Orario, ritmi di lavoro e salario

Perché bisogna battersi per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario piuttosto che per la riduzione delle tasse sul lavoro, il salario minimo, il reddito di cittadinanza e/o di esistenza?


Orario, ritmi di lavoro e salario

Dopo anni che le forze della sinistra, anche la più radicale, puntavano su parole d’ordine decisamente antimarxiste e, in linea di massima, controproducenti, come il reddito di cittadinanza e il salario minimo, finalmente si torna a parlare di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, mentre i sindacati confederali si ostinano a chiedere la riduzione delle tasse sul lavoro, senza battersi realmente per una patrimoniale. Cosa ancora più grave, non di rado quest’ultima riduzione va di pari passo con la riduzione delle tasse che paga il padronato sul lavoro (sfruttato) dei salariati. Altro pessimo e deleterio scambio, molto diffuso e generalmente non contrastato nemmeno dalla sinistra radicale, è la riduzione delle tasse per i padroni che assumono, o che assumono giovani o che assumono con contratti a tempo indeterminato.

Ora la questione è come lo Stato recupera le mancate entrate fiscali? Non essendoci una significativa lotta in grado di far aumentare la tassazione dei profitti e delle rendite, lo Stato può aumentare le tasse indirette. Servizi prima gratuiti o a prezzi politici aumentano di prezzo. In tal modo si finisce con l’accettare la logica cara al padronato di ridurre le tasse dirette, che si pagano in proporzione al reddito, sulla base di aliquote progressive, per cui più si è ricchi, più aumenta il carico fiscale, sostituendole con le tasse indirette che sono esattamente identiche per il più ricco e per il più povero. Anche nel caso più raro e fortunato in cui la riduzione della tassazione va a vantaggio dei soli salari e in cui lo Stato non si rifà aumentando le tasse indirette o, e in fondo è la stessa cosa, tagliando il così detto Stato sociale, il mancato gettito porterà a un aumento del debito pubblico. In tal modo la politica economica dei governi “democraticamente” eletti sarà sempre più decisa dai creditori, che imporranno politiche di svendita ai privati delle risorse pubbliche o di austerità, con conseguenti tagli del salario indiretto. Senza contare soluzioni ancora più svantaggiose per le classi subalterne, come quelle messe in campo dal presente governo, che diminuisce le tasse sui lavoratori, ma al contempo riduce in misura maggiore in reddito di sussistenza. In tal modo non si ha altro che una riduzione più o meno mascherata del salario, che è in quanto tale sempre sociale, in quanto è l’ammontare delle risorse che la classe dei capitalisti nel suo complesso mette a disposizione delle classi subalterne, per consentire loro di riprodursi come tali, fornendo ai padroni il numero necessario di salariati da sfruttare e il numero altrettanto indispensabile di disoccupati e di sottoccupati, precari e flessibili, necessario a tenere sotto ricatto i lavoratori “garantiti”, mantenendo sempre al minimo il prezzo della forza-lavoro. Dunque tagliando il reddito di sussistenza si riduce una parte del salario (sempre sociale) necessario a riprodurre l’esercito industriale di riserva, con il risultato che a tali bisogni dovranno supplire le classi subalterne, ad esempio con il così detto welfare familiare, per cui il lavoratore “garantito” o il pensionato con il sistema ancora retributivo dovrà cedere una parte della sua busta paga o pensione per sostenere il familiare privo di lavoro.

