Lavoratori di tutto il mondo: intervista a Beverly Silver – Parte I

I cambiamenti della classe operaia in un'ottica di lunga durata.


Lavoratori di tutto il mondo: intervista a Beverly Silver – Parte I Credits: https://www.flickr.com/photos/thepismire/

Dove va la classe operaia statunitense? Dove vanno i lavoratori di tutto il mondo?

Per gentile concessione di Jacobin Magazine pubblichiamo la traduzione dell'intervista a Beverly Silver, presidente del Dipartimento di Sociologia alla John Hopkins University. Silver è una delle più importanti figure della sociologia del lavoro e da sempre una militante per i lavoratori. Tra le sue opere Le Forze Del Lavoro e Caos E Governo Del Mondo firmato con Giovanni Arrighi, entrambi pubblicati da Bruno Mondadori.

[DOMANDA] Negli ultimi decenni c’è stata una ristrutturazione profonda della classe lavoratrice negli Stati Uniti e negli altri paesi a capitalismo avanzato. Qual è l’immagine a grandi linee di questo processo di ristrutturazione? Quali sono le forze che lo guidano?

[RISPOSTA] Il capitalismo trasforma continuamente l’organizzazione della produzione e gli equilibri di forza tra capitale e lavoro, ristruttura la classe lavoratrice, la ricostruisce. Quindi, per rispondere alla domanda, penso che dobbiamo adottare una visione di lungo termine.

Ha senso andare fino alla metà del ventesimo secolo, dagli anni ‘30 agli anni ‘50, quando per la prima volta è emersa negli USA una classe operaia della produzione di massa molto forte, principalmente nel settore auto ma anche in settori come quello minerario, i trasporti e l’energia, settori centrali per l’industrializzazione e il commercio.

Appena dopo la Seconda Guerra Mondiale, il capitale ha cominciato a ristrutturare, riconfigurare l’organizzazione della produzione, il processo del lavoro, le fonti di manodopera e il posizionamento geografico della produzione. Questa ristrutturazione è stata in larga parte una risposta ai movimenti dei lavoratori nella manifattura, nelle miniere, nella logistica e nei trasporti.

Per capire questa ristrutturazione, è utile espandere il concetto di “soluzione geografica” di David Harvey. Il capitale ha provato a risolvere il problema della forza dei lavoratori, e la minaccia ai profitti avanzata da essi, con una serie di “soluzioni”.

Le imprese hanno usato una serie di soluzioni geografiche spostandosi verso luoghi con minori salari. Hanno attuato delle “soluzioni tecnologiche” riducendo la loro dipendenza dai lavoratori accelerando l’automazione. E hanno attuato quella che possiamo pensare come la “soluzione finanziaria”, muovere il capitale fuori dal commercio e dalla produzione, muoverlo nel campo della finanza e della speculazione come un ulteriore mezzo per ridurre la dipendenza dei profitti dalla classe operaia strutturata dalla produzione di massa.

L’inizio dello spostamento del capitale verso la finanza e la speculazione è stato visibile fin dagli anni ‘70, ma è esploso dopo la metà degli anni ‘90, dopo l’abolizione della legge Glass-Steagall [che separava le banche di risparmio da quelle di speculazione, NdT] da parte dell’amministrazione Clinton.

Quindi, quello che sembrava un collasso improvviso del potere del lavoro organizzato negli Stati Uniti tra gli anni ‘80 e ‘90, in realtà ha le sue radici in decenni di ristrutturazione su questi fronti, iniziata a metà del secolo.

Ovviamente, è importante sottolineare che c’è un altro lato della medaglia. Queste soluzioni capitaliste hanno smontato la classe operaia della produzione di massa, ma hanno simultaneamente costruito nuove classi operaie negli USA e altrove. Queste nuovi classi operaie sono oggi i protagonisti emergenti delle lotte dei lavoratori in molte parti del mondo.

[DOMANDA] Non è un segreto che le forme tradizionali di organizzazione della classe operaia, come i sindacati negli USA e i partiti socialdemocratici in Europa, sono in grave crisi. Come ha fatto il capitale a indebolire e addomesticare queste espressioni degli interessi della classe operaia?

Se guardiamo ai massimi storici di militanza operaia - specialmente quelli in cui erano coinvolti movimenti di sinistra, partiti socialisti ed operai – appare chiaro un insieme di strategie per indebolire il potenziale radicale di questi movimenti. Si può riassumere così: ristrutturazione, cooptazione e repressione.

I tipi di ristrutturazione o soluzione menzionati sopra - geografica, tecnologica o finanziaria - hanno certamente giocato un ruolo nell’indebolire questi movimenti. Nel frattempo, la cooptazione dei sindacati e dei partiti dei lavoratori - la loro incorporazione come partner minori nei progetti egemonici nazionali e nei patti sociali - hanno giocato a loro volta un ruolo importante. Infine, la repressione è sempre stata una parte importante della ricetta.

Prendendo gli USA come esempio, nel secondo dopoguerra abbiamo visto il maccartismo e l’espulsione della sinistra e dei militanti comunisti dai sindacati. Poi, tra gli anni ‘60 e anni ‘70, i forti movimenti dei lavoratori neri radicati nelle fabbriche e nelle comunità - il Partito delle Pantere Nere e Movimento del Sindacato Rivoluzionario di Dodge - sono stati riportati sotto controllo con la pura e semplice repressione.

Oggi, con la militarizzazione delle forze di polizia e l’infinita “guerra al terrore” - che creano un clima ostile alla mobilitazione dei lavoratori neri e immigrati - la coercizione continua ad avere un ruolo di primo piano.

Continua sul prossimo numero

12/08/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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