Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile. Cosa si misura e cosa si fa

Riflessione sui dati emersi dal Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (BES 2015).


Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile. Cosa si misura e cosa si fa

Qualitativo vs/e Quantitativo. Lo sforzo compiuto dai ricercatori è volto a superare il riferimento al Prodotto Interno Lordo (PIL) come misura del benessere di un Paese, consapevoli che poco ci dice sulla produzione, allocazione, distribuzione di ricchezze fra i suoi cittadini. La qualità e la diffusione dei servizi, soprattutto quelli legati al dominio-salute subiscono l’effetto devastante delle politiche anti-welfare e inducono insicurezza, senso di fragilità e di esposizione ad eventi non controllabili a livello soggettivo. Non esiste la possibilità, nell’attuale contesto politico, di consegnare alle generazioni future un benessere generalizzato, uno stato di buona salute materiale e culturale, quel che fa della vita una buona vita.

di Renata Puleo

Il 2 dicembre scorso l’Istat ha pubblicato la terza edizione del Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (BES 2015), “un quadro integrato dei principali fenomeni sociali, economici e ambientali che hanno caratterizzato l’evoluzione del nostro Paese negli anni recenti”, come si legge nella prefazione del Presidente Giorgio Alleva. Il volume, scaricabile gratuitamente dal sito dell’Istituto, rappresenta una lettura interessante sia per chi cerca conferme relativamente alla narrazione renziana “sull’Italia che va”, sia per chi, più scettico o più vicino ad ambienti sociali in sofferenza, vorrebbe capire cosa si può intendere per benessere durante una crisi economica, sociale, culturale, che sembra senza sbocchi. Che l’Italia sia ancora un Paese in stato benessere, come quel narrare per cinguettii ci racconta, dimenticando i dati sulla povertà pubblicati proprio dall’Istat, rimane ancora più in dubbio leggendo il rapporto BES.

Lo sforzo compiuto dai ricercatori è volto a superare il riferimento al Prodotto Interno Lordo (PIL) come misura del benessere di un Paese, consapevoli che poco ci dice sulla produzione, allocazione, distribuzione di ricchezze fra i suoi cittadini. E ancora pochissimo può dirci sulla percezione del rischio, rapporto fra eventi dannosi, loro gravità e condizioni che possono indurli, da parte dei soggetti, come singoli e come classi sociali [1]. L’ambizione del volume sul BES è di riuscire ad intercettare il punto di vista degli attori sociali oltre le definizioni tecnico-statistiche. Il tipo di indagine svolta, attraverso l’interrogazione diretta dei soggetti, non solo permette di leggere quella percezione, sempre secondo l’Istat, ma la costruisce, in un circolo virtuoso che l’Istat non esita a definire un “processo di legittimazione democratica”.

Esprimo subito due impressioni prima di passare ad un più dettagliato resoconto. La prima è che i redattori del Rapporto rimangono sospesi fra la descrizione di una la realtà decisamente difficile, e un commento interlinea e finale tutto sommato rassicurante. La relazione stretta fra la vulnerabilità del tessuto sociale e la sua capacità di resilienza, vista lungo dodici domini di analisi, sembra parlare di assenza di politiche per il benessere e, soprattutto, di assenza della e dalla politica. La scelta della parola resilienza e la definizione che se ne dà di “capacità individuale e collettiva di ripristinare l’equilibrio a seguito di uno shock esterno mediante la messa in campo di capabilities (stati e servizi) e risorse di ricchezza” , mette in ombra la possibilità di processi rivoluzionari. Non emerge, nelle prudenti definizioni fornite dal Rapporto sull’ insicurezza sociale e sull’ investimento individuale per superarla, la possibilità di una rivoluzione, “auto-istituzione della società”, ricostituzione del comune come agire e non come diversa declinazione della proprietà [2]. Mi si dirà che non è compito dell’Istat promuovere azioni politiche, ma l’intento dichiarato di produrre un processo democratico in cui il sostenibile vada “interpretato non come aggettivo di benessere, ma sostantivo fondamentale di lungo periodo”, traduce sicuramente l’indagine in fatto politico. Rimane così, a mio parere, piuttosto ambigua l’insistenza sulla necessità di rendere “il Paese maggiormente conscio dei propri punti di forza e delle difficoltà da superare”.

