AMA: ennesimo tentativo di sabotaggio ai danni dei lavoratori e dei cittadini

Nonostante il partecipato presidio dei lavoratori AMA, viene differito l'incontro con i vertici dell'azienda.


AMA: ennesimo tentativo di sabotaggio ai danni dei lavoratori e dei cittadini Credits: lastampa.it

Roma. Mercoledì 22 marzo, alle ore 10, presso la direzione AMA in via Calderon de la Barca, i lavoratori AMA hanno tenuto un presidio di protesta contro le condizioni peggiorative di lavoro alle quali sono costretti a sottostare dall’inizio di marzo, nonostante il passato sciopero di dicembre e soprattutto il loro rifiuto espresso a stragrande maggioranza sul nuovo contratto collettivo nazionale di igiene ambientale firmato lo scorso dicembre. Principalmente, il presidio era finalizzato ad ottenere una rappresentanza al tavolo della trattativa di secondo livello, poiché l’azienda, di proprietà del Comune di Roma e in complicità coi sindacati confederali, da tempo prosegue imperterrita le contrattazioni ignorando spudoratamente la volontà espressa molto chiaramente dai lavoratori ed estromettendoli dalla trattativa, evitando in ogni modo qualsiasi confronto coi propri dipendenti.

Tant’è che, nonostante la più che legittima richiesta dei lavoratori di salire in delegazione ed essere riconosciuti e ricevuti al tavolo da parte dell’amministratore unico di AMA – l’avvocata milanese Antonella Giglio, esperta in questioni amministrative ma senza nessuna esperienza in materia di rifiuti – l’incontro di mercoledì, alla fine, è stato subdolamente differito. I lor signori, quindi, proseguono il sabotaggio ai danni dei lavoratori e delle loro sacrosante proteste. Anche perché, non è difficile capirlo, difficilmente i lavoratori potranno a cuor leggero richiedere infiniti permessi per essere presenti in massa ai presidi organizzati in difesa dei propri diritti, poiché sanno bene quanto, oggi come oggi, l’attuale situazione li renda sempre più deboli e ricattabili, schiavi e prede nel mirino, tanto più per coloro che osino alzare la testa. E il fucile dei padroni è più che mai carico e pronto a sparare.

Ogni giorno la città di Roma produce più di 5.000 tonnellate di rifiuti (vedi i rapporti dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) di cui è AMA a occuparsi o, per meglio dire, quei circa 4.000 dipendenti che montano su mezzi a dir poco fatiscenti, in condizioni di sicurezza scarsissima e di rilevante fatica fisica (ricordate il caso dei cassonetti dei rifiuti sollevati a mano da una lavoratrice?), nella più completa noncuranza di parte dell’utenza ma soprattutto dell’amministrazione per quanto riguarda l’agevolazione della raccolta differenziata. Oltretutto, c’è da osservare che moltissime persone purtroppo cadono nella trappola della dilagante campagna discriminatoria contro i lavoratori pubblici e dei pubblici servizi, di qualsiasi comparto essi siano, volta a presentarli come dei “privilegiati”, dei “fannulloni”, la “causa dei disservizi”, semplicemente perché, magari, dopo avere attaccato il turno alle 5 del mattino vengono “pizzicati” mentre si concedono una normalissima pausa caffè al bar. Tale propaganda viene continuamente fomentata negli ultimi anni (a Roma, stando a quanto ci raccontano i lavoratori dell’AMA, prosegue in modo intensissimo sin dai tempi dell’insediamento della giunta Marino, nel 2014) dai media – che sono lo strumento utilizzato dalle classi dominanti per irretirci ed ingannarci, fornendoci la loro visione del mondo e le categorie di analisi che fanno loro comodo – ed è talmente invasiva che, oggi, noi lavoratori e lavoratrici ci ritroviamo assurdamente al punto di doverci mettere in guardia sul pericolo insito in questa “guerra tra poveri”, che ci porta ad accusarci a vicenda di essere dei “fannulloni” o lavoratori “poco produttivi” (per ingrassare chi, poi?). È necessario che apriamo gli occhi sulle condizioni in cui versa tutto il mondo del lavoro di cui facciamo parte a diverso titolo, e fare fronte comune contro l’incessante smantellamento di garanzie e diritti che, passando dai voucher, dallo smantellamento dell’articolo 18, dalla precarizzazione, dal lavoro gratuito dell’alternanza scuola-lavoro, sino alle privatizzazioni dei servizi pubblici, ci riguarda tutti.