Passiamo, dunque, a vedere perché la lotta per tale reddito, anche nella forma “meno peggio” del reddito di cittadinanza, è una misura antimarxista e deleteria per le classi subalterne. È antimarxista perché occulta il salario necessariamente sociale e mira a scambiare, come la riduzione delle tasse sul lavoro, la quota diretta del salario, con la quota indiretta. In tal modo non si fa che implementare l’individualismo all’interno delle classi subalterne, a tutto discapito della solidarietà di classe fra subalterni, aspetto determinante nella lotta per l’emancipazione del genere umano. Senza contare che qualcuno dovrà pagare il reddito di sussistenza. Non avendo la forza e, spesso, neppure l’intenzione, di farlo pagare a capitali e rendite, tale esborso peserà sul salario nella sua forma diretta, indiretta o differita. Si avrà così proprio quello che vuole il capitale, un numero sempre insufficiente di occupati, costretti a lavorare sempre di più per poter arrivare alla fine del mese e un numero sempre maggiore di disoccupati, che ingrandendo l’esercito di riserva non farà che aumentare il ricatto sugli occupati e tenere, di conseguenza, sempre al minimo il valore della forza-lavoro. Nel caso al momento fantascientifico in cui si avesse la volontà e, soprattutto, la forza per far pagare il salario di cittadinanza o di sussistenza al capitale e/o ai rentiers, ci sarebbe uno spreco controproducente dei rapporti di forza, una volta tanto favorevoli nel conflitto sociale, che potrebbero essere impiegati in modo molto più giusto, razionale e produttivo nella riduzione dell’orario a parità di salario, con l’obiettivo di lavorare meno per lavorare tutti. Infine la storia dovrebbe insegnare che tutte le volte che si è “conquistato” il reddito di cittadinanza e di sussistenza quest’ultimo è stato sempre a un livello molto basso, generalmente appena al di sopra della soglia di povertà. In tal modo i percettori del reddito, per poter ovviare a tali miserrime condizioni di vita, divengono generalmente disponibili a svolgere qualsiasi lavoro con un salario appena superiore, indispensabile per poter riprodurre la forza-lavoro. In tal modo la soglia del salario medio si abbassa ulteriormente e diminuisce, di conseguenza, il salario sociale, a beneficio del padronato e a detrimento dei subalterni.

Certo, ciò non significa che non bisogna battersi anche per gli ammortizzatori sociali e per chi rischia di perdere il lavoro, ma sarebbe più sensato e produttivo farlo dando battaglia per un sussidio di disoccupazione che dovrebbero pagare le aziende che licenziano.

A questo punto, si potrebbe pensare che una soluzione migliore sarebbe battersi per il salario minimo, una misura apparentemente indiscutibilmente positiva. Resta, però, a questo punto da spiegare perché Marx si è sempre battuto contro, mentre oggi non solo il Pd, ma persino Calenda è favorevole. Marx, naturalmente, non poteva che essere decisamente contrario proprio in quanto aveva speso tutta la sua vita, sacrificando in modo estremo anche quella della moglie e dei figli, per far prendere coscienza agli sfruttati che il salario è sempre sociale e che, nel modo di produzione capitalistico, è necessariamente sempre minimo. Ecco, quindi, che persino i neoliberisti del Pd e l’ultraliberista Calenda sono d’accordo nel fissare un minimo basso, appena al di sopra della soglia di sussistenza. Si dirà, cosa c’entra la sinistra radicale che si batte per un salario minimo superiore? Benissimo, ma per ottenerlo, se non vuole essere una mera petizione di principio, occorrerà investire un’enorme quantità di energie per modificare i rapporti di forza reali fra le classi. In questo, al momento fantascientifico, caso le riforme che si riusciranno a imporre al padronato, sarebbe molto meglio farle valere nella decisiva battaglia per lavorare meno, lavorare tutti. Senza contare che degli aumenti fissati da una legge dello Stato servirebbero a dare maggiore credibilità all’apparenza ingannevole di uno Stato sociale o addirittura del benessere, quando è invece una dittatura degli sfruttatori per massimizzare lo sfruttamento della grande maggioranza della popolazione.

Tornando alla questione della riduzione dell’orario lavorativo, a tal proposito sono in atto sperimentazioni in diversi paesi europei, sulla base del progetto di ridurre la durata della settimana lavorativa a quattro giorni, senza diminuire i salari. Progetti che mirano a ridurre sic et simpliciter l’orario di lavoro a parità di salario sono nella piattaforma del sindacato tedesco, una forza decisamente riformista e revisionista. Del resto, una proposta di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario è stata presentata dalla maggiore forza politica riformista e revisionista italiana: Sinistra italiana. Infine, anche una forza piccolo borghese, che si vanta del proprio qualunquismo, sostenendo di non essere né di destra, né di sinistra, ha annunciato che intende presentare a sua volta una proposta di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Naturalmente la questione della parità di salario è di decisiva importanza, in quanto è il padronato a volere una riduzione dell’orario di lavoro con conseguente diminuzione del salario per implementare il lavoro flessibile e precario.

