Alternanza scuola-lavoro e studenti-operai negli istituti Tecnici e Professionali

Cultura, spirito critico? Addio. La scuola pubblica diventa uno strumento di selezione classista, da cui reperire manodopera giovane e prestante. Che crescerà con l’idea che il lavoro sia gratuito.


Alternanza scuola-lavoro e studenti-operai negli istituti Tecnici e Professionali Credits: terrelibere.org

Quest’anno scolastico (2016/2017) l’alternanza scuola-lavoro sta per raggiungere il suo apice, dal prossimo anno tutti gli studenti dell’ultimo triennio di licei, istituti tecnici e professionali saranno impiegati nei progetti di alternanza, e addirittura il nuovo governo Gentiloni-Fedeli propone di allargare l’alternanza pure agli studenti del secondo anno. Per citare il sito governativo del Ministero dell’Istruzione: “L’estensione delle attività di alternanza anche ai licei rappresenta un unicum europeo. Persino in Germania, con il sistema duale, le esperienze scuola-lavoro riguardano solo gli istituti tecnici e professionali. Il nostro modello supera la divisione tra percorsi di studio fondati sulla conoscenza ed altri che privilegiano l’esperienza pratica. Conoscenze, abilità pratiche e competenze devono andare insieme”.

Questo almeno è quello che il governo, prima Renzi-Giannini e ora Gentiloni-Fedeli, ci dice. La realtà è ben diversa: se da un lato le ore di alternanza scuola-lavoro sono doppie (400 ore) per gli istituti tecnici e professionali rispetto a quelle per i licei, e i fondi stanziati dal Decreto Ministeriale 435/2015 per tecnici e professionali sono 17 milioni mentre quelli per i licei sono 1,9 milioni di euro, i percorsi sono estremamente divisi. Questo articolo vuole porre l’accento sull’“esperienza pratica” negli istituiti tecnici e professionali, che si traduce troppo spesso in sfruttamento gratuito di manodopera operaia anche minorenne nelle catene di montaggio delle fabbriche.

Le notizie ci raccontano di una realtà di alternanza scuola-lavoro inutile e non producente: studenti e studentesse che passano ore a sistemare scartoffie, preparare caffè, pulire, oppure di scuole che letteralmente non sanno dove poter mandare i propri studenti, per mancanza di strutture che possano “ospitarli”. Per tentare di ovviare a questo problema è balzata alle cronache l’accordo tra il MIUR e la multinazionale McDonald’s, che dovrebbe assumere 10.000 studenti da tutti gli indirizzi di studio, per consentire loro di avere esperienze in vari campi, dalla ristorazione al rapporto con i clienti alla cura dei bambini. Il progetto, dopo essere stato presentato ed aver ricevuto valanghe di critiche da più parti, sembra essersi fermato, o comunque non ci sono novità a riguardo, ma si inserisce nel contesto delle grandi aziende, nazionali e multinazionali, pronte ad assumere migliaia di studenti avendo a disposizione numerosissimi posti per la manodopera gratuita (stiamo parlando dei cosiddetti campioni dell’alternanza tra cui spuntano Zara, Poste Italiane, McDonald’s, Eni, Intesa Sanpaolo etc.).

Perché queste aziende sono “campionesse”? Per il semplice motivo che hanno molti posti a disposizione, ma questo abbassa decisamente la qualità del lavoro, rendendo il tutto una prestazione di bassa specializzazione. Si starà pensando che è ovvio che degli studenti anche minorenni non possano accedere a lavori specializzati, e gli si risponde subito: allora a cosa serve l’alternanza scuola-lavoro, soprattutto in contesti di tecnici e professionali, dove la maggioranza degli studenti fa l’alternanza nelle fabbriche? Quello che si osserva è uno sfruttamento non retribuito di una posizione, di due mensilità e mezzo di lavoro a tempo pieno che vengono occupate da uno studente, per quanto per ora spalmate su un arco di tre anni.