Il disegno in atto, infatti, prevede che, rendendo coscientemente i servizi pubblici sempre più inefficienti (e, magari, riuscendo a far ricadere la “colpa” di tale inadeguatezza sui lavoratori “fannulloni” stessi, anziché sulla completa mancanza di investimenti in risorse e assunzioni), essi vengano gradatamente venduti ad imprenditori privati, illusoriamente presentati come garanzia di efficienza e competenza. Questo indecoroso tentativo di definitiva privatizzazione del servizio è motivato unicamente dalla necessità di maggiori profitti da parte dei soliti noti(grandi aziende, sistemi di cooperative, banche, agevolati in questo dai vincoli di bilancio e di sostenibilità del debito pubblico imposti dalla normativa europea alle amministrazioni pubbliche e alle autonomie locali), soprattutto in una fase come quella attuale che vede il cadaverico capitalismo occidentale all’interno di una decennale crisi, scaricata in tutti modi sulle spalle dei lavoratori e dei loro salari.

Peraltro è proprio la medesima sete di profitto che – oltre a rappresentare l’unica e vera causa della tragedia attraversata dal mondo del lavoro costretto ad ingoiare bocconi amarissimi in nome di feticci assolutamente fasulli, che oscillano dalla “modernizzazione” alla “flessibilità” che, da Bruxelles ai nostrani palazzi, vengono a gran voce invocati in mezzo ad un fumus indistinto di penosi appelli ad una non meglio precisata “responsabilità” – rappresenta al contempo il motivo per cui l’assunto dell’efficienza del servizio pubblico privatizzato non può che rivelarsi altro che un ulteriore e mendace mito da sfatare. Se il servizio, infatti, viene erogato e sottomesso, come qualsiasi altra merce, all’unica logica che interessi al qualsiasi operatore privato, ossia quella del maggior profitto possibile, va da sé che esso perderebbe tanto la qualifica di “servizio” quanto la qualifica di “pubblico”, ossia, di bisogno generale della collettività. La conseguenza sarebbe quella di erogare il servizio solo a chi può permetterselo, per scongiurare la quale si ricorre all’ancora più nefasto sistema degli appalti, che consente all’azienda privata l’erogazione universale del servizio facendo ricadere gli extra-costi indirettamente sui contribuenti e direttamente sui lavoratori, privati di quelle tutele che ancora resistono quando ci si trova alle dipendenze della pubblica amministrazione e gettati in pasto ai meccanismi irrazionali, precari e semi-schiavistici che regolano oggi il mondo del lavoro generalmente inteso.

Nello specifico della vicenda che coinvolge i lavoratori dell’AMA, dopo che oltre il 70% di loro ha respinto con un secco NO il nuovo CCNL che, tra le altre cose, prevede l’aumento dell’orario di lavoro a parità di salario, i sindacati confederali sono rimasti assolutamente sordi all’opinione espressa dalla stragrande maggioranza dei lavoratori e, con la tipica arroganza che contraddistingue le burocrazie corrotte di sindacati che ormai si possono definire gialli (alias neocorporativi) senza mezzi termini, hanno ugualmente firmato l’accordo coi vertici aziendali. Con la conseguenza che, oggi, i dipendenti AMA si ritrovano a dover lavorare almeno 2 ore in più a settimana per il medesimo salario di prima, per incrementare una fantomatica produttività dell’azienda con CGIL, CISL, UIL e FIADEL che, non contenti, hanno cercato di spacciare come “conquista” ottenuta in cambio di tale peggioramento, quello che la Cassazione (con sentenza n. 2837/2014) aveva già stabilito essere un diritto dei lavoratori: ossia l’inserimento del tempo necessario per il cambio tuta all’interno dell’orario di lavoro, destinato quindi ad una corresponsione retributiva.

