In memoria di Georges Seguy

Una vita da combattente per il progresso sociale


In memoria di Georges Seguy Credits: Foto di Gerald Bloncourt

PARIGI. Aveva 15 anni quando entrò a lavorare come tipografo in un’officina di stampa. Due anni dopo si arruolò nella Resistenza francese per combattere i nazisti che lo arrestarono e deportarono a Mauthausen. Era nato nel marzo 1927, è morto il 13 agosto 2016. Georges Séguy rimane una figura di riferimento per il sindacalismo e per l’attività politica comunista: fu segretario generale della CGT (Confederation Générale du Travail) dal 1967 al 1982 e componente dell’ufficio politico del PCF (Parti Communiste Français) dal 1956 al 1982.

E’ stato omaggiato il 20 settembre a Montreuil-sous-Bois nel corso di una manifestazione nazionale con Pierre Laurent, segretario nazionale del PCF e Philippe Martinez, segretario generale della CGT. Solido esempio di vita da combattente comunista per il progresso sociale. Di lui si ricorda che il 17 agosto 1975 a Jacques Chirac, allora primo ministro, che diceva a proposito della crisi economica di quegli anni che “vediamo di essere fuori dal tunnel”, Georges Seguy rispose caustico: “se vede la fine del tunnel è che cammina all'indietro e confonde l’entrata con l’uscita”. Quanti degli attuali sindacalisti, anche in Italia, direbbero la stessa cosa a chi governa?

Si ricorda anche che, negli ultimi giorni del maggio ’68, Georges Seguy denunciò le provocazioni della polizia contro i giovani di sinistra e parlò della “forza tranquilla della classe operaia”. Era un testimone diretto quando accanto all’azione di lotta si insinuava anche il panico. A Billancourt, nella roccaforte della CGT, le azioni di lotta erano pesanti. A Parigi una manifestazione venne prorogata a causa di una notte di disordini. Qualcuno sostenne che la Borsa era in fiamme, anche se c’era soltanto un piccolo fuoco da bottiglie molotov. De Gaulle gridò al caos prima di scomparire. François Mitterrand, ritenendo arrivata la sua ora parlò da Château-Chinon. Lo stadio Charléty era pieno di bandiere rosse. Georges Seguy si limitò a riaffermare la “forza tranquilla della classe operaia”.

In quegli anni nelle piazze scendevano quasi ogni giorno milioni di manifestanti e gli incidenti erano saltuari e praticamente non avvenivano scontri violenti nelle fabbriche occupate, se non quando le forze di polizia intervenivano pesantemente. Georges Seguy era un combattente, nessuno ha mai potuto dubitare della sua determinazione. Non era un avventuriero e diffidava di qualsiasi azione estemporanea.

E lo slogan della campagna elettorale di François Mitterrand divenne, qualche anno dopo “la forza tranquilla”. E’ proprio vero che la politica ha la memoria corta, la vecchia sinistra di lotta era in estasi davanti al “genio” di François Mitterrand, dimenticando che questa forza tranquilla era l’idea portante di Georges Seguy, un comunista combattente.

Dalla Francia, da questi suoi padri, si riesce a leggere serenamente e seriamente anche la situazione italiana, si intuisce chiaramente che la sinistra è luogo da reinventare mentre il Pd appare quello che è: un partito conservatore e centrista, pericoloso per la democrazia e il progresso sociale quanto lo è la destra. Inoltre, in questo tempo, bisogna ri-parlare della “classe operaia”, vittima – a volte anche fisica – dell’arroganza liberista e capitalista. Georges Seguy è rimasto sempre un operaio, come quando entrò come apprendista in un’officina tipografica di Tolosa. Da giovane comunista fu arrestato e deportato a Mauthausen, da dove tornò con una malattia polmonare, vivendo l’esperienza del campo di concentramento e poi quella della lotta sul terreno, nei luoghi di lavoro e nelle piazze. Tutto questo gli ha dato la sua profonda umanità e il rispetto per la dignità degli altri. Georges Seguy è stato una ferita con il marchio della fragilità degli adolescenti e dei giovani che oggi continuano a lottare contro l'indicibile arroganza dei servi borghesi del liberismo affarista e del capitalismo. Lui era afflitto da una sofferenza indimenticabile e non aveva l'armatura e tanto meno il cinismo in voga tra vecchi e nuovi leader anche di sinistra. Ha dovuto sostenere inevitabili intrighi e pugnalate alle spalle. Il suo rammarico, mi dice un leader delle lotte del ’68, è stato quello di non avere spiegato con dolce chiarezza ai giovani che non era lontano da essi, voleva “allentare la cinghia di trasmissione”. La sua indipendenza di giudizio e la popolarità gli valsero alcuni nemici. Un personaggio da rimpiangere, non soltanto in Francia.

24/09/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: Foto di Gerald Bloncourt

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L'Autore

Guido Capizzi

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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