Il lupo cambia il pelo ma non il vizio

La crisi di governo frutto della crisi economica e della convinzione della Lega di poterla gestire.


Il lupo cambia il pelo ma non il vizio

La finanziaria che un eventuale Governo di responsabili potrà fare, non sarà molto peggiore di quello che sotto la sua guida [di Conte, ndr] saremmo stati costretti ad intestarci. È questo il problema. Perché era stato molto esplicito su questo, ad esempio, il ministro Tria, che [il 25 luglio, ndr] aveva parlato di deficit molto contenuti e quindi fondamentalmente bisognava scordarsi un significativo taglio delle tasse. Questo era il fulcro della questione. (...) Per una finanziaria di questo tipo, allora, sinceramente non ci si poteva aspettare che ci sarebbe stato un assenso della Lega. Proprio perché la congiuntura non è favorevole (...) occorre visione, occorre coraggio e lei ha deciso di non averne e non può chiederci di seguirla su questa strada”.

Ecco riassunto durante il dibattito di martedì 20 agosto dal Senatore della Lega Alberto Bagnai, il movente e la tempistica della crisi di governo. Ancora una volta sono le questioni economiche, più che le ambizioni personali, il motore degli eventi. E che il motivo della crisi politica fosse rintracciabile nella crisi economica lo aveva già anticipato il 15 agosto il Sole 24 Ore, spiegando che “la recessione economica ha bussato alle porte anche da noi” e “restare al governo con un alleato scomodo in un momento in cui la recessione incombe e l’Europa e i mercati vigilano sui nostri conti non è la posizione migliore se si vuole andare al voto in tempi brevi” in quanto “votare in primavera dopo una pesante manovra economica e lo spettro di un Pil in discesa e la disoccupazione in salita non era lo scenario migliore per Salvini”.

Per non rimanere col cerino in mano, Salvini punta alle elezioni già in autunno, andando all’incasso prima che scoppi la tempesta economica. Tuttavia, anche il rinvio delle elezioni potrebbe andar bene all’ex partito del Carroccio che rimarrebbe alla finestra mentre altri saranno costretti ad intestarsi provvedimenti antipopolari. Gli unici problemi per la Lega potrebbero venire da un governo che gli impedisca di risanare i conti del partito a spese degli italiani e che sappia contenderle l’egemonia che è riuscita a creare nel paese. Ma per farlo è necessario contrapporsi in modo netto al modo in cui l’Unione europea sta gestendo la fase, soprattutto dal punto di vista economico; fornire ai cittadini immigrati quei diritti e quelle garanzie indispensabili affinché non siano costretti a delinquere o a vendersi per meno di un piatto di lenticchie; far pagare la crisi alle classi padronali attraverso una vera patrimoniale ed una riforma fiscale fortemente progressiva. E seguire il vecchio adagio che consiglia di “bastonare il can che affoga”, offrendo copertura politica ai magistrati che indagano sulle malefatte del “capitano”.

Purtroppo, però, il bipolarismo ed i governi ‘tecnici’ ci insegnano, e questo primo governo ‘populista’ ci conferma, che tutto ciò, che non è niente di rivoluzionario, non avverrà. Le politiche di uno schieramento (generalmente di centro-sinistra) sono sempre state propedeutiche a quelle realizzate dallo schieramento opposto, che per quanto criticate non vengono successivamente abrogate. È successo con le riforme del mercato del lavoro (pacchetto Treu, riforma Biagi, riforma Fornero, Jobs Act, Decreto dignità) della scuola e università (Zecchino, Berlinguer, Moratti, Gelmini, Renzi), delle pensioni (Amato, Dini, Prodi, Maroni, Damiano, Sacconi, Fornero, Quota 100), della sanità (Bindi, Fazio). Per non parlare dell’immigrazione. Se ci siamo ridotti a dipingere organizzazioni non poco governative assolutamente esecrabili (le c.d. Ong) come fossero moderne streghe solo perché aiutano dei disperati a fuggire dall’inferno creato dai paesi imperialisti forse non lo dobbiamo solo a Salvini, Bossi, Fini e Maroni, ma anche a quelle coppie di macellai meglio conosciuti come Turco-Napolitano eMinniti-Orlando, autori di fondamentali provvedimenti in materia.

