Redistribuire il lavoro, intervista a Giovanni Mazzetti

Il sistema capitalistico non è più capace di riprodurre il lavoro e le politiche keynesiane tradizionali non sono in grado di mediare una nuova fase di sviluppo. Serve una rifondazione che non è mai iniziata


Redistribuire il lavoro, intervista a Giovanni Mazzetti Credits: http://www.lacasadinando.org/2015/05/22/giovanni-mazzetti/

Nonostante la quotidiana narrazione secondo cui l'uscita dalla crisi sarebbe dietro l'angolo, anzi sarebbe già iniziata, temiamo che essa perdurerà ancora per qualche anno e che forse non abbia ancora espresso il peggio di sé stessa.

Da militanti comunisti riteniamo che ci sia bisogno di un ulteriore sforzo di analisi sulle sue caratteristiche e che uscirne in positivo – e non con i massacri sociali fin qui perpetrati, che poi, è dimostrato dai fatti, aprono la strada alla destra peggiore – non sia possibile senza profonde trasformazioni sociali.

Fra gli strumenti di contrasto all'involuzione sociale assume grande rilevanza la riduzione dell'orario di lavoro. Questo giornale si propone di focalizzare il tema con una serie di approfondimenti [1].

Abbiamo deciso di parlarne con Giovanni Mazzetti, già professore all'Università della Calabria.

Confrontarci con lui ci è sembrata una via obbligata perché ha dedicato gran parte della sua vita a questo tema, pubblicando numerosi saggi in proposito, e perché è il responsabile del Centro Studi e iniziative per la riduzione del tempo individuale di lavoro a parità di salario e per la redistribuzione del lavoro complessivo sociale, sul cui sito [2] è possibile trovare materiali preziosi, anche di carattere formativo per i militanti.

La prima domanda che vogliamo rivolgerti riguarda il tuo percorso umano e intellettuale. Che cosa ti ha portato a schierarti così insistentemente, nonostante l’isolamento, a favore delle redistribuzione del lavoro? Non parliamo soltanto della tua formazione, ma anche del tuo vissuto.

Certo. La mia vita è stata un continuo contrasto tra la disponibilità del mio tempo di vita e quella che me ne imponevano gli altri. Ho cambiato molti lavori, quando era possibile farlo come affermazione dei miei bisogni, senza mai trovare una collocazione adeguata. Pur guadagnando molto meno (addirittura ¼ rispetto a prima) ho infine scelto, dopo ben quindici dimissioni da lavori molto diversi tra loro in dieci anni, la ricerca universitaria e l’insegnamento, appunto perché “lì trovavo il tempo”. Non che lì lavorassi di meno, ma lavoravo a cose che per me erano significative. E ciò mi faceva sentire quel tempo di lavoro più mio.

Entrando nel merito, le società industrializzate hanno conosciuto, almeno dalla fine del secondo conflitto mondiale fino a tutti gli anni ‘70 un enorme progresso materiale in termini di produttività, accompagnato da un miglioramento senza precedenti del tenore di vita e da una riduzione dell'orario di lavoro, grazie soprattutto a imponenti lotte dei lavoratori, ma anche, in parte, a politiche pubbliche che in qualche misura hanno cercato di redistribuire la ricchezza e di dare risposte alla disoccupazione. Questo ciclo virtuoso si è bruscamente interrotto, con una sorta di rivincita delle classi dominanti che ha messo al bando le politiche keynesiane e la programmazione democratica dell'economia e ha fatto retrocedere i diritti delle classi subalterne su tutti i fronti (diritti dei lavoratori, precarietà, salari, orario di lavoro, servizi sociali). Lo stesso elevamento dell'età pensionabile costituisce un aumento del tempo di lavoro nell'arco della vita umana.

Secondo te prevalgono le ragioni strutturali di un simile rovesciamento di prospettive o la cosa è dipesa principalmente dall'inadeguatezza della risposta da parte delle organizzazioni dei lavoratori?