Le prime sessantatré pagine del volume sono dedicate alla esplicitazione delle scelte metodologiche e all’elenco delle dodici sezioni per altrettanti domini di indagine:

  1. Salute
  2. Istruzione e Formazione
  3. Lavoro e conciliazione dei tempi di vita
  4. Benessere economico
  5. Relazioni sociali
  6. Politica e Istituzioni
  7. Sicurezza
  8. Benessere soggettivo
  9. Paesaggio e patrimonio culturale
  10. Ambiente
  11. Ricerca e innovazione
  12. Qualità dei servizi

Per ragioni di spazio e di rilevanza nel mio percorso di studio e di lavoro, mi dedico solo al commento della parte metodologica e del dominio Istruzione e Formazione, con qualche breve incursione negli altri per ragioni di coerenza esplicativa.

Il quadro internazionale di riferimento del Rapporto spazia dalle indicazioni dell’Europa (European Framework for Measuring Progress) volte al superamento delle analisi sul PIL, a quelle di alcuni paesi virtuosi rispetto a questo approccio come gli USA e la Nuova Zelanda. Si citano i lavori che hanno dato vita agli Otto Obiettivi del Millennio in scadenza proprio nel 2015 (e rimasti per lo più lettera morta). Si tratta dunque di un approccio interno al mantenimento in buona salute del modello economico e sociale neoliberista. Vengono totalmente ignorate le elaborazioni sul “Buen Vivir” che hanno portato alla riscrittura di alcune Carte Costituzionali latino-americane, quella dell’Ecuador ad esempio, in cui le misure di sostegno al benessere sono strettamente legate alla tutela ambientale, intesa in senso ampio, “andino”, come “cosmo-visione”, in cui la salvaguardia dell’ambiente equivale alla cura e alla valorizzazione dei fattori umani e naturali, strutturali e culturali di un paese. Una scelta non casuale, certamente, se si considera che quelle costituzioni sono state scritte all’interno di un percorso tanto volenteroso quanto utopico di uscita dal neoliberismo, purtroppo rivelatosi al momento inattuale [3].

UNA QUESTIONE DI METODO

La parte dedicata alla metodologia di indagine sottolinea l’impegno teorico-pratico assunto nella precedente ricerca del 2014, l’approccio al “qui ed ora, nel futuro, altrove”. Le tre espressioni sintetizzano l’intento di non schiacciare gli indicatori dei domini sulla misura del capitale monetario. Infatti, tali misure mettono fuori gioco gli “assets no market” (attività fuori mercato), ad esempio la valorizzazione del lavoro domestico, di riproduzione della forza lavoro preciso io, oltre a creare problemi di comprensione di fenomeni squisitamente economico-classici come il consumo di servizi o il gioco della domanda e dell’offerta nella formazione dei prezzi. Certo, si aggiunge, il dibattito rimane aperto intorno al problema della rappresentabilità monetaria del “capitale umano, soprattutto naturale, sociale”, questione che chi lavora in ambiti socio-culturali come la scuola ha ben presente, proprio in virtù della raccomandata attenzione alla dimensione intergenerazionale che il Rapporto richiama. Questione che ovviamente riguarda anche i domini dedicati al lavoro e agli standard di vita.

Il processo deliberativo del BES concerne la modalità di costituzione dei gruppi di lavoro per la definizione di un modello chiaro, quindi facilmente operativo sui territori di indagine. Tale disegno è stato preceduto nel 2011 da una prima ricognizione multiscopo, condotta attraverso il sito e un blog a cura dell’Istituto, funzionale a raccogliere il punto di vista delle persone sul concetto di benessere e sulle condizioni che lo favoriscono nella quotidianità. Ne sono seguiti un’ampia consultazione di un campione rappresentativo della popolazione italiana (soggetti dai 14 anni in su e 24mila famiglie), l’ascolto di associazioni, una raccolta di dati di Enti Locali, questi ultimi in grado di integrare i propri valori statistici con quelli nazionali e di calare le domande nel merito della configurazione geo-politica reale, soprattutto per quanto riguarda la relazione fra benessere e servizi erogati, pubblici e privati. Strategia di indagine che, come dirò, è la base del modello di descrizione del benessere scelto dai ricercatori.

