignità al lavoro. In alternativa la disperazione del licenziamento.

Roma, 30-12:"Secondo fonti del Ministero dello Sviluppo Economico, l'ultimo tentativo di riapertura della trattativa per i dipendenti della capitale con la riapertura del tavolo oggi al Mise è infatti fallito".

Niente accordo su Almaviva, Roma chiude - Economia - ANSA.it

www.ansa.it

31/12/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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