L’esperienza, dunque, ci dice che un nuovo governo non sarà creato per “disfare”, per dirla alla Bonino, quanto di cattivo ha prodotto l’esecutivo Conte, se non per quanto riguarda il maquillage, l’apparenza, che poi è ciò che più interessa alla radicale. Ed il contenuto delle leggi suddette ci dice che neanche è plausibile pensare ad un governo in grado di far pagare la crisi al padronato o anche solo capace di togliersi di mezzo Salvini, come ci dimostrano venticinque anni di salvataggi berlusconiani ad opera del centro-sinistra.

Al momento, dunque, se le elezioni anticipate consegneranno sicuramente il governo alla destra, l’esito politico più probabile di un nuovo governo sarebbe la resurrezione di Renzi e, soprattutto, l’ulteriore rafforzamento delle Lega che, al momento, rappresenta il partito in grado di garantire la politica economica che più serve al grande capitale di nuovo in forte crisi. E qui sta il punto.

Al pari di tutti gli economisti di riferimento dei partiti dell’arco costituzionale, il senatore Alberto Bagnai ed il deputato Claudio Borghi Aquilini si illudono che lo Stato, in regime capitalistico, possa fare qualcosa di significativo per impedire o quantomeno mitigare la crisi. Ma mentre i loro principali colleghi credono che il meglio che si possa fare in questa fase è garantire la stabilità dei conti pubblici, essi puntano a sostenere attivamente i capitali di stazza in questo paese nella lotta a non soccombere. Per questo non vogliono fiancheggiare una legge di bilancio pensata da altri e si illudono che una Made in Bellerio possa essere salvifica.

La convinzione che lo Stato possa essere economicamente determinante, pur avendo la sua base materiale nello sviluppo imperialistico del modo di produzione capitalistico, che richiede il superamento dello Stato-minimo dei tempi di Smith, Ricardo o Marx, si rivela un’illusione che alimenta il mito dell’autonomia della politica e che si basa su una diagnosi sbagliata del problema.

Per spiegare la crisi, infatti, sul banco degli imputati viene sempre messa la fantomatica perdita di fiducia delle imprese e delle famiglie che ne limita investimenti e consumi, causata da uno o più fattori “esterni”: la guerra commerciale tra USA e Cina, la Brexit, i rischi di guerra in Iran, il surplus commerciale della Germania, e chi più ne ha più ne metta (ieri erano i mutui subprime, l’avidità dei banchieri, la finanziarizzazione, il debito pubblico e ancor prima l’interventismo dello Stato nell’economia, l’eccessiva regolamentazione, il protezionismo, il prezzo del petrolio ecc, ecc). Dunque, secondo questa concezione, non c'è nulla di intrinsecamente sbagliato nel processo di produzione capitalistico, armonico per definizione se non intervenissero gli shock esterni. In altre parole, il modo in cui viene prodotta la ricchezza che giornalmente consumiamo o accumuliamo equilibra naturalmente in maniera equa i diversi interessi, quelli dei proprietari del capitale, della terra e della forza-lavoro. I problemi, le recessioni, per quanto costanti e ricorrenti, sono sempre e solo incidenti di percorso.

Questo modo di ragionare è comune, con diverse sfumature su cui qui non è necessario soffermarsi, a tutti economisti di qualunque orientamento, di destra (neoclassici, monetaristi) e di sinistra (keynesiani, eterodossi). E comune è anche la terapia, che si basa su politiche monetarie - le uniche praticate dal 2007 ad oggi - e su politiche fiscali, quest’ultime ora perorare nientepopodimeno che dal Financial Times, come ricorda lo stesso Bagnai (“e noi non possiamo sostenere un Governo più conservatore del Financial Times” chiosa il Senatore leghista rivolgendosi a Conte). Ma di che tipo di terapia si tratta?

La politica monetaria mira ad iniettare più denaro nel sistema bancario nella speranza che arrivi nelle casse delle aziende affinché possano continuare ad investire in posti di lavoro e macchinari, o alle famiglie per continuare a spendere. Questo modo di ragionare si basa sulla convinzione che i profitti siano determinati dai prezzi e questi dalla quantità di moneta in circolazione quando è esattamente il contrario (è il saggio generale del profitto che determina i prezzi e che sono questi, in ultima analisi, a determinare la quantità di denaro in circolazione). Si spera dunque che aumentando il denaro in circolazione aumentino i prezzi che, erodendo i salari, facciano aumentare i profitti.