In realtà le politiche keynesiane tradizionali non sono state “messe al bando”. Sono puramente e semplicemente entrate in crisi verso la metà degli anni settanta, quando avevano sostanzialmente raggiunto il loro scopo di fondo. L’elemento dinamico che le sosteneva, il moltiplicatore, funzionava egregiamente fintanto che la società era povera, ma via via che la società diventava “affluente” non riusciva più ad operare come prima. Scrissi a suo tempo un articolo per il manifesto, intitolato La fine dello Stato Sociale, nel quale spiegavo questa situazione nuova, ricevendo il rimbrotto di numerosi intellettuali di sinistra. So che è difficile recepire questo passaggio, perché quasi tutti noi coltiviamo una visione ingenua della condizione umana, e ogni volta che conquistiamo una situazione positiva crediamo che i meccanismi che ci hanno consentito di instaurarla debbano funzionare per sempre. Non a caso la maggior parte degli oppositori dei conservatori ragionano come se la crisi del keynesismo non fosse mai intervenuta, e tornano a proporre quelle politiche che avevano funzionato nell’Ottocento, ma che già nel Novecento entrarono in crisi. Se, al precipitare della crisi, oltre ad insistere sull’applicazione delle politiche di breve periodo suggerite da Keynes, come fecero per qualche anno i laburisti di Wilson, i suoi sostenitori avessero dedicato un po’ di attenzione anche alle anticipazioni che lo stesso Keynes fece sui loro effetti di lungo periodo, si sarebbero resi conto che il problema emerso era quello di una crescente difficoltà di riprodurre il lavoro, che veniva via via reso superfluo da un’impetuosa innovazione tecnologica. Poiché le politiche keynesiane di breve periodo sono politiche del pieno impiego, e cioè strategie tese a riprodurre il lavoro salariato al di là del limitato livello garantito dall’iniziativa privata, questa situazione nuova contraddiceva la possibilità di continuare a procedere nella vecchia forma del Welfare.

Qui andiamo su un terreno minato per il senso comune, che identifica l’attività produttiva in generale con il lavoro prevalente nella società, cioè il lavoro salariato. Se si dice che quel lavoro non è riproducibile la gente precipita in un vuoto, in quanto non è in grado di anticipare spontaneamente alcun positivo alternativo e percepisce solo la negazione. Il lavoro salariato è l’attività che media la riproduzione individuale, se quel lavoro non c’è, che cosa mai potrebbe esserci? Questo è però uno stato problematico che interviene in occasione di ogni trasformazione sociale. Anche se quasi mai viene riconosciuto nella sua purezza o viene addirittura rifiutato proprio perché corrisponde ad un disordine, che però non è altro che il disordine nel quale è precipitata la società, che va innanzi tutto compreso per imparare ad orientarsi.

Un’obiezione diffusa è quella secondo cui, in un’economia aperta, la riduzione dell’orario di lavoro è incompatibile in quanto, accrescendo il costo del lavoro nel paese che la introduce, ne riduce la competitività. D’altra parte il movimento dei lavoratori, già disorientato sul terreno nazionale, è ben lontano dal coordinare lotte a livello internazionale che pongano in primo piano questo obiettivo. Cosa si potrebbe rispondere a questa obiezione?

Chi ragiona in questi termini non ha la più pallida idea di che cosa sia la crisi che stiamo attraversando. Continua a credere che il mondo abbia ancora un ordine e un senso, e sollecita a costringersi all’interno dei limiti corrispondenti per evitare quello che considera come un disordine passeggero, determinato da comportamenti devianti. Certo, per nostra fortuna, nessuno può oggi pensare di risolvere il problema limitandosi a mettere ordine in casa sua, cioè nel suo paese. Ma come si lavora continuamente a cercare di coordinare l’andamento del sistema all’interno dei parametri conservatori, così si può da domani lavorare a cercare un coordinamento su basi alternative. Ma se non interviene uno sviluppo culturale che crea le condizioni per individuare questa strada alternativa, saremmo condannati a impoverirci anche attraverso accordi internazionali.

Ritieni che a questo livello dello sviluppo, lo spazio per il rilancio delle politiche keynesiane tradizionali si sia consunto e che sia necessario un salto di paradigma, come aveva previsto lo stesso Keynes? [3]

Le politiche keynesiane tradizionali, come ho detto sopra, non permettono di affrontare la crisi. Come d’altronde lo stesso Keynes aveva anticipato. Esse sono però una specie di salvagente che permette alla società di galleggiare per qualche tempo. Tuttavia, per praticarle coerentemente occorre comprendere gli effetti contraddittori che inevitabilmente producono, senza sperare che esse siano in grado di mediare una nuova fase di sviluppo. Certo che è meglio dare un salvagente a chi sta affogando, ma poi bisogna aiutarlo ad imparare e nuotare, perché il salvagente non regge all’infinito.

Questo esaurimento degli spazi delle politiche keynesiane, ha secondo te qualcosa a che vedere con la marxiana legge della caduta tendenziale del saggio di profitto?