Un Comitato d’indirizzo ha configurato i 12 domini, una Commissione Scientifica ha scelto complessivamente 130 indicatori, ad esempio, per il dominio salute la speranza di vita, il rapporto fra sedentarietà/malattia/luogo di vita, per quello istruzione il tasso di passaggio all’università, il tempo eventualmente intercorso fra la fine degli studi superiori e l’iscrizione ad un corso universitario. La scelta costituisce la parte dinamica del rapporto, l’individuazione dei fattori rappresenta il work in progress della ricerca. Provvisorietà dovuta alla difficoltà dichiarata di scegliere indicatori che consentono di definire cosa si vuole osservare, considerato che, pur con la massima attenzione alla discussione interna e al raffronto esterno, si tratta pur sempre di una selezione effettuata da un gruppo ristretto, con le sue idiosincrasie anche politiche, aggiungo io.

Mentre leggevo le definizioni discorsive dei dodici domini, mi sono interrogata intorno alla scelta della Commissione di considerarne nove “out come” (capaci di produrre un esito chiaro, un impatto diretto sulla variabile benessere), mentre i tre relativi alle politiche, alle istituzioni, alla ricerca e ai servizi, sono stati considerati “strumentali, di contesto”. Forse a causa della mia lettura inevitabilmente politica di qualsiasi dato (mai veramente dato, come del resto conferma il tipo di ricerca che sto analizzando nel momento in cui ammette la confluenza fra aspetti oggettivi e soggettivi), ho fatto due operazioni mentali: la prima di collegare fra loro i domini, la seconda di considerare proprio i tre di contesto cruciali per la definizione della variabile benessere.

Semplificando molto, considero la corruzione e la diffusa presenza mafiosa elementi-chiave della percezione soggettiva del benessere, e della oggettiva difficoltà in alcuni territori ad avviare qualsiasi miglioramento, anche solo di modernizzazione liberale. Analogamente si può dire per la stasi drammatica della ricerca universitaria penalizzata da una politica ottusa di investimenti e di controlli a monte e a valle (l’ANVUR, ente di valutazione). La qualità e la diffusione dei servizi, soprattutto quelli legati al dominio-salute subiscono l’effetto devastante delle politiche anti-welfare e inducono insicurezza, senso di fragilità e di esposizione ad eventi non controllabili a livello soggettivo. Se, come ci ricorda il Rapporto, i domini devono essere visti separatamente pur confluendo nella definizione di sintesi della variabile benessere, la lettura delle sezioni relative al lavoro, agli standard di vita e alla sicurezza, portano con sé riflessioni che oltrepassano gli scopi della ricerca. Penso all’etica del lavoro che emerge nel terzo dominio, in cui gli effetti del JobsAct vengono solo correlati all’aspetto di movimentazione della forza-lavoro in virtù del dispositivo a tutele crescenti. Poco si considerano, proprio rispetto alla interessante connessione fra lavoro e tempi di vita, le analisi sulla diffusione del lavoro cognitivo addomesticato (domestication), svolto in casa, i suoi effetti di utilizzo totale del corpo del lavoratore (in genere una lavoratrice o un giovane), l’ affaticamento, l’abbassamento della soglia di attenzione e di concentrazione, fenomeni di burnout tipici del multitasking, (multiprocessualità e contemporaneità di attività svolte), a cui aggiungere l’eliminazione del conflitto e il collasso dei diritti [4]. Penso a come cambia nei diversi contesti culturali la percezione del rapporto povertà/ricchezza rispetto alla fruizione di beni e alla loro graduatoria di importanza [5]. Quanto al dominio-sicurezza che si occupa di sondare la percezione dei rischi connessi ad ambienti di vita insicuri, quando non apertamente criminali, come non andare al nesso fra pratiche securitarie e i loro effetti psicologici regressivi? Un aspetto, quest’ultimo, fugacemente considerato senza che venga rilevato come i costi per gestire i conflitti sociali, per la sorveglianza antiterrorismo, per finanziare gli armamenti, per coprire i costi di carcerazione, siano diventati una voce enorme rispetto al PIL [6].

