La preintesa delle Funzioni Centrali supera l'esame?

Prima di giudicare un contratto bisogna stabilire i criteri di valutazione. Riduzione dell'orario, regolazione dei ritmi e tutela del salario sono i tre parametri decisivi. 


La preintesa delle Funzioni Centrali supera l'esame?

Il sindacato in regime capitalista contratta sul valore della forza lavoro. Questa affermazione può apparire banale, e forse lo è, ma vale la pena rimarcarla come premessa per capire, da un punto di vista scientifico, qual è il metodo da applicare per dire se un sindacato fa il suo mestiere e quali sono i parametri da prendere in considerazione per stabilire se una trattativa è andata bene o male. Se non si hanno delle coordinate è impossibile orientarsi, finendo per dare giudizi del tutto aleatori.

Cosa significa trattare sul valore della forza lavoro

Il capitalista, recandosi al mercato della forza lavoro, sa bene che un certo tipo di forza lavoro, ad esempio uno scienziato, costa più di un impiegato perché la sua formazione richiede più tempo e particolari condizioni che la rendono una merce "rara". In questo modo possiamo comprendere le differenze di valore legandole al tipo qualitativamente differente di forza lavoro; ma, quale che sia il suo valore, ciò che conta per il capitalista è mettere in movimento queste forze per renderle produttive. E ciò vale sia per lo scienziato sia per l'operaio o per l'impiegato.

Possiamo dire che lo scienziato chimico troverà formule miracolose, il meccanico inventerà congegni pratici che semplificano il lavoro umano e il filosofo ci aiuterà a comprendere il nostro tempo: ognuno produrrà merci di un certo grado di complessità. In tutti questi casi, una volta che la merce forza lavoro è stata acquistata, ciò che realmente conta è quanto tempo essa si mette al lavoro, con quali ritmi lavora e quale salario percepisce (all'interno di quella specifica fascia qualitativa).

I tre parametri fondamentali della trattativa

L'orario di lavoro

Dunque, i tre parametri fondamentali su cui si svolge la trattativa tra il capitalista (o il governo) e il sindacato sul valore della forza lavoro sono l'orario di lavoro, i ritmi di lavoro e la busta paga. Su questi tre parametri vi è una lotta inconciliabile tra lavoratore e capitalista: il lavoratore vuole più ore per sé stesso e per la sua famiglia, per poter svolgere una vita dignitosa; il capitalista, al contrario, vorrebbe un lavoratore sempre disponibile e pronto a produrre ventiquattr'ore su ventiquattro. Questo tira e molla sull'orario di lavoro è continuo: il punto in cui si posiziona l'asticella (12 ore, 8 ore, 6 ore?) è il risultato della lotta. Questa, che è la lotta più difficile da portare avanti, cioè la riduzione dell'orario di lavoro, a parità di salario, s'intende, è una concessione che i capitalisti e il governo fanno solo dinanzi a una forte mobilitazione o, al limite, in cambio di un consistente aumento dei ritmi di lavoro.

I ritmi di lavoro

Fissata la durata della giornata lavorativa, il secondo parametro che diviene cruciale nella definizione di una trattativa è il ritmo di lavoro. Lo sviluppo delle forze produttive fa sì che la produttività del lavoro aumenti costantemente e, con essa, i ritmi di lavoro. A ciò bisognerebbe rispondere con un aumento delle pause e delle porosità che allentino la pressione. Oggi, in una normale giornata lavorativa, l'operaio è inserito in un raffinato ciclo di produzione costruito per ridurre al limite i tempi morti; siamo tempestati da richieste che possono giungere da più canali di comunicazione, spesso con gli attuali mezzi è possibile svolgere un numero enormemente superiore di compiti e, per questo, la regolamentazione dei ritmi, cioè dell’intensità con cui si svolge una data giornata di lavoro, diventa un parametro che va necessariamente negoziato.

La busta paga

Terzo e fondamentale pilastro di una trattativa sindacale è la busta paga. Quest'ultima, insieme alle pensioni e ai servizi, contribuisce a costituire il salario sociale, cioè quella parte aliquota del prodotto interno che ritorna ai legittimi proprietari, le classi subalterne. Attraverso il salario sociale la forza lavoro, nel capitalismo (se è riuscita a strappare tempo per sé stessa), dispone di quei beni che ne rendono, o ne dovrebbero rendere, dignitosa la vita: come, ad esempio, la possibilità di accedere alla cultura (cinema, teatro, viaggi), allo sport, al benessere familiare, alla cura della persona e così via. In altri termini, una parte di ciò che viene prodotto dai lavoratori torna ai lavoratori stessi. Attraverso l'infame meccanismo dell'inflazione, i governi e i capitali attaccano il potere d'acquisto reale e, in tal modo, dato un certo livello del salario sociale, se i prezzi aumentano vi è un impoverimento dei salariati.

