Il ruolo della contrattazione oggi

C'è ancora spazio per “rivendicazioni” sindacali che non facciano subito i conti con il quadro politico?


Il ruolo della contrattazione oggi

C'è ancora spazio per “rivendicazioni” sindacali che non facciano subito i conti con il quadro politico? E, parimenti, le forze politiche che vogliono proporsi come forze di cambiamento possono ignorare le condizioni esistenziali concrete di milioni di lavoratori e lavoratrici?

di Mario Sanguinetti

Quando parliamo oggi di contrattazione è necessario inquadrare l'argomento dal punto di vista delle relazioni sociali e politiche esistenti in questa fase storica. Altrettanto necessario è disarticolare il pensiero “oggettivo” che cristallizza e parcellizza le questioni; ricordo una vignetta di Cipputi che, rispondendo all'amico che gli riferiva che la lotta di classe era finita, affermava: “è necessario dirlo all'Agnelli”. Questo per avere ben chiaro che le conquiste dei lavoratori e delle lavoratrici non sono mai definite una volta per tutte o cristallizzate in “normative eterne”, ma rappresentano il dato immanente dei rapporti sociali che si vanno sviluppando. Il momento attuale vede una pesante offensiva del padronato – privato o pubblico che sia – che gradualmente ma inesorabilmente, con cinismo e protervia, costruisce paradigmi, sia nelle relazioni sociali che nella loro trasposizione legislativa, apparentemente inattaccabili: “l'uscita dalla crisi” attraverso una nuova crescita, il feticcio della moneta euro, e via così.

Non è questa ovviamente la sede in cui si possa approfondire quanto sopra ma questa premessa era indispensabile per due ragioni: intanto per capire quale ruolo soggettivo possa essere riproposto dai lavoratori e dalle lavoratrici nell'attuale dinamica dei rapporti sociali e di conseguenza quale ruolo possa avere oggi una “contrattazione”.

Gli spazi per le classiche vertenze sindacali (miglioramenti economici o normativi) sono in questa fase quasi del tutto preclusi. La consapevolezza di ciò sta, per esempio, anche nelle scelte che come autoconvocati della scuola facemmo all'inizio del movimento: non si chiedeva nessun rinnovo contrattuale, consapevoli che questo avrebbe aperto la strada a peggioramenti del CCNL scuola, ma si puntava esclusivamente ad un aumento della retribuzione. La richiesta di 200 euro per tutte/i era sostanziata dal mancato rinnovo di ben 3 contratti (ora sono diventati 4!) e dalla perdita economica determinata dal blocco degli scatti automatici previsti dal contratto.

Questa posizione era ulteriormente avallata dalla considerazione che, dove i contratti venivano rinnovati, la posizione sindacale era costantemente in difesa: potremmo dire che i migliori contratti siglati negli ultimi anni sono quelli in cui la classe lavoratrice “ha perduto” il meno possibile. Questo si ravvisa anche nelle singole vertenze, di piccole o grandi aziende (ma anche nella scuola con il FIS), dove il risultato della contrattazione viene ritenuto positivo se si riescono a limitare i danni.

Tutto questo ci pone di fronte ad una domanda ineludibile: c'è ancora spazio per “rivendicazioni” sindacali che non facciano subito i conti con il quadro politico? E, parimenti, le forze politiche che vogliono proporsi come forze di cambiamento possono ignorare le condizioni esistenziali concrete di milioni di lavoratori e lavoratrici? La domanda è parzialmente retorica: anche in passato una separazione netta tra il ruolo sindacale e il ruolo politico-partitico (pensiamo alla CGIL e al PCI ad esempio) non c'è mai stata. Tuttavia mi pare che la “sudditanza” ideologica e il senso di impotenza che “autoimprigionano” oggi la classe lavoratrice, possano essere ribaltate se assunte proprio come consapevolezza della portata dello scontro in atto. Cioè, paradossalmente, da parte nostra, dobbiamo cercare di utilizzare la reale difficoltà nella gestione di singole situazioni o vertenze per mettere in discussione l'intero sistema dei rapporti sociali.

La questione quindi non dovrebbe essere ridotta a discussioni sul ruolo più o meno conflittuale in sede di contrattazione o di qualsivoglia trattativa che svolgono i diversi sindacati (confederali o di base), che pure esiste, ma sulla prospettiva di riunificazione cosciente dei piani politico-sindacali: senza messa in discussione dei paradigmi ideologici, senza “disvelare” la presunta oggettività della situazione attuale, non si può dar luogo a nessuna prospettiva di cambiamento.

31/03/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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