Torna così in evidenza la difficoltà in questa indagine di mettere a sistema gli elementi selezionati per descrivere la variabile latente benessere che si vuole misurare. Gli indicatori in tabella, suddivisi per macroaree, presenti in tutte le sezioni del testo, confermano le profonde disuguaglianze che rendono il nostro Paese così difficile da mettere a sistema, sia dal punto di vista descrittivo che per quel che concerne le misure economiche e sociali da adottare. Come si precisa nella parte dedicata alla metodologia, la scelta teorica attualmente disponibile per questo tipo di ricerche è fra un modello “formativo” botton-up (dal basso all’alto) e uno “riflessivo” top-down (dall’alto al basso). Nel primo caso - ed è la scelta effettuata dalla Commissione-Istat - la variabile latente viene costruita via-via mediante le risposte ai quesiti posti, nel secondo caso funge da rilevatore obbligato, assegnato, in cui l’errore che determina la varianza degli indicatori non modifica la definizione a monte. Rimane comunque la sensazione che la latenza della variabile rimanga tale, che una definizione di benessere non venga soddisfatta dal dettaglio dei dodici domini.

ISTRUZIONE E FORMAZIONE: LA SCUOLA CHE VA…

Considerati gli aspetti che delineano il quadro delle scelte metodologiche e l’analisi delle loro difficoltà teorico-pratiche, e soprattutto la possibilità di una loro praticabilità futura per un eventuale, per quanto remoto, uso politico della ricerca, provo a dare un rapido sguardo al dominio Istruzione e Formazione. Gli indicatori sono raggruppati in undici ambiti alcuni altamente oggettivo-numerici, ad esempio il numero di bambini che frequentano la Scuola dell’Infanzia nelle diverse realtà regionali, altri più soggettivi come quello che definisce la “partecipazione culturale”. Questo aspetto, a partire da una accezione di cultura come frequentazione di cinema, teatri, eventi, mostre, letture, ecc, non riesce ad intercettare la definizione personale di evento culturale e la relazione spesso viziosa fra offerta e richiesta, cosa induce chi e viceversa, così come tralascia il rapporto fra reddito, tempi di vita e fruizione culturale. Nel complesso il dominio, che non analizzo punto a punto ma che invito chi lavora a scuola a leggere, magari tenendolo di sfondo al report RAV- INVALSI [7], ci dice che il livello della formazione è migliorato e il divario fra il nostro Paese e l’Europa è diminuito. Entrando più nel merito si trovano dati e riflessioni meno confortanti. Il numero di NEET (Not Education Employment Training) ovvero chi non studia, non lavora, è uscito da qualsiasi tipo di formazione, resta alto e stabile, soprattutto rispetto all’allontanamento dall’università. Fanno parte della categoria soprattutto i giovani che vivono al Sud, le donne quando diventano madri, malgrado la componente femminile della popolazione consegua nella scuola di base risultati migliori di quella maschile. Alcuni fattori appaiono difficili da interpretare, ad esempio, la Valle d’Aosta, che pure ha il più alto indice di frequenza della Scuola dell’Infanzia (dato considerato fondamentale in proiezione) presenta un livello basso di laureati e diplomati. L’indice sintetico che definisce le competenze del “capitale umano” è penalizzato dalla mancanza di correlazione temporale dei dati forniti dall’INVALSI sulle competenze alfabetica e numerica. Insomma, nulla dicono le indagini censuarie dell’INVALSI soprattutto a livello predittivo. Il commento dell’Istat è, per amor di patria, benevolo, non entra nel merito del deficit di informazione, ma annota che l’Istituto di Valutazione “ci sta lavorando”!

Altri fattori che servono a consolidare la consapevolezza del disastro perpetrato dalle politiche scolastiche dal 2000 ad oggi, e sui quali la ricerca glissa, riguardano la formazione continua, in età adulta, e l’offerta-richiesta culturale già citata. Non vien fatta menzione degli effetti della liquidazione dei Centri Territoriali per l’Istruzione e l’Educazione degli Adulti (CTP), normati nel 1993 e di recente trasformati in Centri per l’Istruzione Adulta (CPIA). Il diverso acronimo, centrato sulla parola Istruzione, denuncia la scomparsa di un’offerta formativa molto ampia, inventata negli anni ’90, oggi convertita in conferimento di titoli di stato (recupero diplomi e certificazioni di competenza in Lingua Italiana) e per lo più spostata sul volontariato e su un ambiguo terzo settore [8]. Non si fa menzione allo schiacciamento della competenza informatica, considerata parte del capitale umano, sul lavoro cognitivo sottopagato e stressante a cui accennavo più su.