In un certo senso sì. Ma l’approfondimento economico qui sarebbe troppo complesso. Il nucleo della questione sta nel fatto che i capitalisti possono procedere nell’accumulazione solo in quanto dimostrano di saper soddisfare nuovi bisogni su scala allargata. Non appena questa capacità recede, prima hanno bisogno del sostegno dello stato che, aumentando la domanda aggregata, permette loro di vendere i prodotti producibili, ma quando anche l’azione dello stato si scontra con un limite, com’è accaduto a partire dagli anni ottanta, il futuro del capitalismo è segnato. Poi bisogna vedere se siamo così ingenui da affogare con lui, o se almeno cominciamo ad imparare i rudimenti del galleggiamento, con la redistribuzione del lavoro tra tutti.

Già Marx, prima che Keynes parlasse delle prospettive delle future generazioni, in un passo lungimirante dei Grundrisse [4], il famoso frammento sulle macchine, aveva chiaro che lo sviluppo capitalistico crea le condizioni per ridurre il tempo di lavoro necessario e accrescere il tempo di non lavoro disponibile per l'umanità, e che tuttavia, rimanendo il tempo di lavoro, o meglio la sua “eccedenza”, l'unica fonte di arricchimento del capitale, si costringono i lavoratori a spendere sempre più lavoro e si genera la sovrapproduzione di merci e di capitale. Diviene possibile e necessario regolare la produzione sulla base dei bisogni, e dell'obiettivo di liberare progressivamente gli esseri umani dal lavoro, di rendere appunto questo tempo liberato la vera misura della ricchezza. Tutto ciò urta contro gli interessi dei capitalisti, ma ci parla di una possibilità e quindi di un terreno di lotta percorribile per tale conquista. Secondo te le politiche “di sinistra” e sindacali hanno posto sufficiente attenzione a questa potenzialità?

Direi proprio di no. La sinistra e i sindacati, anche quelli meno conservatori, condividono la cultura delle classi dominanti, mitigandola con una spruzzata di solidarismo. Ma questo era il mondo bismarckiano non quello di Keynes e di Marx! Per sinistra e sindacati il lavoro è l’attività produttiva in generale, ed essi non sanno concepire alcuno sviluppo che possa partire dal riconoscimento del sopravvenire di una difficoltà di creare il lavoro. Tutti i loro sforzi in questi decenni e ancora oggi sono concentrati sul come creare lavoro, al di là dell’evidenza della sua difficile riproducibilità. Poiché la crisi sfocia nella crescente difficoltà di svolgere le attività produttive necessarie, determinata dal fatto che il mancato lavoro con il quale scambiare il prodotto corrente causa una crescente disoccupazione, loro vedono solo questo pezzo del meccanismo e credono che agendo volontaristicamente su questo lato possano risolvere il problema. Ma questa è un’illusione, e l’aggrapparsi ad essa blocca ulteriormente la società, appunto perché preclude qualsiasi elaborazione del problema.

Come pensi che dovrebbe operare un partito comunista che si misuri con la realtà dei rapporti sociali attuali, con le sue contraddizioni e le sue possibilità?

Dovrebbe fare quella rifondazione che non è mai, neppure lontanamente iniziata. Quando negli anni ’80 entra in crisi il Welfare, entrano in crisi anche i paesi che avevano maldestramente preso la via di un comunismo frainteso, ma entra in crisi anche il capitale, appunto perché il suo sviluppo poggiava sulle grucce dell’intervento pubblico. Insomma, in molti si sono illusi che la crisi di quella forma di comunismo fosse il risultato di “tradimenti”. Ma in realtà stava crollando un mondo, e l’appello alla “rifondazione” doveva servire proprio a constatare questa situazione. L’elemento di continuità ha invece prevalso e tutti i propositi di cambiamento si sono dimostrati velleitari.

Ti esprimiamo un provvisorio ringraziamento, ma contiamo di poter riprendere con te questo discorso, anche per approfondire aspetti che in questa sede sono stati necessariamente solo accennati.


Note:

[1] Si veda per esempio sul n. 96 del 16 ottobre l'articolo di Benjamin Pestieau che prende spunto dal dibattito in Belgio, https://www.lacittafutura.it/dibattito/la-settimana-di-30-ore-un-approccio-moderno-del-tempo-di-lavoro.html

[2] www.redistribuireillavoro.it

[3] J.M. Keynes, Prospettive economiche per i nostri nipoti, scaricabile anche nel sito sopra citato http://www.redistribuireillavoro.it/assets/prospettive.pdf

[4] K.Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, La Nuova Italia 1968-70, Vol. II. pp.389-411.

26/11/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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