Si nota facilmente la differenza sostanziale tra un sistema di alternanza per i figli della classe medio-alta borghese e un’alternanza per studenti e studentesse che nella maggior parte dei casi provengono da un’estrazione popolare. Sappiamo bene che è molto più facile che gli studenti diplomati nei licei continuino gli studi nelle università, mentre invece chi frequenta un tecnico o un professionale è più semplice che si appresti a cercare un lavoro, come è anche – ma non unicamente – il suo percorso di studi, composto da materie spendibili nell’ambito lavorativo. Ecco dunque a cosa serve questa ipertrofizzazione delle esperienze di alternanza in questi istituti: convogliare la futura classe operaia nelle fabbriche fin da quando è adolescente, dato che le aziende per avere più facilmente gli studenti promettono alle scuole che assumeranno con maggiore semplicità i ragazzi che hanno fatto l’alternanza nelle loro strutture.

Ovviamente questi novelli operai saranno persone già abituate a lavorare nel senso più pratico possibile senza nessun diritto (dato che ad oggi, dopo tre anni, ancora la “Carta dei diritti e doveri degli studenti in alternanza scuola-lavoro” non è stata emanata) e senza una paga, dunque sarà più facile abituarsi a contratti ultra precari, bassa specializzazione e inserimento in una catena di montaggio che rende l’operaio alienato. Questo discorso si inserisce nel più ampio dell’aziendalizzazione della Scuola pubblica italiana, progetto che Confindustria e i vari governi italiani stanno portando avanti dagli anni ’90.

Inoltre i dati parlano chiaro, consultando i dati Istat elaborati dal Consorzio Interuniversitario Almalaurea dell’Università di Bologna, pubblicati nell’aprile 2015, relativi a laureati e non laureati e il loro inserimento nel mondo del lavoro: “Il tasso di disoccupazione a cavallo della recessione, ovvero tra il 2007 e il 2014, è cresciuto di 8,2 punti per i neolaureati (ovvero di età compresa tra i 25-34 anni), passando dal 9,5 al 17,7%, e di ben 16,9 punti per i neodiplomati (di età compresa tra 18 e i 29 anni), aumentando dal 13,1 al 30%. Ne deriva che, nel medesimo periodo, il differenziale tra il tasso di disoccupazione dei neolaureati e dei neodiplomati è passato da 3,6 a 12,3 punti percentuali, a conferma delle migliori opportunità lavorative dei primi rispetto ai secondi”.

Superfluo quindi dire come Confindustria punti a produrre studenti-operai spendibili subito nel mercato del lavoro, non persone che abbiano il tempo e la possibilità di studiare e specializzarsi, a discapito però del loro futuro lavorativo nel medio-lungo periodo. In ogni caso sembra che questa tattica non funzioni, dato che la disoccupazione giovanile a gennaio 2017 è risalita al 40,1%.

A sostegno di questa tesi leggiamo le ultime notizie: pochi mesi fa Confindustria ha inviato in Parlamento le proprie osservazioni riguardo una riforma degli istituti professionali statali, chiedendo un aumento fino ad almeno il 50% dell’orario scolastico per i progetti di alternanza scuola-lavoro, e soprattutto incolpando il governo di dare troppo spazio alle competenze teoriche, all’istruzione, insomma all’apprendimento di materie non prettamente spendibili nel mercato del lavoro. “Di qui la proposta del governo di una sua riforma: ‘che purtroppo però è ancora molto timida’ - ha incalzato Confindustria. Il punto è che serve un’istruzione professionale di qualità che garantisca alle imprese un bacino di mestieri e professioni strategiche per l’economia manifatturiera e ai ragazzi competenze spendibili sul lavoro”. In quest’ottica il Dlgs all’esame delle Camere è piuttosto carente. Sul piano della didattica, per esempio, conferma un’impostazione per “assi culturali” che non professionalizza, penalizzando le competenze costruite sull’interdisciplinarietà”.

È da ritenersi inaccettabile che studenti, addirittura fino dai quindici anni, debbano lavorare in fabbrica, non essere retribuiti e passare metà del loro percorso scolastico a lavorare piuttosto che a sviluppare conoscenze critiche del mondo, cultura e formazione. Se il progetto di Confindustria, dei vari governi che si stanno avvicendando e dell’Unione Europea è quello di creare operai non specializzati a partire dall’adolescenza per poterli immettere in un mercato del lavoro che comunque non li accetta, se non con contratti precari, a tempo determinato, con i voucher o a cottimo, è necessaria una risposta chiara e unitaria, che rifiuti l’alternanza scuola-lavoro come strumento in mano alle borghesie europee e che delinei delle regolamentazioni per una Scuola pubblica, laica e gratuita.

18/03/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: terrelibere.org

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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