CONCLUSIONE (PROVVISORIA)

Torno alle impressioni in me suscitate da questa lettura. Il fatto che un istituto di ricerca pubblico svolga una ricerca così ambiziosa, in un momento di caduta degli investimenti per le università e gli enti ricercatori, che il tema sia sostenere il benessere per le generazioni future, non può che sembrare incoraggiante. Ma occorre limitare l’eventuale entusiasmo: il capitalismo ha bisogno di fiato, glielo si ridà anche mediante la messa a valore della consapevolezza di un apparente, universale, benessere comune in crescita. Si dà il caso che la variabile latente benessere non può mai essere comune in un quadro neoliberista e proprietario. E’ latente appunto, su uno sfondo fitto di contraddizioni e di fratture drammatiche nel corpo stesso del Paese. Ritengo non esista la possibilità, nell’attuale contesto politico, di consegnare alle generazioni future un benessere generalizzato, uno stato di buona salute materiale e culturale, quel che fa della vita una buona vita. La democrazia rappresentativa, o quella dei sondaggi, non promuove alcun processo di umanizzazione del neoliberismo. Così come non esistono alleanze parlamentari in grado di agire trasformazioni del modello socio-economico in atto. Costituiscono, purtroppo, un esempio di quel che scrivo, i laboratori politici che hanno dato vita al Buen Vivir in America Latina. La concertazione fra partiti politici che si proponga una rigenerazione sociale non produce soggetti politici capaci di contrastare le regressioni autoritarie, lo strapotere dei detentori di capitale e, dunque, le nuove povertà [9].

[1] Le quattro fasce del PIL sono:consumi, investimenti,saldo bilancia commerciale,spesa pubblica; oggi per superarne i limiti si considera anche il programma Gross Domestic Product (GDP) per la contabilità dei redditi famigliari.

[2] P. Dardot, C.Laval Del Comune, o della Rivoluzione nel XXI secolo Derive Approdi, Roma, 2015

[3] Per una lettura critica delle Costituzioni andine si veda M. Fioroni Beni Comuni e diritti di cittadinanza. Le nuove costituzioni andine, Lampi di Stampa, Vignate (MI), 2014; sulla crisi attraversata dal Sud America dopo la fase espansiva si veda il dossier Una situazione nuova in America Latina in Le Monde Diplomatique, gennaio 2016

[4] C. Morini Coworking e Millenians o delle rivoluzioni addomesticate, Doppio Zero, www.doppiozero.com 23/12/2015

[5] Quando lo scrittore argentino Caparrós chiede ad una donna indiana cosa renderebbe la sua vita felice , la risposta è incerta: “Una vacca” .“Ho detto felice” , ribadisce lo scrittore. “Due vacche”, aggiunge la donna. M.Caparrós El hambre, Anagrama, Barcelona, 2015

[6] Lo ricordava l’economista G. Forges Davanzati in una recente conferenza tenutasi a Roma il 16/12/2015 “Misericordia vs WallStreet” nell’ambito dell’iniziativa Misericordia vo’cercando a cura della Ass. Altramente e Cercasi un fine.

[7] www.genitoreattivo.wordpress.com.

[8] In alcuni casi si tratta di attività assai meritevoli per l’impegno volto ad una formazione culturale politicamente connotata, come l’esperienza della Università Popolare Antonio Gramsci, la scuola di italiano per stranieri Penny Wirton entrambe di Roma, o le numerose iniziative condotte all’interno di spazi sociali occupati in molte periferie metropolitane.

[9] Si vedano le recenti difficoltà del Venezuela nel dossier di cui alla nota 3; per la situazione in Cile dopo l’uscita dalla dittatura si veda M.A.Garretón Neoliberismo corregido y progresismo limitado. Los gobiernos de la Concentración en Chile, 1990-2010 CLASCO ed. Santiago de Chile, 2012

 

29/01/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renata Puleo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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