Le responsabilità padronali in caso di contagio

La tutela Inail al lavoratore prevista dal decreto Cura Italia non è subordinata ad alcun accertamento della responsabilità datoriale. Ma l'obiettivo dei padroni è lo scudo penale.


Le responsabilità padronali in caso di contagio

Esistono bugie, o fake-news, che ripetute all'infinito diventano verità influenzando opinioni e comportamenti collettivi. Non è frutto del capitalismo della sorveglianza ma una consuetudine nelle società di massa, quella di stravolgere una notizia, partire da un dato reale per manipolare l'opinione pubblica ad altri fini.

A forza di gridare contro lo Stato dirigista “ostaggio dei sindacati” qualcuno finisce con il credere che gli intenti del Governo siano finalizzati a penalizzare le imprese. È già accaduto con le pensioni e le normative del lavoro, i partiti di destra hanno votato nei Parlamenti a favore di leggi liberticide (al pari del centrosinistra) ma all'occhio della cittadinanza appaiono come oppositori delle politiche da loro sempre sostenute. E cosÌ i populisti si ergono a difesa del popolo, o delle comunità, occultando il loro consenso alle politiche liberiste e di austerità.

Stesso copione nel caso della polemica, costruita ad arte, sulla circolare Inail di inizio Aprile inerente il riconoscimento dei contagi come infortuni sul lavoro.

Saremmo i primi, in nome di quel garantismo che ci distingue dai forcaioli securitari, a contestare ogni automatismo tra contagio e responsabilità civile e penale dei datori di lavoro, tuttavia il polverone mediatico fin qui sollevato si prefigge ben altri scopi, primo tra tutti escludere a priori ogni collegamento, in caso di contagio o morte, tra risarcimento dell'Inail e diretta responsabilità del padrone o dell'Ente pubblico.

La questione sicurezza sul lavoro non può ridursi all'adozione di protocolli senza verificarne la attuabilità, né tanto meno eludere la questione dirimente che riguarda l'apertura di tante aziende e magazzini nelle settimane del contagio. E su questo punto i ritardi del Sindacato sono evidenti, non si è fatto abbastanza per la reale applicazione delle normative anticontagio e nonostante gli accordi con il Governo troppe aziende sono rimaste aperte anche nelle settimane più tragiche in termini di morti. E i lavoratori che hanno denunciato pubblicamente la carenza o l'assenza di dispositivi di protezione individuale (dpi) sono oggi sotto minaccia di licenziamenti e procedimenti disciplinari, denunciati e querelati dai datori di lavoro.

La querelle, se tale vogliamo definirla, anche se per noi rimane un indecoroso teatrino della politica, è destinata a deviare l'attenzione dal problema reale: chi risponderà dei 32 mila morti?

Non si tratta di assolvere o condannare a priori managers pubblici e privati o l'operato degli alti funzionari del Governo che non hanno previsto in tempo i reali fabbisogni di ventilatori, dpi, cliniche ospedaliere attrezzate con macchinari e personale adeguatamente protetto e formato. Vogliamo solo chiarezza, l’individuazione delle reali responsabilità e una radicale inversione di rotta nelle politiche in materia di sanità, lavoro e salute pubblica.

L'art. 2087 del codice civile del lontano anno 1942 ancora oggi prevede che “l'imprenditore è tenuto ad adottare nell'esercizio dell'impresa tutte le misure che, secondo le particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”. Quindi perchè non è stato adottato lo smart working ovunque possibile chiudendo al contempo reparti e aziende nelle settimane di marzo e aprile? È la domanda dirimente alla quale non si vuol rispondere.

Stiamo parlando dell'obbligo di sicurezza a carico dell'imprenditore e del manager pubblico. Qui sta il vero problema con padroni e amministratori della Pa, alleati nell’adozione di una sorta di scudo penale che li metta al sicuro da qualsivoglia causa civile e penale e da eventuali condanne che li renderebbero incompatibili con i ruoli ricoperti. Ma l'obiettivo è ancora piu' ambizioso, si mira direttamente alla revisione del Decreto legislativo 81/2008 sulla sicurezza sul lavoro, già soggetto ad attacchi e riscritture per alleggerire le responsabilità datoriali. Anzi gli obiettivi, come vedremo piu' avanti, sono ancora più ambiziosi e dimostrano il carattere “eversivo” dei blocchi economici e politici dominanti.

La ragione per la quale si parla, a sproposito, di automatismi tra il riconoscimento dell'Inail e la responsabilità datoriale è legata alla ricerca di stravolgere le norme esistenti per rendere sempre più difficile il riconoscimento del contagio nel luogo di lavoro, evitare risarcimenti e mettere al riparo managers pubblici e privati.

La tutela Inail al lavoratore prevista dal decreto Cura Italia non è subordinata per altro ad alcun accertamento della responsabilità datoriale e l'obiettivo, a nostro avviso, è di fermarsi all'Inail (tanto paga lo Stato...) e non procedere oltre nell'accertamento delle responsabilità civili e penali. Il cosiddetto scudo è funzionale non solo ad approvare una norma salva managers ma a non ricercare in futuro la individuazione delle responsabilità reali, soprattutto politiche, nel diffondersi del Coronavirus. La inosservanza delle norme anti-Covid-19 è per altro punita con una sanzione amministrativa salvo che non costituisca reato, quindi si vuole scongiurare proprio il reato colposo che in ogni caso andrebbe accertato nelle dovute sedi.

Il Governo non ha previsto per altro l'infortunio Covid-19 anche a fini penali, quindi la polemica suscitata da alcuni partiti e dalle associazioni datoriali resta del tutto funzionale ad altri obiettivi, primo tra tutti l'adozione di quello comunemente definito scudo penale, o tradotto in termini politici, la volontà di non individuare i responsabili della debacle sanitaria .

Il Governo, ad oggi, è stato fin troppo cauto con managers pubblici e datori di lavoro, questi ultimi potranno essere denunciati solo se non hanno adottato protocolli o se hanno omesso la dotazione di dispositivi di protezione individuali (dpi), casi limite poiché nel frattempo si sono redatti protocolli fin troppo generici in materia di dpi visto che le mascherine ffp2 e ffp3 sono pressochè irreperibili. Chi parla di Stato vessatore nei confronti dell'impresa dice il falso e occulta i reali obiettivi della polemica.

A scanso di equivoci, il Governo ha evitato alle imprese ulteriori oneri economici derivanti dall’aumento dei premi assicurativi scaturibili dal riconoscimento di casi di infezione Covid-19 nei luoghi di lavoro.

Dal canto loro, invece, padroni e managers non sono ancora soddisfatti e scatenano la canea mediatica con l’obiettivo di arrivare ad uno scudo protettivo dalle normative già vigenti in ambito civile e penale, nonché dalle norme costituzionali in materia di salute, lavoro e del cosiddetto principio di eguaglianza.

Ecco allora spiegata la Santa alleanza tra manager, padroni e politici, gli stessi che con la scusa di invocare la libertà di impresa vogliono affermare il libero arbitrio dei dominanti e aggirare regole e norme che per quanto imperfette sanciscono comunque delle pur minime responsabilità a tutela dei cittadini.

24/05/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Federico Giusti

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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