Quando si può dire che una trattativa sia positiva per ciò che riguarda la busta paga

In generale, ciò che dovrebbe essere preso in considerazione è dunque il potere d'acquisto reale e porsi nell'ottica di un suo consistente aumento, in modo che il periodo contrattuale successivo sia significativamente migliorativo di quello passato, cioè assicuri un progresso sociale. Esemplificando in modo eccessivo: se nel periodo precedente avevo il tempo e i soldi per permettermi una vacanza, allora nel periodo successivo dovrei poter avere il tempo e i soldi per una vacanza più lunga. Se non si riesce ad avere un progresso, quanto meno bisognerebbe evitare il regresso, che poi era il senso della “scala mobile”.

La preintesa del comparto funzioni centrali

Fatta questa lunga premessa, siamo ora nelle condizioni di poter giudicare la preintesa contrattuale appena siglata all'ARAN sui contratti del comparto Funzioni Centrali. Lo possiamo dire subito e senza tema di smentita: nessuno dei tre obiettivi è stato raggiunto. Non vi è una riduzione dell'orario di lavoro, non vi è alcun meccanismo di regolazione dei ritmi di lavoro, tranne l'introduzione di un permesso per screening oncologici (7 ore in 5 anni!). Sui primi due punti possiamo dunque affermare che il risultato è fortemente negativo. Concentriamoci sul terzo punto.

Sindacati e governo hanno avuto fretta di concludere il contratto prima che l'inflazione aumentasse ancora di più, congelando gli aumenti all'attuale livello stimato. Intanto va detto che la possibilità di stimare l'inflazione a poco più del 2% in un contesto internazionale variabile è del tutto aleatoria e, proprio per questo, la novità che viene spacciata come positiva, cioè aver firmato il contratto in anticipo rispetto alla scadenza, può rivelarsi un boomerang. Dunque è plausibile che l'inflazione, al termine del triennio contrattuale, risulterà superiore a quella stimata e, dunque, anche sotto questo profilo il giudizio è fortemente negativo. Era dunque necessario non solo fissare una soglia dell’inflazione molto più alta in ragione della crisi internazionale ma inoltre era necessario recuperare almeno una parte di ciò che si è perso nel triennio precedente. Invece non solo non si è chiesto di recuperare la perdita di potere d'acquisto già avvenuta ma si è fissata una soglia d’inflazione che nella più rosea delle ipotesi non creerà regresso.

Vale la pena aggiungere un ultimo tassello per definire meglio il contesto del lavoro nella PA. Da qualche anno ormai si affaccia in maniera sempre più evidente il fenomeno della cottimizzazione del lavoro pubblico: nella busta paga, alla parte tabellare fissa e uguale per tutti si somma una parte relativamente crescente di salario accessorio legato alla produttività attraverso meccanismi di valutazione del personale. Queste due componenti della busta paga sono differenti perché l'una è, appunto, uguale per tutti e va nel computo pensionistico; l'altra, invece, tende a separare i lavoratori perché è individuale e legata alla produttività. È il famoso concetto della meritocrazia che, nel capitalismo, si traduce in una guerra tra poveri per accaparrarsi quote maggiori di busta paga a discapito degli altri.

La tendenza del governo è quella di dare maggior peso al salario accessorio e variabile, in modo da spingere i lavoratori in questa lotta fratricida. La scarsità della busta paga spinge inoltre i lavoratori a chiedere incarichi aggiuntivi, finendo per amplificare ancora di più il fenomeno della cottimizzazione.

Conclusioni

La CGIL (e gli altri) non avrebbe dovuto firmare questa preintesa, che non raggiunge nessuno degli obiettivi minimi che dovrebbe porsi un sindacato in regime capitalista. Perché allora lo ha fatto? Gli interessi del gruppo dirigente di un sindacato spesso non sono gli stessi dei lavoratori che rappresenta. Ad esempio, nel caso della CGIL vi era la forte spinta a firmare per rientrare ai tavoli delle trattative. I sindacalisti concertativi, senza tavoli di trattativa, sono come pesci fuor d'acqua: attraverso la concertazione possono ritagliarsi spazi di interesse personale che vanno dal semplice distacco sindacale fino ai benefit più elevati. Basti notare che i segretari nazionali, finito il loro mandato, diventano parlamentari.

La mancata firma avrebbe inoltre reso credibile una stagione di lotta sulla quale puntare per un miglioramento effettivo delle condizioni di lavoro.

26/06/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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