Va subito chiarito che forze della sinistra riformista e, persino, populisti piccolo borghesi avanzano la proposta di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario sostanzialmente tacendo sulla questione dei ritmi di lavoro, lasciando così intendere che quest’ultima può essere oggetto di scambio e di contrattazione con la controparte capitalista. Del resto anche le proposte di riduzione a quattro giorni della giornata di lavoro sono portate avanti in un’ottica riformista, proprio in quanto mirano a scambiare tale riduzione con un aumento della produttività.

Come è noto, ma non perciò conosciuto, il lavoro salariato esiste in funzione del plusvalore, da cui i capitalisti traggono il profitto. Il plusvalore si fonda a sua volta sul pluslavoro, cioè su quelle ore non retribuite che il lavoratore salariato è costretto a svolgere, dopo aver riprodotto, nella prima parte della giornata lavorativa, delle merci di un valore equivalente a quelle che può acquistare con la propria busta paga. Ora, come è noto, l’obiettivo fondamentale cui mirano i capitalisti è accrescere il pluslavoro, per accrescere i profitti. A questo scopo, come già Marx chiariva, esistono due strade possibili, o aumentare il plusvalore assoluto e/o aumentare il plusvalore relativo. Il plusvalore aumenta in termini assoluti nella misura in cui aumenta l’orario di lavoro a parità di salario. Il plusvalore relativo aumenta nella misura in cui aumentano i ritmi di lavoro. In tal modo si accorcia la parte della giornata lavorativa retribuita, corrispondente al lavoro necessario a riprodurre merci di valore equivalente a quelle acquistabili con la busta paga, e si allunga la parte della giornata lavorativa non retribuita, da cui il capitalista ricava il proprio profitto. Negli ultimi decenni il capitale è generalmente riuscito ad aumentare entrambi. D’altra parte si potrebbe giungere a un compromesso, positivo secondo Marx, generalmente sempre rifiutato e combattuto dal padronato, per cui a un aumento del plusvalore relativo, cioè dei ritmi di lavoro, ovvero della produttività del lavoro, corrispondesse una riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Come è noto secondo Marx, all’interno della società capitalista, questa è la battaglia più importante, anzi decisiva, quando non è possibile realizzare una prassi rivoluzionaria. Marx stesso si dice consapevole che sino a che i capitalisti avranno il potere, l’unica possibilità per ridurre l’orario di lavoro a parità di salario, è scambiarla con un aumento dei ritmi. Ora, naturalmente, lo scambio sarà più o meno valido a seconda della proporzione fra la riduzione dell’orario di lavoro e l’aumento dei ritmi. Infine, visto che le riforme le fanno solo i rivoluzionari, bisognerebbe battersi per una riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e di ritmi, in modo che, nel momento in cui non si potesse far la rivoluzione, per indebolire il fronte rivoluzionario, il padronato finirà per accettare, obtorto collo, una riduzione di orario in cambio di un aumento dei ritmi accettabile.

Resta, infine, la questione del perché non fare al contempo la battaglia sull’orario di lavoro, sul salario minimo e sul reddito di cittadinanza. La questione è se si vuole fare una battaglia reale o se si vogliono solo agitare slogan. I rapporti di forza per ottenere tutti e tre non solo non ci sono, ma non ci saranno almeno nel breve periodo. Quindi occorre concentrare le poche forze sulla battaglia più importante. Perciò Marx diceva che il proletariato dovrebbe scrivere nella sua bandiera un’unica parola d’ordine: riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario! Infine, anche quando ci saranno rapporti di forza più avanzati, o si avrà l’opportunità di portare avanti una prassi rivoluzionaria o, in caso contrario, si potrà generalizzare la battaglia per lavorare meno, lavorare tutti, senza aumentare i ritmi.

24/06/2023 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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