Lavoratori di tutto il mondo: intervista a Beverly Silver – Parte II

Lo sfruttamento dei lavoratori e l'esclusione dei sottoproletari.


Lavoratori di tutto il mondo: intervista a Beverly Silver – Parte II Credits: https://www.flickr.com/photos/mollyswork/

Segue dalla prima parte

Dove va la classe operaia statunitense? Dove vanno i lavoratori di tutto il mondo?

Per gentile concessione di Jacobin Magazine continuiamo la pubblicazione della traduzione dell'intervista a Beverly Silver, presidente del Dipartimento di Sociologia alla John Hopkins University. Silver è una delle più importanti figure della sociologia del lavoro e da sempre una militante per i lavoratori. Tra le sue opere Le Forze Del Lavoro e Caos E Governo Del Mondo firmato con Giovanni Arrighi, entrambi pubblicati da Bruno Mondadori.

[DOMANDA] Uno dei maggiori dibattiti oggi è se la dinamica che definisce la forma della classe operaia globale sia lo sfruttamento - lavoratori spremuti sul luogo di lavoro - o l’esclusione - lavoratori di fatto esclusi dal lavoro salariato stabile. Cosa pensi di questo dibattito?

[RISPOSTA] Li vedo ugualmente importanti. Sarebbe un errore ignorare la persistente importanza delle lotte contro lo sfruttamento sul luogo di lavoro. Infatti, uno dei risultati della strategia di soluzione geografica è stata la creazione di nuovi classi operaie e di nuove contraddizioni lavoro-capitale ovunque vada il capitale.

In altre parole, la resistenza operaia allo sfruttamento sul luogo di lavoro ha seguito il movimento del capitale attraverso il globo nella scorsa metà di secolo. Infatti, osserviamo le ultime manifestazioni di questa dinamica con la massiccia ondata di agitazioni operaie che accade ora in Cina.

Una volta che le imprese hanno compreso che semplicemente spostare le fabbriche in luoghi a basso salario non avrebbe risolto il problema del controllo sul lavoro, il capitale ha cominciato a fare più affidamento su automazione e finanziarizzazione. L’automazione, per quanto non sia una novità, recentemente ha espulso rapidamente lavoratori salariati dalla produzione, aumentando la visibilità della dinamica di esclusione. Un esempio lampante è l’attuazione da parte della FoxConn delle minacce di introduzione di un enorme numero di robot nelle sue fabbriche cinesi.

Realisticamente, il movimento del surplus di capitale nella finanza e nella speculazione dà anche un importante contributo alla crescente esclusione. La finanza - specialmente le attività finanziarie non direttamente legate al commercio e alla produzione - assorbe poco lavoro salariato; più importante, trae profitti principalmente dalla redistribuzione regressiva della ricchezza attraverso la speculazione, piuttosto che con la creazione di nuova ricchezza. Da qui, il collegamento che Occupy Wall Street ha trovato tra i livelli di disuguaglianza di classe e di finanziarizzazione.

Automazione e finanziarizzazione guidano un’accelerazione nella tendenza di lungo termine del capitalismo a distruggere le condizioni di vita già esistenti a una velocità molto più alta di quanto ne crei di nuove. Questa è sempre stata la tendenza predominante del capitalismo storico in gran parte del Sud Globale, dove la dispossession ha teso a essere più importante dell’assorbimento di lavoro salariato, quindi vi erano sempre più lavoratori che non avevano altro da vendere se non la propria forza lavoro, ma con scarse possibilità di venderla.

Questa tendenza non è nulla di nuovo, sia la sua accelerazione sia il fatto che i suoi effetti si sentano anche nei paesi centrali - non solo nel terzo mondo - aiuta a spiegare come mai l’esclusione sia in primo piano negli attuali dibattiti.

[DOMANDA] Per inquadrare diversamente la domanda, ha senso pensare a esclusione e sfruttamento come fenomeni separati?

[RISPOSTA] Marx di sicuro non li vedeva come fenomeni separati. Nel libro primo del Capitale, ha sostenuto che l’accumulazione di capitale vada di pari passo con l'accumulazione di un surplus di popolazione, che la ricchezza viene creata attraverso lo sfruttamento ma contemporaneamente grossi settori di classe operaia vengono esclusi i resi superflui per i bisogni del capitale

Per la gran parte del ventesimo secolo, c’è stata una distribuzione geografica ineguale nei termini di percezione del processo di esclusione. Infatti, fino a poco tempo fa uno dei mezzi per mantenere la legittimazione da parte del capitale nei paesi centrali è stato spingere il peso dell'esclusione sul terzo mondo e sui settori marginalizzati della classe operaia dei paesi centrali.

La classe operaia mondiale è stata divisa con confini definiti da cittadinanza, razza, etnia e genere. Questi confini continuano a essere piuttosto importanti. In particolare dopo la crisi del 2008, il peso del processo di esclusione è stato sentito nei paesi del centro più che in passato, con tutte le possibili implicazioni politiche.

Continua sul prossimo numero

20/08/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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