Ma il capolavoro non finisce qui: il nuovo contratto, oltre che a prevedere una sempre più insostenibile reperibilità e flessibilità del lavoro, non prevede giorni di riposo compensativo, diminuisce la quota retributiva per gli straordinari che vengono di fatto erogati praticamente in modo gratuito, dismette le tutele previste dall’articolo 18 e, inoltre, prevede una trattenuta forzosa (30 euro annui) a favore dei Fondi Integrativi, cui ovviamente i lavoratori non hanno mai dato il proprio consenso. Prosegue in questo modo, in modo arrogante, intollerabile e violento, la rapina a mano armata ai danni del settore dei servizi pubblici e dei lavoratori che vi sono impiegati, con il chiaro intento di mettere tali aziende in mano ad un imprenditore privato, con buona pace delle tutele sul lavoro e dei più basilari diritti. Il comparto di igiene ambientale è un settore che frutta circa 1, 4 miliardi di utili annui (così nel 2015), e i lavoratori AMA rappresentano, da soli, circa il 20% della totalità dei lavoratori cui viene applicato questo tipo di contratto collettivo. Risulta, quindi, evidente la posta in gioco sul tavolo e il fatto che la spartizione di questa ghiottissima torta si gioca direttamente sulla pelle di questi operai e queste operaie che mercoledì, assieme a USB e COBAS e con la partecipazione di gruppi a sostegno del Coordinamento operaio AMA, hanno scelto di fare sentire la propria voce a chi, vigliaccamente, si trincera dentro un ufficio a contare i propri profitti presenti e futuri, sordo ed indifferente dinnanzi al quotidiano sacrificio di migliaia e migliaia di lavoratori e lavoratrici per cui, invece, ogni giorno è una lotta. E la polizia, sempre pronta a difendere il padrone anziché solidarizzare con altri lavoratori come loro, si è premurata di mantenere un quieto vivere tanto ipocrita quanto inutile e di garantire la regolare circolazione dei veicoli per strada, nonostante i tentativi dei presidianti di coinvolgere passanti e autisti di autobus alle ragioni della protesta.

Tutto rimandato, tutto pur di evitare il faccia-a-faccia con chi non è più disposto a farsi prendere in giro dai padroni, i quali, inoltre, fanno di tutto per aizzare la più ottusa furia moralizzatrice di tanti altri lavoratori che, purtroppo, cadono nel tranello dell’equazione tra “lavoratore pubblico” e “assenteista e lavativo”, ignari del clamoroso autogol che l’introiezione di questa logica comporta per tutti e tutte noi. Come si può tollerare che gli unici a venire estromessi dal tavolo delle trattative siano proprio coloro sui quali si ripercuotono quelle sciagurate scelte, frutto solamente di un sistema economico oramai putrescente che, non avendo più nulla da derubare in sordina si permette sempre più impunemente di mettere le proprie sporche mani direttamente nelle nostre tasche, osando pretendere anche silenzio e sottomissione da parte nostra?

Ovviamente, in tutta questa vergognosa vicenda, una particolare menzione di demerito deve essere riservata anche alla giunta capitolina a cinque stelle, che non può dirsi certo esente dall’assumersi la propria parte di responsabilità: dopo avere promesso mari e monti in campagna elettorale ed essersi pronunciata più volte contro lo smantellamento dei servizi pubblici, illudendo quindi diverse migliaia di elettori con il miraggio di un “cambio di rotta”. Oggi i pentastellati mettono la firma all’ennesimo disastro di questi pochi mesi di governo, rivelandosi apertamente in linea con le precedenti amministrazioni quando si tratti di scegliere se stare dalla parte dell’arroganza padronale oppure da quella dei lavoratori. Questi ultimi, infatti, sono le autentiche vittime sacrificali su cui si regge un sistema che non è marcio semplicemente perché è “illegale e disonesto” (sono infatti le leggi, come da ultimo il Jobs Act, a permettere a chiare lettere ed incoraggiare lo smantellamento delle tutele e dei diritti dei lavoratori, la precarizzazione e il licenziamento selvaggio: la legge in uno stato borghese e capitalistico non può che essere unicamente lo strumento attraverso cui garantire la possibilità per banche e padroni di farsi mettere nero su bianco i propri vantaggi ed imporli all’osservanza generale), ma perché si fonda sullo sfruttamento dei lavoratori da parte di quei pochi che detengono le redini della produzione economica e che la gestiscono a proprio uso e consumo.

L’ennesima dimostrazione che, giunti a tal punto, gli unici autentici garanti dei nostri diritti non possiamo che essere noi lavoratori e lavoratrici e che il solo sistema che abbiamo per combattere questa guerra è comprendere che non dobbiamo ringraziare nessuno e che nessuno, tantomeno i nostri nemici, ci regalerà nulla. Perché i padroni siedono sulle spoglie delle lotte che furono e che oggi sembrano spente, cavalcano le paure di dipendenti fragili e ricattati, ridono delle nostre disgrazie, della nostra frammentazione, si ingrassano grazie alle nostre remore e reticenze a lottare per quello che è nostro, alla nostra disillusione. Sopravvivono grazie alla nostra apatia, vincono la guerra unicamente perché noi non la combattiamo uniti e con coraggio, anzi, finchè non torneremo a farlo, mettendogli il nostro fiato sul collo, uniti nelle sacrosante lotte come quella dei lavoratori dell’AMA per riprenderci quello che nessun padrone né nessun burocrate sindacale corrotto ci potrà mai levare: la dignità.

25/03/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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