Per aumentare la quantità di denaro in circolazione si comincia tagliando il c.d. costo del denaro, vale a dire il tasso ufficiale di sconto utilizzato nelle transazioni tra la banca centrale e le banche commerciali e di investimento, con la speranza che i risparmi di queste ultime vengano trasferiti alle aziende mediante la riduzione dei tassi di interesse loro praticati. Ma se il potenziale mutuatario (colui che vorrebbe ricevere un finanziamento) non è considerato affidabile tale rimane anche se i tassi sono bassi o addirittura negativi. E infatti chi ha bisogno di soldi continua a non riceverne malgrado molte banche centrali abbiano portato i tassi in terreno negativo ed i titoli di stato di alcuni paesi paghino un interesse negativo. Ciò significa che la situazione è così grave che i capitalisti che hanno denaro a disposizione sono disposti ad intraprendere un investimento che comporti una, seppur minima, perdita perché con la liquidità che hanno non sanno che farci e le alternative implicano un alto rischio di perdite tutt’altro che minime.

D’altronde, che la politica dei tassi non sarebbe bastata alle Banche centrali è sembrato subito chiaro, tant’è che fin dal 2008 hanno cominciato a rispolverare una politica monetaria non convenzionale chiamata quantitative easing, vale a dire l’acquisto di migliaia di miliardi di titoli di Stato e obbligazioni societarie detenute dalle banche commerciali (del QE abbiamo già trattato su questo giornale e si rimanda agli articoli richiamati in nota). Ma neanche questo ha funzionato se dopo dieci anni siamo di nuovo da capo a dodici.

Ecco perché il gotha del capitalismo ora chiede a gran voce di intraprendere il secondo gruppo di politiche taumaturgiche, quelle fiscali, vale a dire il taglio delle tasse e la spesa pubblica (soprattutto investimenti) in deficit, da finanziare mediante indebitamento (emissione di titoli di Stato) o tramite la stampa di moneta, a seconda della scuola di pensiero. Ma il lavoro e i beni impiegati dallo Stato non vengono da esso consumati come capitale, per essere valorizzati. Lo Stato, in altri termini, non produce plusvalore ma lo consuma: a beneficio dei singoli capitalisti che vincono appalti, commesse, forniture; e della classe capitalistica nel suo complesso che, attraverso la fornitura di servizi pubblici essenziali ai lavoratori (il c.d. welfare), viene sgravata da una parte dei costi relativi all'acquisto della forza-lavoro, a cui altrimenti dovrebbe erogare un salario maggiore per permettergli di acquistare quei mezzi di sussistenza sul mercato.

Ma questo tipo di politiche, per funzionare, richiedono sovranità monetaria ed il controllo dei movimenti di merci e capitali. A ben vedere, dunque, si tratta di una cura irrealizzabile ed omeopatica, che può essere di una certa utilità nel breve periodo ma nel complesso non serve a risolvere la crisi. Questa, infatti, non solo è inevitabile ma è anche funzionale all’autoconservazione del modo di produzione capitalistico, il cui problema strutturale è rappresentato dal contrasto tra l’enorme sviluppo delle forze produttive da un lato e i rapporti sociali basati sulla proprietà privata dei mezzi di produzione dall’altro. La crisi, in altre parole, è connaturata al sistema in quanto ha origine dall’eccesso di sovrapproduzione e dalla caduta del saggio del profitto.

Se profitto e accumulazione possono essere sostenuti per un po’ dall’azione statale, alla fine non si può non ricorrere alla distruzione del capitale in eccesso, in ogni sua forma. Vale a dire fallimenti, svalutazioni, disoccupazione, compressione dei salari e dei diritti. E quanto più capitale in eccesso c’è, tanto maggiore la distruzione necessaria. Con tutte le conseguenze del caso sul piano della tenuta sociale. Per questo la Lega oggi ha tanto successo; perché in una fase di acutizzazione della crisi e quindi della concorrenza, essa rappresenta la forza politica in grado di sostenere meglio gli interessi del grande capitale investito in questo paese che non vuole vedersi scaricate addosso le contraddizioni economiche sistemiche. E per farlo ha bisogno di un partito in grado di assicurare una politica di aiuti di Stato nel breve periodo e la garanzia della massima repressione possibile delle istanze dei lavoratori.


Nota

Per approfondimenti sul Quantitative Easing si veda su questo stesso giornale:
A chi giova il quantitative easing della BCE
Quantitative easing: il fragore di un bazooka caricato a salve

Bce. Dal Bazooka all’artiglieria pesante ma la carica è nuovamente a salve

24/08/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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